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Eva Bourke

 

A cura di Chiara De Luca

 

 

IN PRAISE OF ROUND THINGS

Not the straight line, the acute angle, the shortest distance between two points

but the roundabout way, the circle that refuses to be squared

not the box, the cube, the cell

but fruit baskets, sacks of apples, apples rolling in the grass

a secret fluttering among the branches of the privet hedge

that accompanies the weaving of nests, the nests like minuscule baskets

not the rectilinear, the tetragon,

but the consolations of cycles giving birth to new stars, new women

the blue apple earth with its hot fluid heart

not the T-square, the ruler

but magnolia buds white and waxlike springing from winter boughs

speckled eggs in round nests and the rotundity of o and omega

and the lemon’s relations: the comfortable bellied pumpkins and melons

not the straightedge, the measure

but a ball rolling through the spring grass like a planet

one of nine spheroids with flattened poles orbited

by a sprinkling of moons

 

not the high-rise, the Mies Van der Rohe rectangles

but green domes of cathedrals, of mosques tiled with lapis and jade

and populated with saints staring down wide-pupilled with ecstasy

not the cruciform, the perpendicular

but the lightshow of the planetarium above the green river

the orrery of the Great Earl and the great ear of the observatory

that’s shaped like a saucer listening in on curved space

not the quadrangle, the hexahedron

but the sun’s startled eye at daybreak alighting

on Osias Beert’s porcelain bowls of strawberries and cherries

beside a platter of sombre brown olives

not the trunk, the casket, the locker

but the water barrel’s roundness, three water barrels’ three roundnesses

echoing a young woman’s chin and cheek

the apple’s round cheek as she takes a bite

like the eclipse on Tuesday round about seven which took a bite out of the moon

not the undeviating, the linear

but a clay bath from 3050 BC, its curviform rim still wet

the belly and breasts of the Willendorf goddess, forever pregnant

and smooth from being carried close to the heart and taken out in times of need

the shadow on the sundial at Tarascon that comes round and goes round

and the hands of all clocks that turn to the ticktock of a disc-like invasive shadow

not the meter, the level, the quadrennium

but the astronomical clock at Strasbourg with its one small cogwheel

on top of a system of cogwheels and pulleys

that in 28 000 years turns once imitating a circular movement of the axis of the earth

and which replicates precisely the revolution of all the planets

as on each stroke of twelve the apostles circle gravely around

the cock crows three times and a little skeleton hammers on its brass gong

not the parallels, the unswerving, the foursquare

not the motor ways and roads full of Monday-morning faces

but the boreens that go round and round through sundials of blackberries

past the glittering minutiae of winding sea roads

and return to the manifold skies of Henry Street

to three neighbours, their faces aligned with the sun, gossiping in their doorways

not the unbending, the adamantine, the compartment

but the pond in the forest which contains every known mineral blue

and a nymph of the same colour who is rarely seen

not the unyielding, the strait-laced, the ramrod

but droplets on leaves writing their rondeaux in praise of watery notation

of the concert pitch A (440 Hz) as played by the round mouth of the oboe

in praise of the comings and goings of dances, of tides

to the kettle drum beat of the sea

the staccato of hailstones on lean-to roofs, the whole theatre in the round

in praise of seasons returning with outbursts of daffodil meadows

and of moss corners in mill races, of grey rice-paper globes

glued together by assiduous wasps, of ring forts on round islands

of bracelets and the tenacity of their individual links

of spider webs with their rigorous radius

in praise of Parmigianino’s self-portrait, his young face smiling distortedly

from a convex mirror and in praise of seven hot air balloons

which we watched in Dresden one summer day

being inflated on the banks of the Elbe and taking to the sky one by one

in praise of Cezanne’s blue apples, of snail shells which combine elegance and strength

and in praise of the shimmering body lodged in the flesh of the oyster

and growing harder and more perfect like a love

that remains concealed to the end

 

 

 

ODE ALLE COSE ROTONDE

Non la linea retta, l’angolo acuto, la minor distanza tra due punti

ma la strada che aggira, il cerchio che rifiuta la quadratura

non la scatola, il cubo, la cella

ma cesti di frutta, sacchi di mele, mele a rotolare nell’erba

un segreto che frulla tra i rami della siepe di ligustri

accompagnando l’ondeggiare dei nidi, nidi come minuscoli cestelli

non il rettilineo, il tetragono,

ma le consolazioni dei cerchi a generare nuove stelle, nuove donne

la terra mela azzurra con il suo fluido cuore ardente

non la piazza a T, il righello

ma i bocci di magnolia cerulei che spuntano dai rami invernali

uova chiazzate in ceste tonde e la rotondità di o e omega

e i parenti dei limoni: le zucche e i meloni dal ventre pasciuto

non la siepe lineare, la misura

ma una palla che rotea nell’erba di primavera come un pianeta

uno dei nove sferoidi dai poli piatti orbitati da un pugno di lune

non l’altissimo, i rettangoli di Mies Van der Rohe

ma verdi cupole di cattedrali, di moschee rivestite di giada e lapislazzuli

e popolate di santi che guardano giù con le pupille dilatate dall’estasi

non il cruciforme, il perpendicolare

ma lo spettacolo di luci del planetario sopra il fiume verde

il planetario meccanico2 del Grande Conte e l’orecchio gigante dell’osservatorio

a forma di disco che ascolta in uno spazio curvo

non il quadrangolo, l’esaedro

ma l’occhio sorpreso del sole allo spuntar del giorno

sulle bocce in porcellana con fragole e ciliegie di Osias Beert3

accanto a una ciotola di olive marrone scuro

non il baule, lo scrigno, l’armadietto

ma la rotondità della botte d’acqua, tre botti d’acqua, tre rotondità

a echeggiare il mento e le guance di una giovane donna

la guancia mela rotonda quando lei dà un morso

come l’eclissi del martedì intorno alle sette che portò

via un morso di luna

non l’indeviabile, il lineare

ma la vasca da bagno in argilla dal 3050 d.C., il suo orlo curvilineo ancora umido

il ventre e i seni della Venere di Willendorf4, eternamente gravida,

e liscia perché tenuta accanto al cuore ed estratta al momento del bisogno

l’ombra sulla meridiana di Tarasco che circuisce e rotea

e le mani di tutti gli orologi che girano al ticktock di un’invasiva ombra circolare

non il metro, il livello, il quadriennio

ma l’orologio astronomico di Strasburgo con la sua sola ruota dentata

in cima a un sistema di ruote dentate e pulegge

che compie in 28.000 anni un giro imitando il moto circolare dell’asse della terra

e preciso riproduce la rivoluzione dei pianeti

mentre a ogni rintocco del mezzogiorno gli apostoli girano solenni intorno

l’orologio canta tre volte e uno scheletrino martella sul suo gong in ottone

non i paralleli, l’inflessibile, il quadrato

non strade e autostrade piene di visi del lunedì mattina

ma le stradelle che girano e girano attraverso meridiane di more

oltre le scintillanti minutiae di strade marine serpreggianti

tornando ai molteplici cieli di Henry Street

ai tre vicini, coi visi allineati al sole, a spettegolare sulle soglie

non l’irriducibile, l’adamantino, il settore

ma lo stagno nella foresta che contiene ogni minerale blu noto

e una ninfa dello stesso colore che si vede di rado

né quel che è rigido e non pieghi, la bacchetta

ma goccioline su foglie che scrivono il loro rondeaux in lode alla trascrizione acquosa

del concerto in A (440 Hz) così come lo canta la bocca tonda dell’oboe

in lode dell’andirivieni delle danze, delle maree

al tambureggiare del bollitore del mare

lo staccato della grandine su tetti spioventi, l’intero teatro nel girotondo

in lode delle stagioni che tornano con esplosioni di prati di giunchiglie

e d’angoli muschiosi nei canali del mulino, di globi grigi in carta di riso

incollati da vespe assidue, nell’anello dei fortini su isole tondeggianti

di braccialetti e della tenacia delle loro singole connessioni

di ragnatele dal raggio rigoroso

in lode dell’autoritratto del Pamigianino, il giovane viso che sorride sbieco

da uno specchio convesso e in lode di sette mongolfiere

che osservammo a Dresda un giorno d’estate mentre

le gonfiavano sulle rive dell’Elba per portarle una dopo l’altra in cielo

in lode delle mele blu di Cezanne, di gusci di lumache che combinano forza ed eleganza

e in lode del corpo scintillante rifugiato nella carne dell’ostrica

che s’indurisce e perfeziona come un amore rimasto

fino all’ultimo nascosto

 

 

 

 

 

 

POETRY SEMINAR

Look. Here it is, a tent

under the flowering plum tree,

patched, leaky, with broken zip.

It’s been here since August

or for the past five thousand years.

The maker’s label has faded.

Spiders added their signatures.

It housed children once

an entire Arabian night of tales

starlight entered through the flap

ahead of the storyteller’s long shadow.

Words followed and settled like obedient dogs.

You can live in it if you want —

dismantle it quickly, roll it up

and reassemble it wherever you like.

It will shelter you inside its blue grammar.

Each of its doors opens on silence.

If you listen well

it might tell you something familiar

that you never knew

not even in your wildest dreams.

 

 

 

SEMINARIO DI POESIA

Guarda. Eccola. Una tenda

sotto il pruno in fiore,

chiazzato, grondante, con la cerniera rotta.

È qui da agosto

o da cinquecento anni.

L’etichetta del creatore è sbiadita,

Ragni vi hanno aggiunto la firma.

Un tempo ospitava bambini

un’intera notte araba di storie

la luce delle stelle penetrava la grattaiola

davanti all’ombra lunga del cantastorie.

Le parole seguivano e si accucciavano come cani obbedienti.

Puoi viverci se vuoi —

smontala in fretta, riavvolgila

e rimontala ovunque vuoi.

Ti riparerà nella sua grammatica azzurra.

Ognuna delle sue porte dà sul silenzio.

Se presti bene ascolto

potrebbe dirti qualcosa di familiare

che non hai mai saputo

neppure nei tuoi sogni più sfrenati.

 

 

 

 

 

 

THE READER

Daily I read the blue novel of the sky,

turning page after page,

I follow the dazzling protagonist

on a difficult and solitary journey.

At night the narrative changes

as the dark theatre fills

with countless characters: stand-up comedians,

ferrymen, nymphs, hunters,

a whole zoo of bears, whales, unicorns,

and even objects, rusty

old shields, crowns,

weighing scales, belts.

At the centre of the action

the coolest of players

bathing in the light

of reflected glory.

The clouds have long chapters

devoted to them

in which their short tempers

and tendency to erupt,

their birth in rivers and lakes

and their hopeless love

for the light

are discussed in detail,

also the 15-odd different shades of dawn

184 its morning chat

with the early risers, the birds

are minutely recorded.

