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Eva Bourke, A View of Berlin / Uno scorcio di Berlino

A View of Berlin

 

A Turner sunset. Descent of late-May night, wispy grey
fabrics are lowered over rooftops, dreary post-war
tower blocks. Darkness embraces the lindens,
their diadems splendid and intricate as Gothic spires,
flows otter-sleek through arches, leans
in doorways, open windows, encircles all. The past
never comes to an end here, a coal barge chugging
upstream drags a long memorandum in its wake,
Cyrillic lettering crinkles the slick surface.

Boats moored to the Spree banks rock on the backwash,
the small waves slap and buffet the hulls.
Seated on deck where a confluence of tributaries causes
the sluggish river to widen and slip through a series
of locks, all sparkle and obsidian lustre, we watch
tourist boats being lifted to the next level,
strings of light bulbs looped around prow and rail,
people in summer gear stride across bridges and the bright
trains stream past along tall, spindly elevations.

Dressed up in flimsy stuffs, diaphanous and dusky,
the new-fangled city drowses on the opposite bank,
a mirage, where Mosquitos, Halifaxes once swooped
across the black-out streets spilling their cargos.
Traffic sounds are muted, discreet as the song
the night hums to itself. On the squat complacent
turret of the Palace of Justice a corona of warning lights
signals stern sentences to all, and the bulky
star-tipped domes go off and on disputing
eternally. War hides nearby in a basement room
busy drafting a memoir, a work in progress,
bending low over the latest murderous chapters.
And now the night releases its spillage of black
oil and the gas lanterns lining the long
streets spread the dim glow of bad
memories. Again the rough drafts of yet
another beginning—but how could one on such nights,
you ask, imagine the perfect machinery of control

that severed the river once, barbed wire, mines
watch towers, guards, guns spelling death to anyone
brave or foolish enough to attempt swimming
across. It became a graveyard. So many tragedies,
so many lost. The lists state: drowned, shot—or both.
Between high-rises on the island near us where fire-storms
had blazed devouring house by house, enshrined
in the lindens’ tabernacle, a nightingale suddenly
strikes up its midnight song, hidden, we think,

among the topmost branches or in a tangle
of willows on the far bank, singing at
the behest of a forgotten minor godhead passing
through en route somewhere: the god of reed pipes,
cat calls, piccolo flutes, the god of street-gang
whistles, radio Warsaw signature tunes,
the god of trills and grace notes, in the guise of a Venetian
youth, descant or altus: the dulcet staves
of a wordless miserere that echo in the lofts of the night clouds

an oboe d’amore at odds with the percussive bass notes
of the traffic, calling across distances as the world goes round
on tiptoe forgetting all about its business,
the handsome woman at the table near us who’s been
relating a litany of loss to her friend raises
her head and falls silent to hear the bird’s
ringing affirmations, a group of Russian tourists
in the prow quietly put down their drinks, all of us
listen as to a child calling outside the window,

insistent, melodious, to return to the unmutilated
garden, place of leaf shadow, of forbearance, secrets
and unrestrained singing among willows, scrub, weeds,
nettles, wild angelica, buttercups, tangled grasses;
even the no-nonsense waitress busy clearing
away the glasses stands still beneath a flickering
halo of night moths that circle the deck lamp, talking
to herself as though trying to solve a mystery,
a question not even the merciful night can answer.

 

Eva Bourke, da Piano, Kolibris 2012

Uno scorcio di Berlino

 

Un tramonto di Turner. Cala la notte di fine maggio,
strutture grigiastre basse sui tetti delle case, tetri blocchi
turriti del dopoguerra. Il buio abbraccia i tigli, i loro
diademi splendidi e intricati come spire gotiche,
scorre lucida lontra dagli archi, si sporge da soglie
finestre aperte, circonda ogni cosa. Il passato
qui non ha fine, una chiatta di carbone che risale
sbuffando la corrente lascia un lungo memorandum
sulla scia, caratteri cirillici increspano la superficie.

Ormeggiate sulle rive dello Spree barche oscillano nella risacca,
piccole onde battono e schiaffeggiano gli scafi.
Seduti sul ponte dove un confluire di affluenti fa
ampliare il fiume e scivolare tra una serie di chiuse,
tutto un lustro e scintillio d’ossidiana, guardiamo
barche turistiche sollevate al livello successivo, corde
di bulbi di luce allacciate tra prua e parapetto,
gente in abiti estivi attraversa ponti e luminosi
treni sfrecciano su esili cavalcavia sopraelevati.

