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Ernst Weiß, La prova del fuoco (anticipazione)

Se il loro destino è illuminare, le stelle devono ardere. Non diversamente da noi. Non più chiare, non più opache. Incendio è incendio. Le stelle non sono in pace, si scontrano l’una con l’altra in enormi battaglie, oppure si evitano a vicenda in un odio silenzioso, come ha fatto mia moglie con me. Se sono vicine tra loro, penetrano sfrenate l’una nell’altra in inconcepibili fusioni incandescenti, ed è dal calore inimmaginabile che scaturiscono nuovi mondi. Solo per un nuovo sfacelo. Pace? O le stelle si evitano reciprocamente, come ha fatto mia moglie con me, oppure bruciano nello stesso fuoco. Penetrano l’una nell’altra, fuoco nel fuoco, annientamento nell’annientamento. Se prima si sono mosse in orbite ordinatissime per eoni, per milioni di anni, ora devono incontrarsi un’ultima volta, soltanto per gettarsi a vicenda fuori dall’orbita. Se vivono è soltanto nel fuoco. Fluttua, il fuoco, divora, balza in alto e guizza all’indietro. Pace? Quando le stelle muoiono, si dissolvono in fango informe, infuocato e incandescente. In nessun luogo avranno sepoltura. Si sono scisse in pezzi, sono divenute mota informe, sudici rifiuti nei mercati, frutta marcia, massa inutile e sostituibile. Invano tentano di ripetere la vecchia fusione, di ricostruire la propria casa, un tempo solidissima, che avevano impiegato miliardi di anni a costruire. È solo che noi non viviamo abbastanza da assistere alla loro distruzione. Ciò che ci mostrano è soltanto menzogna. La loro durata non è durata, la loro legge non è legge, la loro quiete non è quiete, la loro pace non è pace. Sono anonime, come me. Sconosciute, come me. Senzatetto come me. Nonostante tutte le battaglie, sole. O materia senza senso, sparpagliata con movimento centrifugo, o destino infelice quanto il mio. Le stelle, infatti, dapprima hanno un senso, in seguito, nel loro sorgere e declinare, sono sottomesse a forze potentissime, che esse non vedono, che a loro volta non le riconoscono. Hanno un destino? Sono involucro e materia soltanto? Se hanno un destino è la loro condanna, ma non a ragione.

Non c’è alcun senso nella loro vita, nessuna giustificazione nella loro morte. Il loro amore è casualità, come lo era il mio, umore, stato d’animo, approssimazione. Per milioni di anni restano prive di autentica grazia, prive di autentica gioia, procedono, rovine della propria grandezza, fantasmi del proprio passato. Sopra di loro non c’è un sopra, sotto di loro non c’è un sotto, devono bastare a se stesse, come mia moglie. Dall’incommensurabilità del reale essere corporale, qualcosa le ricaccia nell’incommensurabilità dell’essere celeste. Esse stesse sono cielo, la loro parola è l’ultima, oltre non c’è più nulla.

La superficie degli astri, il loro involucro esteriore, è fuoco, così come il loro interno, la loro anima. Ma cosa sarà questo fuoco, cosa significherà il loro incendio? Perché i deserti e le dune, i laghi e le montagne, i pendii e i vulcani, i fiumi e i mari, i loro continenti e le loro isole, tutti fatti di fuoco e delimitati da fiamme? Perché i loro fiori di fuoco che crescono in prati di fuoco, giorgine e acacie, i loro boschi che sibilano nel fuoco, i loro uccelli che si cullano su ali di fuoco, i loro animali a caccia in pellicce di fuoco, le loro anime di fuoco, che vivono in corpi di fuoco lassù, nei continenti celesti? Sono anime come la mia, sono materia, sostanza priva d’anima e sentimento, che obbedisce a leggi soltanto fìsiche? Le stelle non sono silenziose. È solo che noi non le sentiamo. Le separa da noi un vuoto smisurato, un nulla assoluto, noi non le comprendiamo, come io non comprendevo mia moglie, tacciono, come tace un morto accanto a un vivo. Nel loro mondo però, tutto infuria e si arresta, esse hanno il proprio modo di cantare e gridare, di far chiasso e di esultare, d’imprecare e bisbigliare, questo frastuono delle stelle infuocate, che l’orecchio umano neppure intuisce, questo frastuono delle stelle che parlano con lingue di fuoco. Esse hanno un nome, cioè siamo noi a chiamarle con i nomi Saturno e Orione, Giove e Vega, ma loro come ci chiamano? Noi ci rivolgiamo a loro pregando. Loro abbassano lo sguardo su di noi? La loro immane esistenza deve essere inutile, del tutto inefficace, al punto da non fornire neppure la minima consolazione nella propria colpa di fuoco e di sangue a me, al minuscolo uomo errante? Perché allora lo spazio incommensurabile, perché l’estremo? Perché la loro vita infinita… è comunque una morte inesorabile a metterle fine? Gli astronomi hanno scoperto punti neri nello spazio celeste, la cui esistenza si spiega solo con l’ipotesi che in quel punto ruotino masse di astri morti che non hanno neppure il freddo, gelido riflesso argenteo della luna o di una cornea rifratta. Ma neppure l’immensa forza delle stelle ci raggiunge. Cosa significano per noi la loro vita di fuoco e la loro morte di fuoco? Cosa il loro indescrivibile frastuono? Esso non ci disturba. Cosa significa la loro silenziosa calma apparente, cosa la loro massa, che pare così nobile?

Non c’è verità, prova, appiglio in loro, non una parola per noi, non una legge in loro, non un virile cielo stabile e sempre forte sopra la femminile terra, instabile e debole? Non possiamo sollevare gli occhi verso di loro, come innumerevoli stirpi di uomini inginocchiati hanno fatto?

 

Ernst Weiß, La prova del fuoco
In uscita per Edizioni Kolibris
Traduzione di Chiara De Luca

 

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