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Ernst Weiß, La prova del fuoco

I ratti nelle cantine e nelle crepe del muro sono più intelligenti. Intuiscono il pericolo. Finora si sono trattenuti all’ingresso della cantina, ma non possono più restarvi a lungo. Per metà pieni di paura, per metà sfrontati, sporgono i musi appuntiti tra gli angoli delle mura indorati da scintille di fuoco. Dove prima c’era ancora freddo, le mura cominciano a surriscaldarsi e a scheggiarsi, perché il fuoco procede dall’alto verso il basso. I piccoli animali bruniti dalla sporcizia si scuotono di dosso i pezzetti di malta bollente che cadono loro sulle grandi orecchie nude. Con gli occhi scintillanti si guardano con attenzione intorno. Ma non c’è luogo in cui possano incontrare esseri più fortunati di loro, che forniscano loro l’esempio di una salvezza, di una via d’uscita. Inquieti raspano con le zampe artigliate, come se volessero tentare di seppellirsi. Le lunghe code nude si muovono con rabbia in qua e in là. I ratti fischiano e aspettano una risposta. Soltanto il fuoco soffia.

Sventurata è questa notte spaventosa. Nel mezzo di questa sventura però, si assiste a una scena indimenticabile: sulla strada compare una di queste bestiole, una femmina, che tiene di traverso in bocca un topolino che squittisce. Zoppicando sul duro asfalto del marciapiede, trascinandosi dietro come una corda la lunga coda sottile, tenta con decisione di salvare se stessa e il piccolo dalla zona invasa dal fuoco. Invano. La sventurata creatura si ferma con il figlio appena all’inizio. Il piccolo le è scivolato fuori dalla bocca aperta, o si è liberato con uno strattone. E subito brucia come una mela che sfrigola nel grande focolare domestico, la madre può ancora vederlo. Non soltanto deve provare lo strazio di vedere il proprio figlio perduto, ma deve sopportarne sulla pelle le stesse sofferenze, condividendole con lui. Io posso soltanto intuirle. La bestia serra impotente le labbra, come per scherno i baffi sul muso si arricciano e il fuoco le scivola come polpastrelli sul dorso. Ma il ratto difende la propria vita. Possiede una natura forte. Digrigna i bianchi denti scoprendo gli aguzzi canini taglienti. L’animale raccoglie tutte le proprie forze per strappare le zampette dall’informe fondo asfaltato inerte, ma solo per un istante: è già tutto finito. È per me una piccola consolazione che l’animale, a partire dal primo tentativo fatto per salvarsi, abbia dovuto soffrire appena mezzo minuto. Adesso, nel punto in cui prima si trovava il topo, c’è soltanto un fuocherello che sfrigola e fiammeggia. Improvvisamente, al posto del corpo dell’animale, sta steso un minuscolo scheletro, che all’inizio è ancora avvolto da resti di pelle e di carne. Un attimo dopo, però, ci sono soltanto ossicini chiarissimi, che paiono cesellati, arsi dal fuoco. Le singole parti, la gabbia toracica, la colonna vertebrale, gli arti e la testa, sono unite da tenere membrane sottilissime, che emanano uno scintillio rosato. Mentre il calore aumenta sempre di più, i compagni di stirpe del ratto si sono di nuovo rifugiati nel buio passaggio sotterraneo sopra di loro. Lo scheletro fende l’aria leggero come una piuma, e il vento lo trasporta oltre e più in alto, lontano dal focolaio dell’incendio.

I capi dei vigili del fuoco tacciono. Cosa conta per loro l’esistenza di un alberello? Cosa la vita di un ratto? Sono troppo presi dalle proprie preoccupazioni per potersi curare del fatto che quello che ritengono un sordido animale da cantina si sia trasformato in una farfalla che vola in direzione delle stelle.

Ernst Weiß, La prova del fuoco, in uscita per Edizioni Kolibris
Traduzione e introduzione di Chiara De Luca

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