Vestita di stoffe leggere, scure e diafane, la città
ricostruita sonnecchia sull’opposta riva, miraggio, dove
Mosquitos, Halifaxes scesero un tempo in picchiata
sul black-out delle strade rilasciando il proprio carico.
I rumori del traffico sono attutiti, discreti come la litania
che canticchi la notte. Sulla tozza torretta compiaciuta
del Palazzo di Giustizia una corona di luci di segnalazione
condanna tutti duramente, e le corpulente volte
stellate vanno e vengono litigando eternamente.
Nei pressi la guerra è in agguato in un seminterrato
intenta ad abbozzare un memoriale, un work in progress,
chinandosi a fondo sui funesti capitoli finali.
E ora la notte rilascia il suo stillicidio di olio
nero e lanterne a gas che delineano le lunghe
strade spandono il cupo riverbero di brutti
ricordi. Di nuovo l’abbozzo di ancora
un altro inizio – ma come si può in notti del genere,
chiedi, immaginare la macchina perfetta del controllo

che divise un tempo il fiume, filo spinato, torrette
di miniere, guardie, fucili che condannano a morte
chi è così coraggioso o impazzito da tentare a nuoto
il passaggio. Divenne un cimitero. Così tante tragedie,
tante perdite. Le liste dicono: annegato, fucilato– o entrambe le cose.
Tra palazzoni nell’isola vicina dove tempeste di fuoco
sono avvampate divorando casa dopo casa, custodito
nel tabernacolo dei tigli, un usignolo all’improvviso
intona il canto di mezzanotte, nascosto, pensiamo,

tra i rami più alti o dentro un intrico
di salici sulla riva distante, cantando al comando
di un dio minore negletto che in qualche posto
attraversa la strada: il dio delle ancie, dei richiami
felini, dei piccoli flauti, il dio dei fischi delle bande
di strada, dei motivi delle sigle di Radio Varsavia
il dio di trilli e note di grazia, in forma di gioventù
veneziana, discanto o alto: il pentagramma soave
di un muto miserere echeggia nella volta di nubi notturne

oboe amoroso duetta con le note percussive di basso
del traffico, chiamando da lontano mentre il mondo
gira in punta di piedi scordando quel che ha da fare,
la bella donna al tavolo accanto che ha snocciolato
finora all’amica una litania della perdita alza il capo
e tace per ascoltare le asserzioni squillanti
degli uccelli, un gruppo di turisti russi
sulla prua posa i bicchieri con calma, noi tutti
ascoltiamo un bambino alla finestra che invoca,

insistente, melodioso, il ritorno al giardino vergine,
luogo d’ombra, indulgenza, di segreti e canto sfrenato
tra salici, erbacce, sterpaglie,
ortica, angelica selvatica, ranuncoli, erbe intricate;
perfino la cameriera seriosa intenta a sparecchiare
i bicchieri si ferma sotto un alone scintillante di falene
che accerchiano la lampada sul ponte, parla da sola
come per risolvere un mistero, una domanda cui
neppure la notte più pietosa può porgere risposta.

 

Traduzione di Chiara De Luca

 

Eva BourkeEva Bourke was born in Germany and has lived in Ireland for many years. She studied German Literature and History of Art at the University of Munich. She has published two anthologies of Irish poetry in German translation, as well as a selection of the work of the German poet Elisabeth Borchers, translated into English, Winter on White Paper (2002). Her own collections of poetry include: Gonella, Litany for the Pig, Spring in Henry Street and Travels With Gandolpho (2000), The Latitude of Naples (2005) and, most recently, piano (2011), the latter three from Dedalus. She is also co-editor, together with Borbála Faragó, of Landing Places: Immigrant Poets in Ireland (2010). Eva Bourke has lectured extensively on contemporary Irish poetry in the USA, Germany, Austria and Hungary.

Eva BourkeEva Bourke è nata in Germania e vive in Irlanda da molti anni. Ha studiato Letteratura tedesca e Storia dell’arte all’Università di Monaco. Ha pubblicato due antologie di Poesia irlandese tradotte in tedesco e una selezione di opere della poetessa tedesca Elisabeth Borchers, da lei tradotta in inglese, Winter on White Paper (2002). Tra le sue raccolte poetiche ricordiamo : Gonella, Litany for the Pig, Spring in Henry Street and Travels With Gandolpho (2000), The Latitude of Naples (2005) e piano (2011), le ultime tre pubblicate con Dedalus Press. È anche co-curatrice con Borbála Faragó, di Landing Places: Immigrant Poets in Ireland (Approdi: Poeti migranti in Irlanda, 2010). Eva Bourke ha tenuto numerose conferenze universitarie sulla poesia irlandese contempornea negli Stati Uniti, in Austria e in Ungheria.

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