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Eloisa Ticozzi, L’albero dell’infanzia

Una discussione molto personale
e solitaria

è vero che il carattere rimane come il mistero
racchiuso in parole

e l’emozione è una saggia e incorporea flaccidità
senza fondamento logico,

ma preferisco la spontaneità dimenticata

di parlare come una bocca che non ha mai imparato,
di gesticolare il vento.

Ciò che è intatto è la purezza dell’infanzia
di progettare senza artificio e congetture

quello che mi rimane è la lingua che batte sui denti
con discernimento e pazienza,

scelgo la natura indecifrabile degli animali
nella scultura dei loro muscoli

(scelgo) il coraggio della parsimonia di suoni.

 

 

 

 

 

Meduse danzanti e animali senza letargo
nei miei sogni
che non vogliono rimanere schiacciati nell’io rigoroso
e potente,

l’incubo proviene da pelle consumata in un delirio

ma il mio sogno migliore è riscoprire la primavera
con l’entusiasmo dell’amore appartato dalle voci

senza cigolii di bocche, senza unione di semi con affinità.

Ma in realtà la primavera è la stagione in cui i morti resuscitano
e i vivi piangono le lacrime che scorrono.

 

 

 

 

 

Gli alberi nascondono la visuale
se alti e sinceri

filtrano l’aria offrendoci la loro commozione docile
non sanno fingere realtà

offrono l’anima agli spiriti della natura
in un voto magico e surreale.

L’affluenza dei miei pensieri
è simile alla linfa degli alberi
di contemplazione e di nutrimento
e il mio corpo assomiglia alla durezza della loro corteccia

indomabile e tribale.

 

 

 

 

 

Un’ora dissipa i suoi minuti
nel tempo mobile e veloce,

io riunisco le mie voci in un eco (un’ estasi superiore)

le chiamano dissonanze
io le ritengo personalità poliedriche.

Il mio primo pensiero fu la razionalità
di chi mi stava intorno,

il mio secondo pensiero fu quello del disincanto e della sensibilità.

Non ho partecipato alle doglie della terra,
però ho accolto la sua stirpe d’animali e di alberi
con sollecitudine antica

(con sollecitudine ravvivata dall’amicizia).

 

 

 

 

 

I muri spiano le mosse
misurandole

i fiori nei balconi vivono il silenzio
immobili, senza muoversi

e poi c’è la vita che agita pensieri e sentimenti

e non tradisce mai il delirio di voler continuare a vivere.

Le generazioni passate hanno tramandato
che la vita continua sempre
nonostante le durezze, le confusioni della morte
e del sonno, il nutrimento che scarseggia d’amore

eppure io esisto come creatura fra molte
come un lampo che regala frenesie melanconiche,

voglio esistere in un solo accenno di pensiero
senza loquacità di teste.

 

 

 

 

 

C’era un albero vivo nella casa al mare
un legno pieno di vita e di cicale
era un ulivo al sole,

questo si abbeverava della poca acqua
che scendeva come immenso dono

era l’albero dell’infanzia

era l’albero del mio passato
delle mie solitudini appesantite di durezze
delle mie ricerche di cocci nella terra
del mio pianto ingenuo senza logica

era l’albero dell’infanzia e dell’abisso della memoria.

 

 

 

 

 

Nel mattino le ombre scompaiono
si rifugiano negli anfratti delle strade
come fantasmi inebriati di solitudine e di scomparsa

gli uomini camminano immersi in lavori fatui
per noncuranza di umanità

mentre gli alberi con le radici sospirano l’amore sommerso, quello tragico
che cammina nelle vene della terra.

Ogni mattino perpetua la sua memoria
alacre e tremante
forte e fragile

(il fulcro è prepararsi all’impossibile)

l’incipit è nascere
il declino è la notte dei silenzi e delle promesse
della magia e del sonno fitto ma delimitato in ore

ma (il declino vero) sarà la liberazione del corpo pesante e furioso
il pensiero che si libera, il riverbero dell’anima.

 

 

 

 

 

Il divino risiede nelle creature
con una timidezza che vorrebbe esplodere

e rifinisce l’anima con la generosità intatta
dell’universo.

Ho capito che nei bambini attecchisce il genuino equilibrio
di correggere le imperfezioni di carattere
di comprendere difetti e mancanze,

ho imparato che i fondali marini sono gli omonimi dei cieli notturni
e i miei occhi le corrispettive luci del buio

(ho imparato) con l’esperienza che il corpo racchiude
il terribile urlo d’anima fagocitandolo.

 

Eloisa Ticozzi è nata a Milano il 17 12 1984. Attualmente si sta laureando in medicina all’Università Statale di Milano. Scrive per il giornale on-line “MilanoFree” nella categoria Mostre e arte. Studia autonomamente la lingua russa.
Sue poesie sono state pubblicate nell’antologia Il sentiero delle muse, pubblicata da Rupe Mutevole Edizioni. La silloge Figli segreti ha ottenuto una Menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano 2018 e al Premio Internazionale Indipendente 2018 ed è stata pubblicata da Edizioni Kolibris nel 2019.

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