Many pages of this novel are torn

and dog-eared

from generations of readers,

and rain has discoloured its jacket

which tends to slip from the binding,

but the blurb still states majestically

that it is the highlight

of this particular author’s oeuvre,

the true magnum opus,

not a facsimile but the real McCoy,

whose fans run into numbers

inexpressible to the nlh degree.

 

 

 

IL LETTORE

Giornalmente leggo il romanzo azzurro del cielo,

girando pagina dopo pagina,

seguo l’abbagliante protagonista

in un viaggio impervio e solitario.

Di notte la narrazione cambia

mentre il teatro buio si riempie

d’infiniti personaggi: alzatevi commedianti,

traghettatori, ninfe, cacciatori,

un intero zoo di orsi, balene, unicorni,

e strani oggetti, rugginosi

vecchi scudi, corone,

bilance, cinghie.

Al centro dell’azione

il più fresco dei giocatori

fa il bagno nella luce

della gloria riflessa.

Le nuvole hanno lunghi capitoli

a loro dedicati

in cui la loro irascibilità

e tendenza a eruttare,

la loro nascita in fiumi e laghi

e il loro amore senza speranza

per la luce

sono discussi in dettaglio,

anche le 15 e più differenti sfumature dell’alba

il suo chiacchiericcio mattutino

coi più mattinieri, gli uccelli

sono minuziosamente registrati.

Molte pagine di questo romanzo sono strappate

e generazioni di lettori

ne hanno ripiegato gli angoli in orecchie,

e la pioggia ha scolorito la sopraccoperta

che tende a staccarsi dalla legatura,

ma la bandella ancora afferma maestosa

che è il culmine

dell’opera di questo valido autore,

l’autentico magnum opus,

non un facsimile ma il vero McCoy,

i cui fan s’imbattono in numeri

inesprimibili fino al grado enne.

 

 

 

 

 

 

da Piano, Kolibris, Bologna 2011

 

 

&

 

 

Even the simplest beginning requires an initial ceremony,

must be courteously prepared—three saints, seated in comfortable intimacy,

converse within the figured initial, the first letter on the manuscript page,

framed by the flamboyant interlacing of a rose bower, each flower,

each petal and leaf an alpha of commencement inked in red

and black, then followed by the application of gesso and after that gold leaf,

rubbed and burnished until the saints’ halos illuminate

the dark scriptorium alcove. It’s winter and through the diamonds

of the window panes a thin ray of the setting sun catches

on the gold, the visible breath of the apprentice scribe who has put on

his fingerless mittens and lit a candle to continue work

on the precise minuscules of the sentence he just began scripting—

every now and again using the ligature & that stands for and,

this small word, old as speech and mathematics, durable, a plank thrown

over a stream onto which a chanting procession will set foot

one by one, a bridge on a chasm that lovers stride across

unaware of the world’s disarray and noise, or singing in the wheels

of a train speeding from station to station.When we turn off

the light and music to go to our room, arms around each other,

pausing for a moment at the landing window to take

a look at the night sky, a parchment page primed and roughened

with chalk and ash on which minuscules flash like Carolingian silver

set at random among the ink-black initials of the cosmos,

you tell me of the scribe in his nocturnal scriptorium who invented the ligature &,

splicing the two letters of the Latin word et from sheer exhaustion,

just as when we hold each other, and you, taller by a few inches,

tiredly lean into me and I embrace you, we form together

a sign, interlaced, infrangible, and you say how his quill repeatedly

slipped from his grasp although he did amuse himself by drawing

drolleries on the margins—cartwheeling dragons and monkeys—

and how he is asleep now with his face on the book amidst jars

of red and blue paint, knives, reeds and lead points,

the benign smell of ink: et he has written again

and again, et in long columns marching like spiders down

the page, the second letter more and more aslant from tiredness,

entwined with the first for support, making one sign out of two.

 

 

 

&

 

 

Perfino il più semplice principio richiede una iniziazione,

va preparato con cura – tre santi, seduti in calda intimità,

conversano nell’iniziale decorata, la prima lettera sulla pagina del manoscritto,

incorniciata dall’intreccio sgargiante di un pergolato di rose, ogni fiore,

ogni petalo e foglia un’alfa di cominciamento in rosso

e nero, seguito da un’applicazione di gesso e dopo quella foglia d’oro,

sfregata e lucidata finché le aureole dei santi illuminano

l’alcova del buio scriptorium. È inverno e attraverso i diamanti

dei vetri della finestra un esile raggio di sole nascente si spande

sull’oro, il respiro visibile dell’apprendista scriba che ha indossato

le muffole e acceso una candela per proseguire il lavoro

sulle minuscole esatte della frase che ha appena iniziato a trascrivere–

di tanto in tanto usando la legatura & che sta per e,

questa piccola parola, antica quanto lingua e matematica, duratura, asse gettata

sopra un fiume dove una processione cantante porrà i piedi

uno dopo l’altro, ponte su un abisso che attraversano gli amanti

ignari del rumore e del caos del mondo, o cantando nelle ruote

di un treno che sfreccia di stazione in stazione. Quando spegniamo

luce e musica per raggiungere la nostra stanza, avvinti,

sostando un istante alla finestra del pianerottolo per dare

un’occhiata al cielo notturno, una pagina di pergamena irruvidita e lavorata

con cenere e gesso su cui minuscole splendono come argento carolingio

poste a caso tra le nere iniziali del cosmo,

mi dici dello scriba che nel suo scriptorium notturno inventò la legatura &,

congiungendo le due lettere della parola latina et per puro sfinimento,

proprio come quando noi ci teniamo l’un l’altro, e tu, di qualche centimetro più alto,

stancamente ti chini su di me che ti abbraccio, insieme formiamo

un segno, intrecciato, infrangibile, e tu dici di come la sua penna più volte

gli scivolasse di mano eppure si divertiva disegnando

stranezze sui margini – scimmie e dragoni turbinanti –

e di come ora dorma col viso sul libro tra barattoli

d’inchiostro rosso e blu, coltelli, canne e punte di grafite,

l’odore buono dell’inchiostro: et l’ha scritto e

riscritto, et in lunghe colonne di ragni che discendono

la pagina, la seconda lettera sempre più sbieca per stanchezza,

intrecciata con la prima a sostegno, unendo in uno due segni.

