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Franca Mancinelli a Ferrara

Ero una casa abitata da piante che si sporgono ai vuoti, sottili si avvolgono dentro il franare dei muri. Si è dimenticata la porta, questa casa, l’ha inghiottita come un boccone messo un po’ di traverso. È così che vengono e vanno: rondini in cerca di rifugio e poi libere gridano di piacere.

Franca Mancinelli, Libretto di transito, Amos Edizioni 2018

 

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È un periodo di coincidenze belle nella brumosa, fiabesca, ebbra Bruges-la-morte. La settimana scorsa ho incontrato il mio airone d’argento, sempre nello stesso punto, alla stessa ora, al confine tra il verde e il cemento. L’ho già messo in due libri, ma, a differenza del merlo di Trillussa, voleva entrare anche in un altro. Le creature belle sono come le ciliegie (anche quelle brutte, ma ho imparato a fare marmellata).

All’inizio della settimana scorsa Franca Mancinelli mi ha scritto per dirmi che sabato  26 ottobre sarebbe stata alla biblioteca Ariostea di Ferrara per parlare della sua poesia. “Ti vengo a prendere in stazione!” Le ho scritto d’istinto. Ma dopo un po’ mi sono ricordata che io non ho un’auto, anche perché Bruges è la città della bicicletta, che comunque era sgonfia. “Non c’è problema”, mi ha detto Franca, “sono una camminatrice”. Ma lo sapevo dalle sue ‘prose’. Ricordo di averne lette alcune qualche anno fa su “Atelier” e poi anche altrove e di avere pensato: “continua, continua per noi lettori avidi di prosa non ‘godibile’”.

In L’origine Thomas Bernhard racconta che da bambino suonava il violino nella stanza delle scarpe del convitto nazionalsocialista “piena zeppa di centinaia di scarpe dei suoi compagni intrise di sudore, accatastate su scaffali di legno marcio”. Alla sua morte hanno trovato più di un centinaio di paia di scarpe nella sua stessa casa. Si suona e si cammina per sfuggire all’orrore, qualcuno corre pure. Non dico che lo stile di Franca sia bernhardiano. Dico del passo della scrittura, della materia viva che lo muove. È un fatto di respiro, di capacità d’imprimerlo al testo, che sia passo lungo, o rapido, o sincopato, che sia passo lento, o passo di marcia, con tutte le rispettive variazioni, le pause, gli acceleramenti, le decelerazioni, le ibridazioni, le contaminazioni di ritmi, andature, soffi, inspirazioni, frulli, espirazioni, tonfi, pulsazioni e battito d’ali. La capacità di fare della pasta madre quello che si deve. Lasciar entrare in sé il reale e restituirlo nella scrittura, come vasi comunicanti con l’esterno. È un lavoro fisico, che richiede allenamento, cuore grosso, polmoni buoni, sangue svelto e agglutinante come la lingua finlandese. Bisogna attingere a tutte le lingue, anche a quelle che non esistono ancora, e a tutti i silenzi con cui ci pronuncia la natura.

Sabato mattina ero alla stazione di Bruges con largo anticipo rispetto all’arrivo del treno, così ho percorso più volte avanti e indietro il primo binario, con il cavalletto sotto il braccio e la Canon, detta Canny, nella borsa. Per la prima volta da quando ho lasciato Bologna ero nella stazione di tutti i miei ritorni, ad aspettare Franca che arrivava da Bologna. Finché sei sul treno esiti a scendere, fai avanti e indietro in cerca di un destino, ti convinci che ce ne sia uno. Poi ti fai coraggio: prendi la rincorsa, spicchi il volo e rotoli nella scarpata, per comprendere quanto sia inutile partire, perché casa è quello che ti crolla addosso o che ti tiene. Davanti a me dall’altra parte del binario una ragazza bionda col nasino alla francese stava parlando con un tipo abbronzato, coi capelli neri e lucidissimi. Lei aveva un cappello da cowboy, giacchino corto di pelle e pantaloni a guaina infilati dentro gli stivali. Faceva una strana danza sul posto a beneficio di nessuno, mentre il tizio guardava il vuoto oltre il binario.”Amare i suoi gesti calibrati, i suoi occhi in un punto lontano. Legarsi caviglie e polsi alla sua mancanza. Non tremare, non sciogliersi per troppo desiderio. Rimanere così, dentro una sagoma; incompiuta, perfetta per un lancio di coltelli” (Franca Mancinelli, Libretto di transito, Amos, 2018).

Alle 10:30 è arrivato il treno e si è frapposto tra me e l’altro binario. Tutti i passeggeri sono scesi e si sono dispersi sulla banchina. Ma Franca non c’era. Mistero. Quando le ho telefonato mi ha detto che mi aveva inviato un messaggio per avvisarmi di essere riuscita a prendere un treno in ritardo (o in anticipo rispetto al suo), arrivando un quarto d’ora prima del previsto. Una coincidenza saltata ne aveva creata una. Ma io l’avevo persa, perché avevo la memoria piena da circa un anno. Franca mi stava aspettando in sala d’attesa. Ci eravamo bruciate un quarto d’ora di bonus da trascorrere insieme, però… avevamo guadagnato l’occasione di attraversare tutta la città a piedi in meno di mezz’ora, per arrivare alla biblioteca in anticipo. Del percorso non ricordo molto altro che il ritmo del discorso. In un lampo eravamo in biblioteca, la maestosa Ariostea. Ci andavo spesso a scrivere e studiare quando tornavo da Pisa a Ferrara nelle mie estati da studente. Mi sistemavo nel giardino interno, dove c’è il ginko biloba, il ‘fossile vivente’, nella sua schiacciante grandiosità senza superbia, con quel suo sfinente abbraccio che rovescia il volo delle radici nell’aria e non sai mai se il principio è nelle radici che si ramificano nel terreno, o nei rami che si radicano in cielo.

(Da giovane avevo un sacco di case in comodato d’uso – aule studio, parchi, stazioni, panchine – tra cui la biblioteca della Scuola Normale di Pisa. Ci andavo a studiare perché mi faceva compagnia il respiro delle persone e perché gli estranei non sanno dove sparare. Poi sono arrivati gli animali, che hanno il vantaggio di essere più rispettosi, empatici e silenziosi della maggior parte degli umani. Quindi ho fatto casa nella mia tana, di casa in casa. Nelle biblioteche non ci sono gatti sulla stampante, che fanno la posta al foglio da predare, o ti prendono a pugni la penna, o si siedono sul vocabolario, né setter che corrono nel sonno, o fremono sognando un fagiano, né fennec raggomitolate in braccio a farti caldo, col cuoricino che fa tum tum tum come la tastiera. E non ci sono fusa a fare da metronomo ai poeti. Però le biblioteche sono molto belle quando ci entri come per la prima volta).

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La lettura si svolgeva nella sala Barotti (ex sala Falcone), che ha alle pareti un ricordo di scrittura sbranata dal tempo e dalla cimosa della luce che la inonda, dilatando il bianco fino quasi all’afasia che ha dentro l’antidoto al silenzio. Il grande tavolo di legno dei relatori era collocato tra le due finestre e il posto del poeta era al centro, per metà illuminato dalla luce della finestra a sinistra. I poeti dovrebbero sempre essere per metà illuminati, per bilanciare la notte che custodiscono dentro e farne gioco imprendibile di ombre.

Durante la presentazione Franca ha ripercorso le tappe del suo cammino poetico, a partire da Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno, 2013) – di cui  ho scritto qui – entrambi poi confluiti in A un’ora di sonno da qui (Italic Pequod, 2018).

Franca ha concluso parlando del suo recente libro di prose, Libretto di transito (Amos, 2018), poi tradotto di John Taylor e pubblicato in edizione bilingue per The Bitter Oleander Press lo stesso anno, con il titolo di The Little Book of Passage (alcuni estratti qui).

Non v’inganni il titolo: Libretto di transito è un Libro. E non è nemmeno prosa. Sono petits poèmes en prose, poesie in prosa, o prose in versi. Non esiste infatti una netta demarcazione tra le diverse scritture. Ogni autentica scrittura ne contiene tutte le forme. Forse è per questo che alcuni tra i migliori libri di poesia sono scritti da ‘narratori’. E che i poeti (in particolare quelli che non sanno di esserlo) hanno spesso una marcia in più rispetto ai narratori, specie quando la ingranano con indomito sprezzo delle ruspe degli editor. Purtroppo ci sono anche poeti che si spianano da soli, sforzandosi di evitare la poesia quando scrivono in prosa. Come legarsi le ali, impiccarsi alla propria lingua, per suonare un pianoforte scordato, correre a testa in giù in equilibrio su due dita, suonare La canzone del sole con la Gibson Les Paul Standard di Keith Richard da 840.000 . Come mozzarsi le mani che ti ha disegnato Rodin, sostituirle con quelle di un ragazzo di bottega pagato peggio di un free-lance editoriale. Perché quello che conta in prosa, come in poesia, è lo stile: il ritmo, la musicalità, il passo, il respiro della scrittura. Tutto il resto è sceneggiatura, che senza immagini è noia. 

Il poeta è un musicista che, coi soliti giri di accordi che abbiamo a disposizione, è in grado di creare una melodia mai stata di nessuno, una musica di tutti. Ascoltare poesia è andare a un concerto, per abbandonarsi al ritmo, al potere evocativo della parola nuda, sotto una pioggia di spilli che fanno sanguinare associazioni. È tele-trasportare altrove, o imbarcare a forza sulla macchina del tempo per nessun dove. Per questo Franca ha mani da pianista, scolpite da Rodin nel bianco, e la luce cadeva proprio su di loro, per poi transitare tra le pagine del libro.

 

Franca ha parlato della genesi del Libretto, poi ne ha letto degli estratti dalla parte iniziale e da quella finale. Io mi sono ritrovata in stazione, sul binario deserto, quando la voce metallica annuncia il passaggio della materia che non prende forma, che non si cura – allontanarsi dalla linea gialla – e tu ti tieni stretto il cane in petto per paura che la velocità te lo possa strappare. Un’angoscia terribile ti prende per tutto quello che è ciecamente, e che macina e trita e smembra; per il passo sferragliante del mostro, per tutte le persone che hanno spiccato il volo dopo essere rimaste a lungo in bilico sul confine labile della linea gialla, sull’orlo del sublime tra qui e altrove, con una falda in petto che non si può riparare. Finché poi il frastuono non sfuma nel risucchio del rinculo, come quando sulla riva del mare le onde ti agganciano le caviglie e senti l’anima volare di lato per poi tornarti con il reflusso.

Questi sono giorni di storni – ne è passato uno stormo proprio in questo istante – sul foglio di cielo bianco dove le ali assecondano la sintassi del vento, smembrando e ricomponendo il corpo della scrittura in volo inverso. (Di là i ragazzi sono all’Opera – sono più gentili e rispettosi degli intellettuali, anche se paga il proprietario, e premurosi con gli animali che mi hanno – Sunny non gli ha fatto pipì sulla borsa come fece con l’idraulico scortese tre case fa – e io penso che è molto bello lavorare in casa, potersi precipitare alla finestra quando chiamano gli storni e si oscura il cielo – anche mentre ti stanno sostituendo la caldaia).

Sentendo leggere Franca avverti distintamente il passo del respiro nelle suggestioni che si rincorrono e accavallano e confondono come in un paesaggio nel finestrino del treno, che modula il pensiero di chi lo insegue. Senti il battito delle ali, la scansione del verso che finge di non spezzarsi, il pulsare dei cuori, i tasti neri che si espandono rubando posto al bianco. Allora bisogna ripristinare gli equilibri e aggiungere silenzio, una pagina bianca tra un quadro e l’altro. Nel frattempo io sono salita sul treno e sento rincorrersi e accavallarsi tutte le storie che negli anni ho raccolto, soprattutto gli sguardi, come un mosaico di frammenti, tutte le cose che ho perduto nel viaggio e tutti i piccoli doni lasciati da mani sconosciute per chiunque li avesse ritrovati. I libri che ho lasciato io stessa, perché facessero compagnia a qualcuno, i fogli di taccuino, i messaggi senza bottiglia perché la poesia non va difesa.

Si sente chiaramente il fischio del treno, una voce ti riporta mentre guardi assorto fuori dal finestrino, cercando di scomporre nelle sue singole parti il paesaggio che si scioglie nell’andare, incontro all’indistinto che hai di fronte per sparire.

Chiara De Luca

 

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