Facebook

Eugénio de Castro

A cura di Emilio Capaccio

O dilúvio

Há muitos dias já, há já bem longas noites
que o estalar dos vulcões e o atroar das torrentes
ribombam com furor, quais rábidos açoites,
ao crebro rutilar dos coriscos ardentes.

Pradarias, vergéis, hortos, vinhedos, matos,
tudo desapar’ceu ao rude desabar
das constantes, hostis, raivosas cataratas,
que fizeram da Terra um grande e torvo mar.

À flor do torvo mar, verde como as gangrenas,
onde homens e leões bóiam agonizantes,
imprecando com fúria e angústia, erguem-se apenas,
quais monstros colossais, as montanhas gigantes.

É aí que, ululando, os homens como as feras
refugiar-se vão em trágicos cardumes.
O mar sobe, o mar cresce. e os homens e as panteras,
crianças e reptis caminham para os cumes.

Os fortes, sem haver piedade que os sujeite,
arremessam ao chão pobres velhos cansados,
e as mães largam, cruéis, os filhinhos de leite,
que os que seguem depois pisam, alucinados.

Um sinistro pavor; crescente e sufocante,
desnorteia, asfixia a turba pertinaz:
ouvem-se urros de dor, e os que vão adiante
lançam pedras brutais aos que ficam pra trás.

Raivoso, o touro estripa os míseros humanos
que o estorvam, ao correr em fuga desnorteada,
e pelo ar tenebroso as águias e os milhanos
fogem, com vivo horror, daquela estropeada.

Cresce a treva infernal nos cavos horizontes;
o oceano sobe e muge em raivas cavernosas,
e as ondas, a trepar pelos visos dos montes,
fazem de cada vez cem vítimas chorosas!

Os negros vagalhões, nos bosques mais cimeiros,
silvam e marram já, em golpes iracundos;
resplendem raios mil em rútilos chuveiros,
e os corvos, a grasnar, desolham moribundos.

Blasfémias, maldições elevam-se à porfia;
fustigado pelo raio, aumenta o furacão;
cada ruga do mar acusa uma agonia,
cada bolha, ao estalar, solta uma imprecação.

Cresce o mar, sobe o mar …e traga, rudemente,
da mais alta montanha o píncaro nevado.
e um tremendo trovão aplaude a vaga ardente,
que envolve, ao despenhar-se, o último condenado.

Cresce o mar, sobe o mar, que já topeta os céus:
e, levada pelo fero e desabrido norte,
sua espuma, a ferver, molha o rosto de Deus,
que lhe encontra um sabor nauseabundo de morte …

Cresce o mar, sobe o mar …Cada vaga é uma torre!
No céu, o próprio Deus melancólico pasma …
E, pelos vagalhões acastelados, corre
a Arca de Noé, qual navio-fantasma …

 

 

 

 

 

Epígrafe

Murmúrio de água na clepsidra gotejante,
Lentas gotas de som no relógio da torre,
Fio de areia na ampulheta vigilante,
Leve sombra azulando a pedra do quadrante,
Assim se escoa a hora, assim se vive e morre.

Homem, que fazes tu? Para quê tanta lida,
Tão doidas ambições, tanto ódio e tanta ameaça?
Procuremos somente a beleza, que a vida
É um punhado infantil de areia ressequida,
Um som de água ou de bronze e uma sombra que passa.

 

 

 

 

 

 A Coroa de Rosas

A fim, oculto amor, de coroar-te,
de adornar tuas tranças luminosas,
uma coroa teci de brancas rosas,
e fui pelo mundo afora, a procurar-te.

Sem nunca te encontrar, crendo avistar-te
nas moças que encontrava, donairosas,
fui-as beijando e fui-lhes dando rosas
da coroa feita com amor e arte.

Trago, de caminhar, os membros lassos,
acutilam-me os ventos e as geadas,
já não sei o que são noites serenas …

Sinto que vais chegar, ouço-te os passos,
mas ai! nas minhas mãos ensangüentadas
uma coroa de espinhos trago apenas!

 

 

 

 

 

Três Rosas

Sempre, mas sobretudo nas brumosas
Horas da tarde, quando acaba o dia,
Quando se estrela o céu, tenho a mania
De descobrir, de ver almas nas cousas.

Pendem deste gomil três lindas rosas;
Uma é rosada, a outra branca e fria,
Rubra a terceira; e a minha fantasia
Torna-as humanas, vivas, amorosas.

Sei que são rosas, rosas só! mas nada
Impede, enquanto cai lá fora a chuva,
Que a minha mente a fantasiar se ponha:

Por ser noiva a primeira, é que é rosada;
Branca a segunda está, por ser viúva;
A vermelha pecou … e tem vergonha!

 

Il diluvio

Sono già molti giorni, sono già lunghe notti
che il crepitio dei vulcani e il tuonare dei torrenti
rimbombano con furore, come rapidi nerbi,
nel cervello un rutilar di folgori ardenti.

Praterie, verzieri, orti, vigneti, boschi,
tutto è scomparso al rude scatenarsi
delle costanti, ostili, rovinose cataratte,
che fecero della terra un grande e torvo mare.

Al fiore del torvo mare, verde come cancrena,
dove uomini e leoni galleggiano agonizzanti,
inveendo con rabbia e angoscia, s’alzano appena,
come colossali mostri, montagne giganti.

È la che, ululando, gli uomini come le bestie
vanno a rifugiarsi in tragici branchi.
Il mare s’alza, cresce, e gli uomini e le pantere,
creature e rettili camminano per le creste.

I forti, senza aver pietà che li assoggetti,
spingono a terra poveri vecchi stanchi,
e le madri lasciano, crudeli, i piccoli da latte,
che quelli che seguono pestano, allucinati.