 

 

 

 

 

 

A View of Berlin

 

 

A Turner sunset. Descent of late-May night, wispy grey

fabrics are lowered over rooftops, dreary post-war

tower blocks. Darkness embraces the lindens,

their diadems splendid and intricate as Gothic spires,

flows otter-sleek through arches, leans

in doorways, open windows, encircles all. The past

never comes to an end here, a coal barge chugging

upstream drags a long memorandum in its wake,

Cyrillic lettering crinkles the slick surface.

 

Boats moored to the Spree banks rock on the backwash,

the small waves slap and buffet the hulls.

Seated on deck where a confluence of tributaries causes

the sluggish river to widen and slip through a series

of locks, all sparkle and obsidian lustre, we watch

tourist boats being lifted to the next level,

strings of light bulbs looped around prow and rail,

people in summer gear stride across bridges and the bright

trains stream past along tall, spindly elevations.

 

Dressed up in flimsy stuffs, diaphanous and dusky,

the new-fangled city drowses on the opposite bank,

a mirage, where Mosquitos, Halifaxes once swooped

across the black-out streets spilling their cargos.

Traffic sounds are muted, discreet as the song

the night hums to itself. On the squat complacent

turret of the Palace of Justice a corona of warning lights

signals stern sentences to all, and the bulky

star-tipped domes go off and on disputing

eternally. War hides nearby in a basement room

busy drafting a memoir, a work in progress,

bending low over the latest murderous chapters.

And now the night releases its spillage of black

oil and the gas lanterns lining the long

streets spread the dim glow of bad

memories. Again the rough drafts of yet

another beginning—but how could one on such nights,

you ask, imagine the perfect machinery of control

 

that severed the river once, barbed wire, mines

watch towers, guards, guns spelling death to anyone

brave or foolish enough to attempt swimming

across. It became a graveyard. So many tragedies,

so many lost. The lists state: drowned, shot—or both.

Between high-rises on the island near us where fire-storms

had blazed devouring house by house, enshrined

in the lindens’ tabernacle, a nightingale suddenly

strikes up its midnight song, hidden, we think,

 

among the topmost branches or in a tangle

of willows on the far bank, singing at

the behest of a forgotten minor godhead passing

through en route somewhere: the god of reed pipes,

cat calls, piccolo flutes, the god of street-gang

whistles, radio Warsaw signature tunes,

the god of trills and grace notes, in the guise of a Venetian

youth, descant or altus: the dulcet staves

of a wordless miserere that echo in the lofts of the night clouds

 

an oboe d’amore at odds with the percussive bass notes

of the traffic, calling across distances as the world goes round

on tiptoe forgetting all about its business,

the handsome woman at the table near us who’s been

relating a litany of loss to her friend raises

her head and falls silent to hear the bird’s

ringing affirmations, a group of Russian tourists

in the prow quietly put down their drinks, all of us

listen as to a child calling outside the window,

 

insistent, melodious, to return to the unmutilated

garden, place of leaf shadow, of forbearance, secrets

and unrestrained singing among willows, scrub, weeds,

nettles, wild angelica, buttercups, tangled grasses;

even the no-nonsense waitress busy clearing

away the glasses stands still beneath a flickering

halo of night moths that circle the deck lamp, talking

to herself as though trying to solve a mystery,

a question not even the merciful night can answer.

 

 

 

Uno scorcio di Berlino

 

 

Un tramonto di Turner. Discende la notte

di fine maggio, strutture grigiastre erano

basse sui tetti delle case, tetri blocchi turriti

del dopoguerra. Il buio abbraccia i tigli, i loro

diademi splendidi e intricati come spire gotiche,

scorre lucida lontra dagli archi, si sporge da soglie

finestre aperte, circonda ogni cosa. Il passato

qui non ha fine, una chiatta di carbone che risale

sbuffando la corrente lascia un lungo memorandum

sulla scia, caratteri cirillici increspano la superficie.

 

Ormeggiate sulle rive dello Spree barche oscillano nella risacca,

piccole onde battono e schiaffeggiano gli scafi.

Seduti sul ponte dove un confluire di affluenti fa

ampliare il fiume e scivolare tra una serie di chiuse,

tutto un lustro e scintillio d’ossidiana, guardiamo

barche turistiche sollevate al livello successivo, corde

di bulbi di luce allacciate tra prua e parapetto,

gente in abiti estivi attraversa ponti e luminosi

treni sfrecciano su esili cavalcavia sopraelevati.

 

Vestita di stoffe leggere, scure e diafane, la città

ricostruita sonnecchia sull’opposta riva, miraggio, dove

Mosquitos, Halifaxes scesero un tempo in picchiata

sul black-out delle strade rilasciando il proprio carico.

I rumori del traffico sono attutiti, discreti come la litania

che canticchi la notte. Sulla tozza torretta compiaciuta

del Palazzo di Giustizia una corona di luci di segnalazione

condanna tutti duramente, e le corpulente volte

stellate vanno e vengono litigando eternamente.

Nei pressi la guerra è in agguato in un seminterrato

intenta ad abbozzare un memoriale, un work in progress,

chinandosi a fondo sui funesti capitoli finali.

E ora la notte rilascia il suo stillicidio di olio

nero e lanterne a gas che delineano le lunghe

strade spandono il cupo riverbero di brutti

ricordi. Di nuovo l’abbozzo di ancora

un altro inizio – ma come si può in notti del genere,

chiedi, immaginare la macchina perfetta del controllo

 

che divise un tempo il fiume, filo spinato, torrette

di miniere, guardie, fucili che condannano a morte

chi è così coraggioso o impazzito da tentare a nuoto

il passaggio. Divenne un cimitero. Così tante tragedie,

tante perdite. Le liste dicono: annegato, fucilato – o entrambe le cose.

Tra palazzoni nell’isola vicina dove tempeste di fuoco

sono avvampate divorando casa dopo casa, custodito

nel tabernacolo dei tigli, un usignolo all’improvviso

intona il canto di mezzanotte, nascosto, pensiamo,

 

tra i rami più alti o dentro un intrico

di salici sulla riva distante, cantando al comando

di un dio minore negletto che in qualche posto

attraversa la strada: il dio delle ance, dei richiami

felini, dei piccoli flauti, il dio dei fischi delle bande

di strada, dei motivi delle sigle di Radio Varsavia

il dio di trilli e note di grazia, in forma di gioventù

veneziana, discanto o alto: il pentagramma soave

di un muto miserere echeggia nella volta di nubi notturne

oboe amoroso duetta con le note percussive di basso

del traffico, chiamando da lontano mentre il mondo

gira in punta di piedi scordando quel che ha da fare,

la bella donna al tavolo accanto che ha snocciolato

finora all’amica una litania della perdita alza il capo

e tace per ascoltare le asserzioni squillanti

degli uccelli, un gruppo di turisti russi

sulla prua posa i bicchieri con calma, noi tutti

ascoltiamo un bambino alla finestra che invoca,

 

insistente, melodioso, il ritorno al giardino vergine,

luogo d’ombra, indulgenza, di segreti e canto sfrenato

tra salici, erbacce, sterpaglie,

ortica, angelica selvatica, ranuncoli, erbe intricate;

perfino la cameriera seriosa intenta a sparecchiare

i bicchieri si ferma sotto un alone scintillante di falene

che accerchiano la lampada sul ponte, parla da sola

come per risolvere un mistero, una domanda cui

neppure la notte più pietosa può porgere risposta.

 

 

 

 

 

 

The Soul of the Piano

 

THE SOUL OF THE PIANO smells of damp backyards, potato soup, harbour bars after rain, of school rooms, war and gun powder, perfume and palace gardens in spring. I caress the piano’s soul, which is black and white in equal measure; sometime it is covered in ashes, sometimes gold leaf, I caress its varnished back, place a velvet cloth over it and listen to it breathe deeply, its strings tightened to tearing point. More than half a century ago, the soul of the piano came floating upstream on the Danube from the Black Sea – my father sailed it as it sang of the source of rivers and long dusty summer roads. My father was nine years old and wore a sailor suit and a boater with a blue ribbon. A Swabian cabinet-maker fished them out, built a lidded box for the soul of the piano, told it that its task was resonance and obedience and propped it upright against the wall of his tool shed. After my father had fled to live in the desert where he studied papyrus scrolls by starlight, it was abandoned and forgotten. Bats hung upside down asleep in its reverberating coffinblack case. Spiders, dragging their silken threads behind them, walked all over it and it fell into a long sleep wrapped in cobwebs, bat droppings and sawdust. Sometimes there was a faint echo of faraway bells in the shed. Sometimes a string snapped when rats marched on the broken keys. In a dream the soul of the piano danced in Warsaw streets and knelt on the Place de la Concorde amidst horse-dung and blood. It dreamed of storms, of thunder and hail showers, it dreamed of spring mornings. Once a young woman in pain from a broken heart said a name and the name stayed in the soul of the piano forever. Another time a man sick unto death dressed in coat tails with bloodied shirtfront played it more beautifully than anyone had ever played it. A magician from Africa cast a spell on it and it flew across continents like a comet releasing a trail of glittering notes. Sometimes the soul sheds its case and remembers how to use its keys to open all conceivable locks on earth.

 

 

 

L’anima del piano

 

 

L’ANIMA DEL PIANO odora di umidi cortili, zuppa di patate, bar portuensi dopo la pioggia, di aule scolastiche,

