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Félix Luis Viera, Claro que necesito algo / Certo che mi serve qualcosa

Certo che mi serve qualcosa

Traduzione di Gordiano Lupi

 

Nel mio stesso tavolo in un piccolo ristorante di

Erfurt

lei sorride

mentre lui le racconta qualcosa che naturalmente non

comprendo.

Lui chiede una birra e lei gli dice

– passandogli la mano tra i capelli, il

respiro sul volto –

che no, che non deve mescolare – credo di capire –

il cognac con la birra;

ma lui ride e già il calice è sul tavolo.

Lei ha delle lentiggini – simmetriche, chiarissime –

intorno al naso

e anche i suoi occhi sono chiarissimi, simmetrici

e osservano costantemente il mondo, cioè lui.

 

Se scorro un pochino le tende

posso vedere fuori la strada, così stretta,

che alcuni – davvero pochi – passanti

percorrono lentamente. Tira vento.

Il cielo è grigio. Fa freddo. Dalla finestra

vedo arrivare una ragazza goffamente vestita

d’azzurro

che si ferma accanto a me, a un passo da me

ma dietro il vetro; un ragazzo

vestito di nero

l’abbraccia e partono con la moto fieramente

accelerata, anche se, certo,

non sento il rumore.

Sciolgo la tenda. Lui continua

ad alternare cognac e birra, lei

beve un vino quasi trasparente e ogni volta

si lasciano cadere di più l’una contro l’altro. Allora

si avvicina la cameriera

e mi chiede, niente meno, se

mi serve qualcosa.

 

 

Dicembre 1982

 

Poesia tratta da Y me han dolido los cuchillos (1991), che ho tradotto integralmente, inedito in Italia

 

 

Claro que necesito algo

De Félix Luis Viera

 

 

En mi misma mesa en un pequeño restaurante de

Erfurt

ella sonríe

mientras él le narra algo que naturalmente no

comprendo.

Él pide una cerveza y ella le dice

—pasándole la mano por el pelo, el

aliento por la cara—

que no, que no debe mezclar —creo entender—

el coñac con la cerveza;

pero él se ríe y ya la copa está en la mesa.

Ella tiene pecas —simétricas, clarísimas—

alrededor de la nariz

y sus ojos son también clarísimos, simétricos

y miran constantemente al mundo, es decir, a él.

 

Si corro un poquito la cortina

puedo ver afuera la calle, tan estrecha,

que algunos —muy pocos—transeúntes

recorren lentamente. Hay viento.

Hay gris. Hay frío. Hacia la ventana

veo venir una muchacha gruesamente vestida

de azul

que se detiene junto a mí, a un paso de mí

pero tras el cristal; un muchacho

vestido de negro

la abraza y parten en la moto fieramente

acelerada, aunque, claro,

no escucho el ruido.

Suelto la cortina. Él sigue

alternando el coñac con la cerveza, ella

bebe un vino casi transparente y cada vez

se dejan caer más el uno contra el otro. En eso

se acerca la camarera

y me pregunta, nada menos, que

si necesito algo.

 

 

Diciembre de 1982

 

 

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