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FOSCHINI, Sabrina

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“Il tempo pronuncia l’infinito”

Su Ragioni della sete, di Sabrina Foschini

Le ragioni della sete sono le sue cause/motivi, e i suoi intenti/motivazioni, e nella sete stanno la foce, la cascata e l’arrivo dell’acqua d’amore che nasce, si getta in slancio, si frange. La sete sgorga da un desiderio di acqua, la sete zampilla da se stessa e dalla nostalgica conoscenza del gusto ineffabile, completo, dell’acqua. E l’acqua è tutto, è principio, genesi, è amore che nutre e al contempo asseta, l’acqua è movimento verso, movimento con, slancio che non basta a se stesso. La sete è il motore, spinta e risultato dell’amore, che di sé si nutre e in sé si ri-genera attraverso il gioioso, totale incontro con l’altro, dalla dissolvenza del fiume nel mare. E già nel Paragone col mare, opera precedente della Foschini, stavano le ragioni della sete. Lì dentro, nella necessità dell’identificazione, della fusione, del paragone, che chiama identità di due che diventano uno, pur restando se stessi, in una mescolanza alchemica che non è annientamento, ma congiungimento, reazione, (con)fusione di due anime, due corpi, in un gorgo mulinante, vivo, in movimento. L’acqua dell’amore è vera matrice di vita, è da lì che tutto nasce e si trasforma, in una metamorfosi continua e potenzialmente infinita. Così, in “foglie d’acqua”, prima sezione di Ragioni della sete “Le lingue parlano e guizzano, sono scintille / e sono fuoco, sono pesci e movimenti d’acqua”. La parola si fa, ed è parola poetica e verbo d’amore, è fuoco che non muore nell’acqua, bensì se ne nutre, trascinato dal suo movimento, ne vive.

L’acqua dell’amore è sintesi di elementi, terra e fuoco e gli amanti sono “Corpo di terra, corpo di mare / corpo di radici e scorza”, linfa e corteccia, terra che s’imbeve, mare che avvolge.

L’amore è acqua, ed è albero compenetrato, che sugge dalle radici conficcate nella terra dei corpi la linfa dell’anima che scorre sotto la sottile barriera della pelle, scorza, che si vuole spaccare, corteccia attraverso la quale l’acqua vuole filtrare: “Tu ascolti stupito, come fosse un canto straniero, l’amore che mi scorre verde lungo i fianchi, che mi allaga da dentro, che succhia acqua nel profondo e la fa muovere entro le vene, che mi camminano lente, nascoste e smentite dalla pelle”. Amore è mare straniero, da solcare con i corpi che sono scafi già semisommersi, abbracciati dalle onde, sballottati dalla tempesta. L’altro raccoglie le ragioni della sete, come la polla raccoglie lo slancio della cascata e lo riassorbe in gorghi. Il corpo nella metamorfosi è acqua, che cerca altra acqua, sete, che cerca altra sete, per placarsi:“Ho guardato il mio corpo ed era acqua nelle tue braccia. Di colpo è crollato a terra come una cascata. Foglie e scaglie le mie dita. Onde, la carne tutta… Mi hai bevuta sopra un letto, mi hai bevuta”.

Nella metamorfosi del congiungimento amoroso, l’acqua ritrova la sua fonte, risale alle radici, all’utero, al principio, memoria del non avuto: “Sono piedi d’acqua, mani che gemmano, sono a memoria quello che ho sognato. Lo sono di nuovo”.

Ed è l’“occhio totale che rivede”, l’occhio dell’altro a riaccendere una memoria di sogno, a ricreare, rimodellare. Amare diviene sacrificio di “sirena che rinuncia alla sua coda”, per annullare la distanza dei corpi

In “parola dentro”, seconda sezione di questa raccolta, la metamorfosi prosegue, si perfeziona, la presenza dell’altro s’inserisce nella storia, nel flusso, come un approdo presente da sempre e non visto, che riaffiora per effetto della mutazione, della dismisura: “Il pensiero di te si genera da solo nella testa / e mi scivola in grembo, / riposa sulle mani e luccica: / una stiva carica di mercati e storie / o una riva ridisegnata in eterno / dallo scuro della marea”.La linfa, che ha varcato la barriera della corteccia si riappropria del movimento, del senso racchiuso nelle radici, terra e acqua: “dipani la mia pelle che ti passa tra le dita. / La rendi fluida / in un rotolo continuato, terracqueo”. L’altro diviene base in cui affondare di nuovo le radici, diviene, ancora una volta, principio e ritorno, foce e polla alla base della cascata, in un movimento circolare, di cui l’amore è scaturigine, viaggio verso, e approdo: “Mi pianto nella tua terra / sapendola sotto lo strato alto d’acqua. / Mi bagno, m’inondi / un mulinello di caldo al centro del delta / mi fa scintillare il ventre”. L’altro è specchio in cui si riflette il lato sconosciuto della propria anima, che nel movimento si disvela e conosce, ri-conoscendo la propria origine: “Mia anima che non conosco / riflesso d’acqua / e fede degli occhi”. Amare significa dunque essere contenuti, ma anche contenere l’amato, che è “carne di mare”, terra e acqua. Amare è farsi “ciotola intera”, che contiene se stessa, acqua che chiama altra acqua: “al suono grattato dal tuo nome / che senti ripetere ad ogni mia cellula / lettera a lettera come gocce”. Chi ama è nave che chiede di “essere comandata”. Chi si sottrae all’approdo sulla riva comune, riaffiorata in distanza, come un miraggio dalla sete, è “nave recidiva agli ormeggi”, prosegue il suo viaggio, porta con sé la sua sete ridivenuta una, sola. Il corpo che ha contenuto si frange, il “bagno di fuoco” delle scintille che si erano bevute si spegne, la “cascata molle”, formata dal confluire della sete delle due navi nell’incontro, si fa fiume solitario nel flusso dell’abbandono, che sfocia nel vuoto di una realtà de-privata: “Riapro gli occhi sopra un fiume. / Mi abbandona l’amore come da una brocca rotta, / oro colato, sopra una voragine di realtà”. Sul greto della realtà l’acqua d’amore si asciuga perché dalla sete possa scaturire il desiderio rinnovato che muove l’andare: “Presto la terra sarà di nuovo asciugata / perché la gola ritenti la sete”.

La terza sezione di Ragioni della sete, “dizioni” ci mostra un io tornato uno, nella solitudine e nell’assenza. Qui la poetessa pare cullarsi, abbracciarsi, brocca che contiene se stessa, tornando all’infanzia per riscoprirvi le radici della sete. Il pensiero rivà, salvifico, a chi ti ha “messo in piedi per amore”. È nel passato che la poetessa cerca conforto e speranza, scintille che riaccendano la sete. In “dizioni” il mare è in bonaccia, l’acqua non avvolge da fuori, l’acqua è dentro, vi resta, calma, non preme per uscire, nutre il ricordo, e se ne nutre, sfronda la speranza dalle illusioni: “Impara a tenerti / con la mano aperta / a scansare i sostegni / a cadere dentro il tuo solo nome / e che le altre acque di battesimo / non ne daranno nuovi”.

Ora che “ciascuno [sta] dalla sua parte di braccia / nella barca che è stata”, è in se stessa che la poetessa cerca le ragioni della sete. In questo processo l’acqua si fa memoria d’amore, desiderio e speranza che devono placarla: “La sete è di tutti / ma le tue bocche fanno / la sete ed il bicchiere”. Anche il dire viene meno, il silenzio è naufragio di parole “scafi appuntiti come frecce”, che “imbarcano sangue al posto dell’acqua”. Non più velieri d’amore, le parole, asciugate, essenziali, terra senz’acqua, si piegano a cantare il dolore, la perdita di un amore che ti lascia deserto, “come una roba abbandonata”, finché “la bocca spopolata”, muta, “memore della pioggia / ha fatto da sola la burrasca, / rovesciato la crosta che zittiva il canto”.

In questa terza sezione la scrittura dice se stessa, il dire si incarna, sangue e inchiostro, in un canto che deve placare l’arsura dell’attesa di un’acqua nuova: “Beviamo tutta la vita quell’inchiostro / per poter brindare un giorno / a un suono nuovo”.

In “fronte verso”, quarta e ultima sezione di Ragioni della sete, dedicata alla grande Nadia Campana, il cerchio della solitudine si riapre alla comunanza con tutte le donne che hanno amato, il canto si riapre alla speranza: “È svociata la sera in una camera domestica. / Dal delta del corpo in amore, rivoli gonfi per anni, / hanno rovesciato in mare l’afflusso di tutti i futuri. / Anse di Pandora le braccia, reggono per i capelli / la speranza”.

Chiara De Luca

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