guerra e polvere da sparo, profumo e giardini di palazzi a primavera. Accarezzo l’anima del piano, bianca e nera in egual misura; talvolta è rivestita di cenere, talvolta di una lamina d’oro, ne accarezzo il lucido dorso, vi pongo sopra un panno di velluto e ne ascolto il respiro profondo, le corde tese fin quasi a spezzarsi. Più di mezzo secolo fa, l’anima del piano risalì ondeggiando dal Mar Nero il Danubio – mio padre al timone cantava della sorgente dei fiumi, di lunghe strade polverose d’estate. Mio padre aveva nove anni e indossava una divisa da marinaio e una paglietta con un nastro azzurro. Un ebanista svevo li ripescò e costruì una scatola con coperchio per l’anima del piano, le disse che aveva per compito obbedienza e risonanza e la pose ritta contro la parete del capanno degli attrezzi. Dopo che mio padre era fuggito per vivere nel deserto, dove studiò rotoli di pergamena alla luce delle stelle, fu abbandonata e dimenticata. Pipistrelli dormivano appesi a testa in giù nella sua cassa echeggiante, nera come una bara. Ragni, che dietro di loro tiravano fili setosi vi camminavano per poi cadere in un lungo sonno avvolti in ragnatele, guano di pipistrello e segatura. Talvolta nel capanno c’era l’eco sommessa di campane distanti. Talvolta una corda schioccava quando i ratti camminavano sulle chiavi spezzate. In sogno, l’anima del piano danzava per le strade di Varsavia, per inginocchiarsi in Place de la Concorde, tra sangue e sterco di cavallo. Sognava tempeste, tuono e scrosci di grandine, sognava mattini di primavera. Una volta una giovane donna addolorata col cuore spezzato disse un nome e quel nome rimase all’infinito nell’anima del piano. Un’altra volta un malato terminale, con indosso un frack e uno sparato rosso sangue, la suonò meglio di chiunque altro prima. Un mago africano vi gettò un incantesimo ed essa fluì come una cometa da un continente all’altro, rilasciando una scia di note scintillanti. Talvolta l’anima del piano rovescia la sua cassa e ricorda come usare le chiavi per aprire tutti i lucchetti possibili e immaginabili in terra.

 

 

 

 

 

 

Gardens

 

 

Early morning. Someone played Scarlatti sonatas

in the house that lies in a granite garden by the sea.

The notes walked single file on air

waves and high wires strung between roofs,

a well-tempered procession.

Was it any wonder that within minutes

blackbirds and larks appeared to exchange tunes?

 

 

 

Later I went out thinking how for your entire life

you can carry the memory of a green garden

in your head and the memory

of a damnation in jade and blue mosaics,

and not know which is which.

 

 

 

Come down to the strand, the encounter

of sea and rock where all ideas

are twofold. Borderland. The idea of stone

and of water. Two pebbles plus two runlets

make one world. Look at us, say the boulders,

we shine, we glimmer, we are splendid,

imprinted with the orange, white and black

macula of lichen, the pale grey lichen

that prickles under your soles.

Clusters of sea pinks grow from hairline

cracks on us. A miracle. They lift

their tufted heads shivering and bowing

to the wind. Come into our garden and rest—

we are scoured, clean and silent.

What more could you wish for?

 

 

 

The last judgement in the golden-walled basilica on the island

is made of small pieces of glass tinted with the ink of moth wings,

of buttercups, matted hair, bone splinters, blue glass, owl feathers,

coal, sugar, pewter, bitumen, jelly fish, finger prints, gold leaf, mussel

shells, bat droppings, metal, umbilical blood, Chinese ink, fog,

black silk, haemoglobin, eel skin, touchstones, cuckoo flower

petals, glacial snow, saliva, sea water, granite and quartz.

 

The boats pulled up on Moyrus strand at low tide—

how empty they are,

wide open to surveillance from above—

the sun that peers at them through its scorching lens

and others, sharp-eyed, hungry

always on the cruise for scraps,

the rare salt grotesques left behind in the nets—

 

and how still they are now

where all was movement,

gesture, lilt and drift.

They have sunk so deep into pale wet sand

their names can’t be read. Were it not

for mooring ropes and anchors

hooked to the rocks, we might all slip fast

from this measured and rooted world.

 

Sink or swim! says the sea, repeating its old

ultimatum and tugs at a portal in its depth

to let the iridescent shoals flit

from dark exits.

 

Awash with light, the boats wait

in the morning’s spot-lit auditorium

where a herring gull stands

on a draughty rostrum lecturing

on the idea of flight.

 

We, too, wait to be lifted, for the wind

to leaf through the next pages

of our narratives,

to be called by name and given back

to flux—the luminous wild passageways.

 

 

 

Giardini

 

 

Primo mattino. Qualcuno eseguiva le sonate di Scarlatti

nella casa su un giardino di granito in riva al mare.

Le note camminavano in fila per uno nell’aria

onde e corde tese tra i tetti,

una processione ordinata.

C’è forse da stupirsi che nel giro di qualche minuto

merli e allodole apparvero ad alterare il tono?

 

 

 

In seguito uscii pensando a come per tutta la vita

puoi portarti il ricordo di un verde giardino

in testa e nella memoria

di un maleficio di giada e mosaici azzurri,

e non saper discernere una cosa dall’altra.

 

 

 

Scendi alla spiaggia, l’incontro

di mare e roccia dove ogni idea

è duplice. Terra di confine. L’idea della pietra

e dell’acqua. Due ciottoli più due ruscelli

fanno un mondo. Guardaci, dicono i massi,

brilliamo, scintilliamo, siamo splendidi,

impressi d’arancio, nero e bianco

macula di licheni, il lichene grigio pallido

che ti punge le piante dei piedi.

Ciuffi di armeria marittima spuntano da sottili

fenditure sopra di noi. Un miracolo. Sollevano

le teste cispose che tremano e si gonfiano

al vento. Vieni nel nostro giardino e riposa–

siamo puliti, puri e silenziosi.

Cos’altro potresti desiderare?

 

 

 

Il Giudizio Universale nella basilica dalle mura d’oro sull’isola

è fatto di pezzetti di vetro sfumato con inchiostro d’ali di falena,

di ranuncoli, capelli arruffati, schegge d’osso, vetro azzurro, piume di gufo,

carbone, zucchero, peltro, bitume, medusa, impronte, sfoglia d’oro, mitili,

gusci, guano di pipistrello, metallo, sangue ombelicale, inchiostro cinese, nebbia,

seta nera, emoglobina, pelle d’anguilla, pietre di paragone, fiore di cuculo

petali, neve glaciale, saliva, acqua di mare, quarzo e granito.