Un terrore sinistro; crescente e soffocante,
disorienta, asfissia la folla tenace:
si sentono urli di dolore e chi va avanti
lancia pietre brutali a chi resta indietro.

Inferocito, il toro sventra i miseri umani
che lo ostacolano, correndo in fuga disorientata,
e nell’aria tenebrosa aquile e poiane
fuggono con orrore vivo, da quella fiumana.

Cresce la tenebra infernale nei cavi orizzonti;
l’oceano si solleva e soffia con rabbie cavernose,
e le onde, salendo per le facciate dei monti
fanno ogni volta cento vittime piangenti!

I neri cavalloni, nei boschi più elevati,
fischiano e si scontrano già, con colpi iracondi;
splendono mille raggi in rutile piogge,
e i corvi, crocidando, cavano occhi ai moribondi.

Bestemmie, maledizioni salgono in conflitto;
fustigato dal raggio, aumenta il tifone;
ogni ruga del mare accusa un’agonia,
ogni bolla scoppiando, scioglie un’imprecazione.

Cresce il mare, s’eleva il mare … e porta, rudemente
della più alta montagna la vetta innevata,
e un tremendo tuono applaude l’onda ardente,
che copre, abbattendosi, l’ultimo condannato.

Cresce il mare, s’eleva il mare, che già tocca i cieli:
e trascinata dal feroce e aspero nord,
la sua schiuma, fervendo, bagna il volto di Dio,
che avverte un sapore nauseante di morte …

Cresce il mare, s’eleva il mare …Ogni onda è una torre!
Nel cielo, il proprio Dio malinconico stupisce …
E sui frangenti accastellati corre
l’Arca di Noè, come una nave fantasma …

 

 

 

 

 

Epigrafe

Rumorio d’acqua nella clessidra gocciolante,
lente gocce ticchettanti nell’orologio della torre,
filo di sabbia nella boccetta vigilante,
ombra lieve che azzurra la pietra del quadrante,
così scorre l’ora, così si vive e si muore.

Uomo, che stai facendo? Perché tanta ferita,
tante folli ambizioni, tanto odio e tanta rissa?
Cerchiamo solamente la bellezza, che la vita
è una piccola manciata di sabbia inaridita,
un suono d’acqua o di bronzo e un’ombra che passa.

 

 

 

 

 

La corona di rose

Occulto amore, al fin di coronarti,
adornare le tue trecce luminose,
una corona ho intrecciato di bianche rose,
e sono andato per il mondo a cercarti.

Senza mai trovarti, credendo di scorgerti
fra donne che incontravo, sciccose,
io le baciavo, io le porgevo delle rose
dalla corona fatta con amore e arte.

Trascino, sul cammino, i piedi lassi,
mi acutizzano i venti e le gelate,
non so più cos’è una notte serena …

So che stai per arrivare, si sentono i passi,
ma ahimè! nelle mie mani insanguinate
una corona di spine porto appena!

 

 

 

 

 

Tre rose

Sempre, ma soprattutto nelle nebbiose
ore della sera, quando il giorno scorre via,
quando il cielo si stella, ho una mania
di scoprire, di veder anime nelle cose.

Pendono da questa brocca tre belle rose;
una è rosata, una bianca e restia,
rubra la terza; e la mia fantasia
le fa essere umane, vive, amorose.

So che son rose, rose soltanto! ma cosa
c’è di male, benché là fuori piova,
se fantasticare la mia mente agogna:

rosata è la prima perché da poco sposa;
bianca la seconda perché vedova;
la rossa peccò …e ha vergogna.

 

Eugénio de Castro nacque il 4 marzo del 1869 a Coimbra, capitale dell’omonimo distretto, nella regione centrale del Portogallo. Si formò nel “Curso Superior de Letras” di Lisbona e qualche anno più tardi ritornò nella sua città natale per insegnare Lettere all’Università di Coimbra. Pubblicò la prima raccolta di poesie nel 1884, dal titolo: Cristalizações da Morte. Nel 1887 collaborò con il giornale: “O Dia”. Nel 1889 fondò, insieme a João Menezes e Francisco Bastos, la rivista: Os Insubmissos”. Contemporaneamente collaborò con altre riviste, quali: “Boémia nova”, “A Imprensa”, “Ave Azul”, “A Semana de Lisboa”. Nel 1890 e nel 1891, pubblicò rispettivamente Oaristos e Horas, due raccolte poetiche che rappresentarono per molti critici la nascita del simbolismo decadentista in Portogallo. Nel 1895, insieme a Manuel da Silva Gaio, fu co-fondatore della rivista internazionale “Arte”, che riuniva testi di autori portoghesi e stranieri dell’epoca. Il 22 maggio del 1898 sposò Brígida Augusta Correia Portal, dalla quale ebbe 6 figli. A partire dal 1900, con la pubblicazione della raccolta poetica: Constança, la sua poesia si evolse in uno stile più neoclassico, spostando l’interesse verso l’antichità classica e il passato portoghese, evidenziando nei suoi versi un certa vicinanza con il “saudosismo”, ovvero con quel movimento letterario e filosofico fondato in Portogallo da Teixeira de Pascoaes che spiegava l’atteggiamento umano nei confronti del mondo come dettato dalla “saudade”, quale tratto spirituale che definisce tipicamente l’anima portoghese. Delle numerose raccolte poetiche successive si ricordano principalmente: Depois da Ceifa (1901), A Sombra do Quadrante (1906), O Cavaleiro das Mãos Irresistíveis (1916), Cravos de Papel (1922), Ultimos Versos (1938). Morì a Coimbra, il 17 agosto del 1944, all’età di 75 anni.

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: