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Finzione Suprema. Benigne Illusioni. Sulla poesia di Susan Stewart

di Giuseppe Ferrara

Alla base di ogni fede (qualunque fede, religiosa, politica, calcistica etc…) c’è la sospensione (volontaria) di incredulità (e quindi di giudizio).

Anche la fede poetica si basa su tale sospensione tanto che Samuel Taylor Coleridge la assume quasi ad assioma:

That
willing suspension of disbelief which constitutes poetic faith.

[Quella volontaria sospensione dell’incredulità che costituisce la fede poetica]

Chi legge poesia (chi la scrive) deve credere e dunque sospendere (volontariamente) la sua natura di “animale razionale” o meglio comprendere in questa definizione (davvero cum-capere), la sua alterità animale (umanità) e la sua alterità razionale (impulsività).
Solo così il lettore (lo scrittore) di poesia potrà conquistare quel potere grandioso e miracoloso che permette non solo di immaginare ma anche di creare o ri-novare la realtà.

Il poeta, primariamente, in modo consapevole o meno, si serve proprio  di questo potere. Questa è la lezione del romanticismo inglese rappresentato da Coleridge e che in buona sostanza si conferma nel sensismo illuministico del nostro Giacomo Leopardi e successivamente nella riaffermazione del romantico di Wallace Stevens fino a giungere, come vedremo, alla poetessa ospitata in questo Post delle Fragole: Susan Stewart.

L’idea per tutti questi poeti è semplice: completare ciò che i sensi ci “mostrano” (quello che “sentiamo”), con le fantasie di una immaginazione svincolata da (pre)giudizi.

La realtà diventa così fonte dell’immaginazione e acquista senso
grazie al potere dell’immaginazione: questo continuo rimando tra realtà e
immaginazione o, addirittura una loro sintesi perfetta, è la Finzione Suprema
di cui parla Wallace Stevens o è ciò a cui già alludeva Leopardi:

All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo e immaginando, il mondo e gli oggetti sono in un certo modo doppi. Egli vedrà con gli occhi una torre, una campagna; udrà con gli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’ immaginazionevedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e altri
sentimenti ricevono la sensazione. (Z 1196)

L’immaginazione non deve dunque tradire la realtà  della quale anzi è un potenziamento: la
sospensione-fede poetica sta proprio in questo senso della possibilità, una capacità di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dare maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è.

Nella sua Riaffermazione del romantico Wallace Stevens riversa tutta la sua fede in quello che abbiamo fin qui detto:

La notte non sa nulla dei canti della notte.
È quel che è come io sono quel che sono:
e nel percepire ciò percepisco meglio me stesso
e te. Solo noi due possiamo scambiare
ciascuno con l’altro quel che ciascuno ha da dare.
Solo noi due siamo uno, non tu e la notte,
né la notte e io, ma tu e io, soli,
tanto soli, così profondamente con noi,
così distanti dalle solitudini casuali,
che la notte è solo sfondo ai nostri io,
supremamente fedeli ciascuno al suo diverso io,
nella luce pallida che ciascuno getta sull’altro.

Oggi una poetessa americana sembra volerci ricordare tutta questa grande lezione per rinnovare la nostra fede poetica e ancora una volta ci chiede di sospendere l’incredulità e il giudizio; di ascoltare il tocco della campana e di non udire solo questo suono; di guardare un campo e di non vedere solo erba e alberi.

Susan Stewart è docente  presso la Princeton University dove dirige  la Society of Fellows in the Liberal Arts. La sua attività poetica e di traduttrice l’ha portata spesso anche in Italia
dove ha pubblicato due libri:  Columbarium  e altre poesie (Ares 2006) e Red
Rover
(Jaca Book 2011).
Nel 2017 ha pubblicato un volume dal titolo Cenere (Graywolf 2017) nel quale sono state riproposte alcune sue poesie selezionate e presentati alcuni inediti.

Dunque anche per Susan Stewart “…il pensiero poetico è capiente” in quanto non solo esalta le nostre capacità mentali (la ragione, l’immaginazione, la memoria e l’emozione) , ma anche la nostra fisiologia ( i ritmi fisici, il battito dei nostri cuori, il ritmo del respiro). E in questa affermazione sembrano risuonare molte delle recenti scoperte delle neuroscienze o delle riflessioni filosofiche di Martha Nussbaum («le emozioni sono pensiero»).

Per la Stewart la poesia  ha molti legami storici e formali con la fede e i rituali religiosi: “ …la tradizione giudaico-cristiana ha lasciato tracce nell’opera di ogni poeta di rilievo di lingua inglese…[…]. I Poeti metafisici del XVII secolo (Crashaw, Donne, Herbert, Marvell, Vaughan e altri) sono una ricca fonte di tecniche poetiche in questo senso, ed essi, insieme con Wallace Stevens, sono state le figure più importanti  per la mia pratica di poeta. Ma devo dire che la relazione tra poesia e religione mi colpisce come realtà universale in un senso più ampio. I poeti sono più spesso di quanto non si immagini motivati da un desiderio e impulso di lode, sia che stiano lodando forze sovrumane, la creazione stessa, sia i radianti fenomeni del mondo che li circonda…”

Lo dicevamo all’inizio: la poesia è una questione di fede.

E allora proviamo a sospendere l’incredulità e il giudizio su Campo in inverno di Susan Stewart e proviamo a diventare uomini del possibile (come direbbe Musil) in grado «di
scorgere tutto ciò che potrebbe benissimo essere al suo posto».

Il mondo, un museo di sé stesso.
Il gelido colonnato di olmi spiranti.
Non puoi importi un sogno, tuttavia, anche tu
puoi cedere, cedere al sonno, e svegliarti
nello stupore. Non c’è alcun luogo
che il biancore non abbia
toccato – dai
——-un’ occhiata e
vedi. Gli angoli, gli orli, di ogni
cosa esposta:
sei entrato in una chiarezza nuova.

In questa sua poesia la poetessa americana parte da un dato di realtà perché se l’immaginazione vuole essere produttiva, creativa e nobile deve alimentarsi di realtà. Che il mondo sia un museo di sé stesso èincontrovertibile, pertanto quei colonnati gelidi di olmi spiranti non sono né più né meno come i colonnati nella Valle dei Templi ad Agrigento. Anzi di più, perché questo è un “museo” allestito precedentemente a tutti gli altri musei. E allora la nobiltà dell’immaginazione consiste in particolare nel reagire e sottrarsi a questo mondo impolverato e messo in esposizione. Perché l’immaginazione non tradisce la realtà ma questa realtà è costruita per essere esposta, per essere visitata ma non per essere…mostrata e ammirata. Se solo cedessimo al sonno fino a risvegliarci! Già perché la situazione è proprio questa: dormiamo e crediamo che ciò che sogniamo sia reale tanto che questo infimo senso della realtà potrebbe scadere facilmente (come moltissime volte fa) in un realismo cinico e opportunistico.

Ma dobbiamo svegliarci allo stupore a quella Finzione Suprema che arricchisce il mondo e aiuta gli uomini a pensare e a vivere; dobbiamo aprire gli occhi e dare un’occhiata solo per…vedere. E quel biancore che tutto tocca e che ci inganna, l’immaginazione, ci fa stupire il mondo nella sua chiarezza.

pare un assurdo , e pure è esattamente vero, che tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni… (Z56)

Non possiamo imporci di sognare quello che vogliamo ma di sicuro possiamo sospendere (volontariamente) la nostra incredulità, seguire le supreme illusioni e avere dunque più fede poetica.

E la poetessa americana ci rinnovella in questo dolce inganno.

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