 

Le navi issate sulla spiaggia di Moyrus con la bassa marea–

come sono vuote,

spalancate alla sorveglianza dall’alto–

il sole che le sbircia attraverso le lenti roventi

e altri, occhiuti, affamati

sempre a caccia di frammenti,

i rari grotteschi salati tralasciati nelle reti–

 

e come sono silenziosi adesso

dove tutto era movimento,

gesto, scorrere ritmato.

Sono tanto sprofondati nella sabbia umida e bianca

da non poterne leggere i nomi. Non fosse

per ancore e ormeggi agganciati

alle rocce, potremmo tutti scivolare via

veloci da questo mondo radicato e misurato.

 

Nuota o affonda! Dice il mare, ripetendo il suo

vecchio ultimatum e tira i portali negli abissi

per lasciar sgusciare i banchi iridescenti fuori

da uscite oscure.

 

Inondate di luce, le barche sono in attesa

nell’auditorium illuminato a sprazzi del mattino

dove un gabbiano reale sta in piedi

sopra un podio ventoso a far lezione

sull’idea del volo.

 

Anche noi attendiamo di levarci, che il vento

sfogli le pagine seguenti

dei nostri racconti,

essere chiamati per nome e resi

al flusso – i luminosi percorsi selvaggi.

 

 

 


 

 

 

 

Elementary Poem

after W.G. Sebald

Lord, I was on my way one night recently, heading

in the direction of Munich, São Paolo, Shanghai,

Mexico City, it was not yet morning,

when I saw in the distance below me

something remarkable in the area of Berlin

The inner courtyards of apartment blocks

were lit up by a weak light, bluish, wavery

and then I saw it everywhere:

a blue glow streamed through window curtains

and blinds, unsteady, flickering as water.

Then it occurred to me: it was election

night and even in Marzahn behind curtains and blinds

the people were awake, hence the glimmer, thin

and trembling as glimmers of hope usually are.

And as I continued, I saw in the backyards

and rows of terraced houses all over the city

a muted effulgence: people were looking at their screens.

The pine forests of Brandenburg formed

a black fringe round the lakes in which

pinpoints of blue light were reflected and danced.

As I went on I saw it was election night

not only in Marzahn, but also in Steglitz

and Lichterfelde, Kreuzberg and Hermsdorf,

Friedrichshain, Tegel as well as Wedding.

A bluish pulsating garland

was slung round Berlin winding its way

along boulevards and through lanes.

I saw my acquaintance, the egyptologist in Dahlem

in its glow, the lady from the flowershop

in the Zossenerstrasse, the Celiks and all their

four children, Selim, Hatice, Mehmet

and Mustafa, the Tunisian wizards from the

computer shop, my Polish family doctor,

the beautiful waitress from the pizzeria,

the young woman from the check-out in Kaiser’s.

From all their windows dimly flickering

lights seeped and spread like wild fire.

In the Marzahns of the whole earth was election

night, in the suburbs of Cleveland and Detroit as well

where people are forced to live in cars together with

their dogs, cats and budgies, wash

in gas station loos because their homes

were repossessed. The will-o’-the-wisp like

light shone everywhere, muted, iridescent.

The desperate tubercular glimmer of hope

illuminated the banks of Lake Victoria

where the fish are running out of air and

children pick the last shreds from maggoty

fish cadavers, piled high as hills and abandoned

by European exporters; where they boil

glue from the bones and sniff it to fly

far from their hopeless existence. I saw it

in Cairo glistering in the lanes of the old town

where bakers tip sawdust into the bread dough

because there’s not enough flour for the poor,

in the sugar cane fields of Brazil, cultivated

for bio-fuel, that constantly swallow

more land driving the farmers from their

small homesteads; it was wherever agricultural

labourers are sprayed daily with pesticide

from helicopters, where families live on rubbish

tips and children in sweatshops sew

sports clothes or winter coats for global discount

stores in return for starvation wages.

In Managua I noticed the flicker in the favelas

in cardboard huts where ten-year-old boys sleep

who lug building blocks twelve hours a day

for one single dollar so they can feed

their small brothers and sisters, I saw it

where street kids are forced to be streetwalkers,

where girls and boys sell themselves

for a pittance to tourists. I saw it where people

live among the rubble of their bombed-out

houses in Lebanon and Gaza and it lit up

thousands of messages, written to you, Lord,

stuck into the crevices of the Wailing Wall

in Jerusalem. The cyanotic marvellous light

shone in the windows of my friends in Boston,

the entire East Coast of the US glittered

like an enormous fireworks display. The sea

was still rigid and black as cold lava but New England

lay beneath fringes of a celestial lustre.

Yes, perhaps it’s too much to hope any human

could make the tiniest dent in the iron

progress of history. A human being is only

human, we all know that the hands

of even the best are tied and that the guillotine

of lies and self-interest hangs above every honest word.

But allow us this hope for a while

as you allow the dreamer

to pursue his dream to the end, and the poet

his vision of white roomy tents in the desert

and a radiant city that stretches along the

shore of the sea in front of the towering

snow peaks of Africa, of coasts full of sails

and rigging, tall ships, barges and boats.

