Facebook

Federica

Ora sono in salvo a casa per un migliaio di anni.
Jack Kerouac, Lettera ad Allen Ginsberg: 4 gennaio 1960

 

Se il giardino della nonna di R. ospitava il ‘Lumac Hospital’, la cameretta della sua casa era la sede del Club delle Giovani Marmotte. Munite dell’immancabile Manuale di Qui, Quo e Qua e di tanti libri illustrati sulla natura e sugli animali, organizzavamo con cura le lezioni, mirate a sensibilizzare gli allievi all’osservazione e al rispetto della natura. Non ci mancava niente, a parte gli allievi. L’unico membro esterno del Club era Federica, la bambina più timida che avessi mai conosciuto. Era dolcissima e bella, bionda con gli occhi chiari, molto curiosa e zelante. Il suo sguardo intenso non ci mollava un istante. Nessuno ci prendeva sul serio come lei, che addirittura si portava a lezione il blocchetto per prendere appunti.

Un giorno partecipammo insieme a una gita in bicicletta, organizzata dalla Parrocchia del Gesù al Santuario della Beata Vergine del Poggetto. La luce placata del sole ammorbidiva i colori, la prima aria fresca consolava della furia d’agosto, canti di bambini innalzavano il silenzio abitato della campagna assetata d’autunno. Pedalando con ordine in fila indiana, procedevamo vociando lungo la strada che tagliava la campagna nel centro, finché non giungemmo a un attraversamento che ci costrinse a rallentare per passare a uno a uno.

I primi della fila erano già dall’altra parte, quando sentii uno stridore lacerante di freni, un acuto di grida che ammutolì ogni canto, il fragore di un forte impatto. Vidi un corpo volare come un cencio e ricadere sull’asfalto con un tonfo violento.

Girai la bicicletta e pedalai più in fretta che potevo verso mia madre, che mi seguiva a pochi metri di distanza. Le gambe mi tremavano, il muscolo rosso pulsava senza misura.

 “Ferdi, mamma, Ferdi”, ripetevo.

Mia madre era pallida, aveva occhi enormi, fermi, e neanche una parola.

Il grido dei bambini era precipitato in un silenzio tremendo.

Quando mi voltai verso il punto dove era avvenuto l’impatto, vidi l’auto ferma, pezzi di plastica, la piccola bicicletta per terra, con la ruota anteriore curvata in due mezzelune, tre persone chine sull’asfalto, mentre un’altra cercava di tenere lontani i bambini.

“Non guardate bambini, non guardate”.

Io cercavo di vedere, ma tutto era confuso dalla luce forte e da tutta una frenesia di mani. Finché non scorsi mio fratello Ferdinando dall’altro lato della strada. Con gli occhi sbarrati, le braccia tese e i pugni stretti sul manubrio, se ne stava immobile a cavalcioni della sua bicicletta, coi piedi puntati al confine tra l’erba e l’asfalto. Aveva fatto in tempo ad attraversare la strada appena prima dell’arrivo dell’auto. Mi sentii sollevata al punto da non avvertire più il peso del mio corpo e la paura, e perciò tanto in colpa da sentirmi sprofondare come una cosa pesante fino al centro della terra. Il corpo sbalzato in aria dall’impatto con l’auto e gettato sull’asfalto con un tonfo era quello di Federica. Mia madre corse da lei, io buttai per terra la bicicletta e la seguii.

Federica era distesa come un angelo, con gli occhi chiusi, il volto pallidissimo e sereno. Muta e immobile, pallida sul grigio dell’asfalto rovente. Sembrava dormire, sembrava non le fosse accaduto niente. Se non per quella sottilissima linea di sangue che le striava la fronte e appiccava l’incendio dorato dei capelli nel sole. Le asciugarono la fronte con un fazzoletto bianco di carta. La pelle era intatta, la ferita era altrove, non era sottile.

Federica fu caricata con grande cautela sull’ambulanza e portata via d’urgenza all’ospedale. Dissero che era grave. Pedalammo verso casa in un silenzio mortale.

Da allora, ogni volta che sento quel fragore di freni, ogni volta che una sirena suona e la luce azzurra rimbalza sui vetri, macchiando i muri a intermittenza, le gambe mi tremano, l’aria stenta ad aprirsi un varco nella gola, il muscolo rosso si gonfia d’angoscia e rimbomba dentro la testa.

Ogni volta che mi avvicino al luogo dove è avvenuto un incidente, tutto è confuso dalla paura di trovarmi di fronte l’irreparabile. Come quel giorno d’estate che ero in viaggio con la mia famiglia verso la casa degli zii di Maddaloni, quando il corpo di una giovane donna piombò sull’asfalto con un tonfo tremendo, accanto alla ruota della nostra auto. Mio padre aveva frenato appena in tempo, ma non servì a niente. La donna era stata investita e gettata nell’aria come una cosa inerte. Il suo sangue aveva macchiato la ruota per sempre. Attorno al suo corpo il contenuto di due buste della spesa si era rovesciato e sparpagliato sulla strada tra le auto. Tutto si era fermato improvvisamente. Mia madre era un grido altissimo con le mani sul volto, mio padre pianto in silenzio con la fronte sul volante. Lei era morta. Io una bambina che tremava. È così tutte le volte. Lei indossava un abito nero e tutto il sangue aveva derelitto all’istante il suo volto lunare. Il dolore è una fiera acquattata in un angolo buio della mente, sempre pronta ad azzannare agli occhi coi denti del ricordo, spillando un pianto evaporato dal tempo.

Federica era vestita di bianco. Non si risvegliò mai più dal coma. Suo padre impazzì dalla sua assenza. Il suo corpo crebbe, si formò, sbocciando nell’adolescenza, ma senza di lei. Fede continuò a dormire fino alla morte, sopraggiunta nei suoi diciott’anni. Allora vivevo a Borgo Panigale. Andai lungo il Reno a correre per ore, finché non sentii che le gambe si stavano spezzando. Corsi perché ero viva e orfana di un po’ d’infanzia ancora, in colpa per chi non ha mai potuto diventare. Il giorno che lei morì decisi che avrei vissuto per due. Lei sarebbe stata la protagonista di tutte le mie storie. Federica: la vita.

I morti t’insegnano ad amare il silenzio. L’incidente era stato il mio primo incontro di bambina con qualcosa di più definitivo della morte. Fede non sarebbe mai morta. Fede se ne era andata lasciandoci il suo corpo, la quiete impenetrabile del suo volto, un muro bianco, la beffarda insensatezza di ogni nostro discorso.

Chiara De Luca, Lettera al cane, memoir

Vi leggo una poesia da un libro bello, di poesie che nascono sempre e solo dalla vita reale. E mai su commissione.
Gli editori industriali di solito non leggono i libri che pubblicano, leggiamoceli noi

14 giugno 2018, Appunti per Lorelei

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: