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Fine quarantena mai

Va detto che non era male uscire per le strade a qualsiasi ora senza la paura d’incontrarvi. Da quando hanno aperto le gabbie, il mio orologio interiore è ridiventato una bomba a orologeria: il mondo te lo devi godere prima che esploda di umani intorno alle nove del mattino. Ma il rischio di qualche proiettile vagante c’è sempre. Mentre stavo macinando il decimo chilometro nel sottomura di San Giorgio, una frase risalita dagli abissi del mondo degli umani ha scavalcato le grida di Cobain nell’auricolare, mi ha punto l’estremità del lobo dell’orecchio sinistro e ha interrotto per un istante l’armonia universale, precipitandomi al suolo dall’empireo della gioia animale: “Ancora tu. I corridori devono stare a distanza di due metri!”. Con la punta della coda dell’occhio sinistro ho intravisto la tipa che mi redarguisce ogni volta che mi vede (anche perché a quell’ora non trova nessun altro di papabile per la strada). Accanto le trottava un jack russel. Per qualche misterioso motivo ho deciso di fare un’eccezione e tradire il sereno & siderale distacco dalle minchiatine umane assurto a mio modus vivendi da qualche eone. Mi sono fermata e – come il classico cagacazzo che ha digerito male – le ho detto: “Allora tu lega il cane!”, manco avessimo mai preso l’aperitivo insieme nel classico locale cafone dove a sera si assembra il fighettume a tagliare e cucire. Vedendola farsi quasi umana per la sorpresa, sono tornata chiara e ho aggiunto: “Oppure impari qualcosa dal Cane”. Non c’è niente di più vano che gettare parole a un comune mortale, però schiarire l’ugola a volte è salutare. Ti senti un po’ come Gesù quando – dopo aver frugato per tre giorni in fondo alla borsetta – ha trovato la chiave del sepolcro ed è esploso à la Usain Bolt ai blocchi di partenza. Per farsi di nebbia e non tornare mai più sulla terra.

I corridoi sono molto invisi & invidiati dai pedoni, perché sono l’immagine della libertà a costo zero, anzi, a costo delle tue sole forze e di un paio di scarpe ogni due, tre mesi (costicchiano, va bene, ma molto meno di quando spendono le donne in parrucchiere, trampoli, creme, estetista, ridicoli completini col pizzo e altri ammennicoli per ‘tenersi’ un uomo. Tanto più che correre è molto più divertente che sopportarne uno. Per finire magari come quegli sfigati/e costretti a millantare in rete qualche amore immaginario tanto per sbarcare il lunario). È che per godere appieno del gesto della corsa e raggiungere un Nirvana ai non-podisti fatalmente ignoto devi essere allenato. Allenarsi costa fatica. Non conoscendo i benefici che seguono allo sforzo iniziale, il pedone a oltranza preferisce sminuire, offendere e denigrare quel tizio felice che gli sfreccia accanto in pantaloncini e canottiera, aggirandolo come una boa che rischia di rallentargli l’andatura. Se solo fosse ancora vivo e la sciatica non glielo impedisse, il pedone gli farebbe pure lo sgambetto. È per questo che durante il lockdown il plotone dei fancazzisti social ha messo runner e jogger nello stesso calderone, un po’ come se assimilassimo gli scrittori agli scribacchini, per dire, rischiando di rallentare lo sterminio dei primi da parte dell’editoria industriale.

Runner (corridori) e jogger (corricchiatori) vivono su due universi paralleli. I jogger sono per lo più quelli che corrono “per stare in forma” o per “dimagrire” o “per rassodare” (che cosa prosaica e volgare, quasi peggio che uscire con un intellettuale). Insomma, vanno a correre per motivi diversi dal godere come ricci spiccando il volo sopra i crani dei mortali. I jogger potrai addirittura sentirli bestemmiare: “che palle correre da solo come un cane”. Infatti li vedi spesso insieme, a due a due o assiepati nel gruppone. Con chilometri e chilometri di percorsi verdi a disposizione, loro si addensano tutti nel tratto iniziale, vociando e sgomitando con la feroce determinazione delle donne che rumano al mercato al banco delle grandi occasioni griffate Roveri, Canel, Armadi e Vafontino.

Il jogger corre da solo. O tutt’al più con un cane, creatura oltreumana, troppo superiore per parlarti di tabelle, calorie e altre cose terrene. Troppo divina per curarsi di male dire, pur avendo mille lingue in più degli umani per parlare.

Il jogger ti sarà difficile incontrarlo, sia perché cercherà in tutti i modi di evitare la lentezza dei pedoni, andando a correre in orari non urbani, sia perché – anche nel caso in cui dovessi incrociarlo per errore – non faresti in tempo a vederlo che lui sarebbe già fuori dal raggio del tuo pigro sguardo.

Il jogger sarà sempre impeccabile, nel suo sgargiante completino coordinato all’ultimo grido, con lo smartphone infilato nella fascia stretta attorno al braccio, da cui fuoriescono il filo degli auricolari e quello cui è appesa la speranza che una telefonata qualunque giunga a distoglierlo dalla tortura che si è autoinflitto senza ricordarne la ragione. Il tapino traballerà alla sola vista di un cane, pronto a cadere per far due soldi con l’assicurazione ed evitarsi lo strazio di correre almeno per qualche mese, senza neanche il bisogno di virus letali & quarantene. Una liberazione. Il Quattro Maggio in confronto è un’illusione.

Il runner avrà addosso quello che gli è capitato per le mani e si è infilato in fretta nella smania di decollare al mattino, ha sganciato da tempo la zavorra di device che lo legava agli umani in un filo che potrebbe riportare sulla terra l’aquilone quando è in volo. (Il lettore mp3 fa eccezione, a patto che contenga una buona dose di musica immortale). Ma riuscirà comunque a essere elegante, come San Francesco appena prima del lancio delle mutande (più perché d’estate ci sta, che pou épater les quaquaraquas).

All’uscita di casa il jogger parte prudente, perché zio gli ha detto che bisogna scaldare i muscoli a fuoco lento, per evitare qualche contrattura e stiramento, nonché spezzare il fiato per scongiurare un infarto fulminante. Il runner parte in quarta, come quando vedi che un versificatore sta mirando a te come a un cinghiale da schiaffare dentro le sue poesiole d’amore, buone per turlupinare lettori boccaloni e intellettuali segaioli; come quando la cana ti si avvicina suadente col proditorio intento di pulirsi addosso a te la bava; come Gesù Bambino quando Erode gli citofona al mattino: avido di raggiungere gli alberi e gli animali non umani prima che il risveglio dei mutanti spezzi l’incanto divino.

Se trova un semaforo rosso, il jogger lo guarda come nell’arena il toro la muleta e inizia a rimbalzare a mo’ di yo-yo sul posto, per comunicare al mondo che sta andando a correre e non ha tempo da perdere. (Nel frattempo spera che il semaforo s’inceppi e il verde si guardi bene dal tornare).

Il runner è solito uscire di casa quando i semafori stanno ancora tutti in fase REM, preda di curiosi ammiccamenti involontari. Se per disgrazia ritarda la fuga dell’alba e s’imbatte in un semaforo rosso, realizza con disappunto di trovarsi ancora sulla terra e si sente Robert Neville quando gli hanno vampirizzato pure il cane. Di saltare sul posto come un coglione non se ne parla. Piuttosto si freeza e guarda attorno smarrito, nel timore che le genti di cultura e altri mutanti possano colpirlo a tradimento (ai bersagli si consiglia sempre di stare in movimento), ma quando scatta il verde riparte a razzo come Gesù Cristo quando cercava di depistare gli apostoli per evitare che interpretassero a cazzo le sue parole.

Dopo avere arrancato per tre chilometri e mezzo, il jogger è più cattivo incazzato e stanco di un intellettuale costretto per un giorno a lavorare. Appena tornato a casa si connette alla rete per convogliare l’acido lattico sul capro espiatorio di turno, designato dai giornalisti come target dello shit-storm del giorno, ma s’imbatte solo in foto di runner felici di avere frantumato il loro record personale nell’ultimo Iron Man. Roso dalla frustrazione, corre in cucina e svaligia il frigo, con un occhio colpevole allo score del contacalorie (opportunamente taroccato prima di partire).

Dopo avere sfrecciato per una quindicina di chilometri in scioltezza, il runner sprizza adrenalina da tutti i pori, ha i capelli che gli grondano endorfine e ancora voglia di far mangiare la polvere a Dio per scompisciargli tutti i piani, ribaltare il cucuzzolo del Purgatorio verso il cielo e raggiungere in tre balzi di step l’ultimo piano. In pieno Runner’s High, non vede l’ora di tornare a correre coi cani da sera per farsi un’altra dose di gioia in vena. Fatta la quotidiana tripla serie di addominali, dorsali e flessioni, carica la lavatrice, pulisce casa da cima a fondo, si fa la doccia, riordina la cantina, raccoglie un po’ di polvere rimasta nell’angolo del sottoscala, si rifà la doccia, si mette in borghese e corre a fare la spesa per essere al sicuro prima delle nove. Lungo la via del ritorno raccoglie qualche pedone scivolato sul marciapiede, ripara catene di biciclette e sostituisce candele, presta il primo soccorso a umani incidentati, adotta uccellini precipitati dal nido e nonnetti seduti sulle panchine e insegna a tutti a volare. Il suo motto è All Lives Matters (perfino quelle non spendibili mediaticamente).

Il runner non contribuirà mai a generare assembramento. Il distanziamento sociale l’ha inventato lui alla scuola elementare e sta brevettando quello verbale. Lui corre per frapporre quanto più spazio possibile tra se stesso e il gruppone degli inseguitori, tra spregio e contagio, tra gregge e coraggio, dribblando con astuzia lupina le bombe carta dei versificatori, le tagliole dei ‘normali’, le mine antiuomo degli intellettuali, gli agguati dei pedoni, i lacrimogeni degli scrittori commerciali, le imboscate degli editori industriali e la noia mortale di caffè e aperitivi. Per le strade lo vedrai sfrecciare del tutto all’oscuro del mondo che gli gira lento attorno, beffardo e incurante di chiacchiere e commenti. (Neanche Dio si mette a rispondere alle bestemmie del primo pedone che passa. Si prega di attenersi al Secondo Comandamento con rigore, per evitare che in uno dei suoi rari momenti di pausa possa sentirsi chiamato in causa).

Il ritmo di un runner nessuno riesce a tenerlo. Del resto Gesù Cristo aveva giusto dodici follower in croce. Al primo cartellino giallo erano già in undici. Quando Erode ha alzato quello rosso e in croce ci hanno messo lui sono tornati tutti al Via, mentre Pilato estraeva l’amuchina e Barabba leggeva una poesia. Perciò gli unici che il runner non scansa e smarca sono i cani. Loro – come tutti gli altri animali non umani – si ferma addirittura a salutarli, proprio quando i proprietari li stavano richiamando, terrorizzati al pensiero che il runner fosse un jogger in cerca di un pretesto per cadere da solo, intascare i soldi dell’assicurazione e rimpinguare la sua collezione di fasce fluorescenti, contapassi opalescenti e scarpe high-tech catarifrangenti.

In quarantena i runner sono spariti dalla circolazione, ricusando con sdegno l’idea di girare in tondo come un criceto sbronzo nel raggio di duecento metri da casa. Sarebbe stato come ricevere in regalo una confezione da trenta di Kinder Maxi senza poterla scartare. Le co(r)se il runner le deve fare bene. Tipo quello che in quarantena ha stracciato gli avversari in un epico 400m hs sulla spiaggia. Deve essersi sentito come me quando un jogger mi affianca con l’insano intento di correre insieme. Bruscamente precipitato dal cucuzzolo del Nirvana, il runner si è prodotto in una gloriosa progressione sul bagnasciuga, per poi sferrare un micidiale allungo sulla sabbia asciutta. Che stile. Che eleganza sovrumana. Non c’era storia. Infatti gli avversari non l’hanno presa tanto bene e si è beccato il multone. Don’t try this at home.

Ma per la crème de la crème è andato tutto bene (come dicono nei film americani doppiati a cazzo con google translate per non sottopagare uno straccio di traduttore). Per quelli di noialtri che non sono ancora morti non cambierà mai niente. Non è rassicurante? Tra noi e loro ci sarà sempre una sana e siderale voragine sociale. Per noi, cari miei, è fine quarantena mai. È già tanto se riusciamo a non farci fare lo scalpo. Ma niente paura. Dopo gli sdilinquimenti etici e filosofici della sera, dopo l’animalismo da tastiera e i vani proponimenti dettati dal vuoto delle pagine di giornale e dal tedio della quarantena, tutto è tornato peggio di prima e gli umani sono dediti con rinnovato zelo ai Riscoperti Valori: estetisti e aperitivi, roghi di libri e linciaggi di scrittori, hackeraggi collettivi e pestaggi di civili, gossip e genocidi, caccia alle streghe e poetiche congreghe, ristoranti e parrucchieri. Insomma, restiamo umani, pure troppo.

Eppure. Se tutto va bene, nel prossimo futuro ci verrà risparmiato il classico profluvio di aperypoetry, fish&poetry, pizza&poetry, pork&poetry, letteratura in fiera e cocktail con la pistola che tipicamente ammorba le nostre estati assieme ai tormentoni musicali. Gli scrittori saranno costretti a mettersi a scrivere! (Almeno nel tempo libero dallo smart smarketting da remoto, ça va sans dire).

In compenso i bikers hanno dismesso le tristi uniformi da riders e calzato le loro sgargianti tutine estive. In città è di nuovo possibile avvistare meravigliose creature a torno nudo che sfrecciano in calzoncini verso il verde, dribblando impietose le scimmie sonnolente. Bisognerebbe dichiararli patrimonio nazionale. Non fosse che in Italia l’arte la mandano a puttane.

Chiara De Luca

 

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