 

 

 

 

 

Poesia elementare

ispirata a W.G. Sebald

Signore, ero in viaggio qualche notte fa, diretta

a Monaco, São Paolo, Shanghai,

Mexico City, ancora non era mattina,

quando vidi in lontananza sotto di me

qualcosa di eccezionale nell’area di Berlino

I cortili interni di condomini emanavano

una luce fioca, bluastra, vacillante

e poi la vidi ovunque:

un bagliore azzurro scorreva attraverso tende

e imposte, instabile, come acqua guizzante.

Poi mi venne in mente: era la notte

delle elezioni e anche a Marzahn dietro tende e imposte

la gente era sveglia, da qui il barlume, esile

e tremante come in genere i barlumi di speranza.

E proseguendo, vidi nei cortili sul retro

e nelle file di case terrazzate sopra tutta la città

un muto fulgore: ciascuno guardava il suo schermo.

La foresta di pini di Brandenburgo formava

una frangia nera attorno ai laghi dove puntini

azzurri di luce si riflettevano e danzavano.

Proseguendo vidi che era la notte delle elezioni

non soltanto a Marzahn, ma anche a Steglitz

e Lichterfelde, Kreuzberg e Hermsdorf,

Friedrichshain, Tegel così come a Wedding.

Una pulsante ghirlanda bluastra

fu scagliata attorno a Berlino serpeggiando

lungo viali e attraverso sentieri.

Vidi una mia conoscenza, l’egittologo di Dahlem

nella sua aura, la signora della fioreria

nella Zossenerstrasse, i Celiks e tutti i loro

quattro bambini, Selim, Hatice, Mehmet

e Mustafa, i maghi tunisini dal negozio

di computer, il mio medico di famiglia polacco,

la bella cameriera della pizzeria,

la giovane cassiera del Kaiser’s.

Dalle loro finestre fiocamente illuminate la luce

filtrava e si spandeva come fuoco selvaggio.

Nei Marzahns di tutto il mondo era la notte

delle elezioni, nei sobborghi di Cleveland e Detroit così

come dove la gente è costretta a vivere nelle auto insieme

ai propri cani, gatti e pappagalli, a lavarsi

alle pompe dei distributori perché le loro case

sono state sequestrate. Le luci come fuochi

fatui splendevano ovunque, mute, iridescenti.

Il tisico barlume disperato della speranza

illuminava le rive del Lago Vittoria

dove il pesce sta esaurendo l’ossigeno e

i bimbi colgono gli ultimi brandelli di cadaveri

di pesci marci, ammassati come colline e abbandonati

dagli esportatori europei; dove ricavano

colla dalle ossa e la sniffano per volare

lontano dalle loro esistenze senza speranza. Lo vidi

luccicare in Cairo nei vicoli della città vecchia

dove i fornai mettono segatura nelle pagnotte

perché non hanno abbastanza farina per i poveri,

nei campi di barbabietole in Brasile, coltivati

per il bio carburante, che inghiottono sempre più

terra scacciando i contadini dai loro

piccoli poderi; era ovunque i lavoratori

agricoli sono giornalmente cosparsi di pesticidi

dagli elicotteri, dove famiglie vivono di rifiuti

e bimbi nelle aziende schiaviste cuciono

abiti sportivi o cappotti invernali per i discount

di abbigliamento globali in cambio di paghe da fame.

A Managua notai il tremolio nelle favelas

in capanne di cartone dove dormono bimbi di dieci anni

che trascinano blocchi di cemento tutto il giorno

ricevendo un dollaro soltanto per nutrire

i fratelli e le sorelle minori, lo vidi

dove i bimbi di strada sono costretti a prostituirsi,

dove ragazzi e ragazze si vendono

per una miseria ai turisti. Lo vidi dove la gente

vive tra le macerie delle proprie case bombardate

in Libano e a Gaza ed esso illuminava

migliaia di messaggi, indirizzati a te, Signore,

infilati nelle crepe del Muro del Pianto

a Gerusalemme. La meravigliosa luce cianotica

brillava alle finestre dei miei amici a Boston,

l’intera costa orientale degli States scintillava

come un gigante fuoco d’artificio. Il mare era ancora

rigido e nero come lava fredda ma il New England

riposava sotto frange di lustro celestiale.

Sì, è troppo forse sperare un essere umano

possa fare la più piccola tacca nel ferreo

progresso della storia. Un essere umano è soltanto

umano, noi tutti sappiamo che perfino il migliore

ha le mani legate e che la ghigliottina di egoismo

e menzogne pende su qualsiasi parola onesta.

Ma lasciaci sperare un istante

come consentisti al sognatore

d’inseguire il sogno fino alla fine, e al poeta

la visione di ampie tende bianche nel deserto

e una città radiosa che si estende lungo

la riva del mare davanti alle vette imponenti

e innevate dell’Africa, di coste colme di vele

e ormeggi, grandi velieri, chiatte e barche.

 

 da La latitudine di Napoli, Kolibris, Bologna 2010

 

Eva+BourkeEva Bourke: è nata in Germania e da molti anni vive a Galway. Prima di Piano (Dedalus Press 2011) ha pubblicato cinque raccolte poetiche, tra cui la più recente è The Latitude of Naples (Dedalus Press 2005), tradotta in italiano da Chiara De Luca per la collana Snáthaid Mhór di Edizioni Kolibris (La latitudine di Napoli, Kolibris 2011). È curatrice dell’importante antologia bilingue inglese /tedesco di poesia irlandese, With Green Ink / Mit grüner Tinte (1996) e della versione inglese di Winter on White Paper (2002) di Elisabeth Borcher. Ha curato con Borbála Faragó l’antologia Landing Places: Immigrant Poets in Ireland (Dedalus Press, 2010). È membro di Aosdána.

 

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