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Franca Mancinelli, “Pasta madre”, Aragno 2013 Featured

copertina

In questa seconda prova poetica di Franca Mancinelli è riconoscibile la voce dell’autrice di Mala Kruna (Manni, 2009), che per molti aspetti giunge ora più matura e raffinata.

In Pasta madre tutto accade tra sonno e veglia, in modo confuso, mescolato: emergono alcuni tratti di realtà, ma sembrano appartenere a un lungo sogno, che svanisce con la luce tenue del mattino. Le immagini hanno spesso un carattere notturno, la palpebra chiusa, il corpo nel letto, tra le lenzuola… poi c’è il risveglio. Non è un caso, dunque, che Pasta madre si apra e si chiuda con una scena notturna: “cucchiaio nel sonno, il corpo/ raccoglie la notte” e “dormivo su una pagina ogni notte”.

Tra luce e buio, tra vita e morte, c’è uno spazio-tempo – un profondo sonno– in cui ogni essere (umano, animale, vegetale) si rigenera, per “tornare calda radice”, per essere fermento della vita che si incatena tra i versi: radice, semi, frutti, rami, foglie, parole… Si manifesta così un’idea di ciclicità, nei verbi ricorrenti quali tornare, germogliare, bruciare, attraversare. E nella ciclicità si sprigiona la forza della natura-madre, una possibile salvezza: “torneranno a tracciare le strade”; “torniamo contro questa/ luce che non si apre”; “torno a quello che sono”; “torno a immergermi nel corpo”. Perché qui tutto passa attraverso il corpo, anche se sprofondato nel torpore del sonno, anche se in viaggio verso i frammenti del ricordo: mani e occhi sono sempre tesi a trattenere, a contenere.

Franca Mancinelli procede col suo dettato essenziale e spoglio, limpido e onesto, che allaccia elementi del quotidiano a rivelazioni cariche di mistero e sacralità, ma anche di naturale bellezza. Frequenti sono gli elementi che richiamano la purezza, primo fra tutti l’acqua che purifica, lava, battezza: “Gesto dopo gesto entriamo bambini con un segno d’acqua in chiesa”. Il sapere accostare elementi distanti tra loro, crea come un “cortocircuito, un piccolo scoppio”. Anche se, in Pasta madre, ogni cosa richiede il suo tempo, per accogliere la misura e il peso dei gesti, del verbo, nella necessaria pazienza, nell’attesa che serve alla lievitazione. Come la pasta, per farsi pane.

Le pagine completamente bianche, che scandiscono le sezioni del libro, domandano riposo, respiro, tempo per rielaborare, digerire il cibo solido, enigmatico della poesia.

Pasta madre è infatti un’opera complessa, impastata con grande cura, lasciata fermentare tra la luce, il calore, l’umido, il nuovo giorno che si schiude dopo ogni lungo sonno… come la parola poetica pretende.

Tra queste pagine, mentre il bianco domanda riflessione, pausa, silenzio, il ciclo della vita non si ferma, proprio per l’azione di quel lievito naturale, che si tramanda di mano in mano, di casa in casa, di tempo in tempo. In esso è racchiuso il senso di continuità dell’esistenza, ribadito come un dovere negli ultimi versi della raccolta, quando “proseguire/ è questo a capo del principio”.

Rossella Renzi

cucchiaio nel sonno, il corpo

raccoglie la notte. Si alzano sciami

sepolti nel petto, stendono

ali. Quanti animali migrano in noi

passandoci il cuore, sostando

nella piega dell’anca, tra i rami

delle costole, quanti

vorrebbero non essere noi,

non restare impigliati tra i nostri

contorni umani.

*

padre e madre caduti

frutti che non potevano

marcirmi attaccati

mentre nudo imparavo

a reggere il cielo

come un uccello sul dorso, lasciando

campi e case affondare.

L’azzurro torna

a coprire la terra. Trattengo

nel becco il ricordo,

il seme che sono stati.

*

nemmeno una linea nominabile

leggo acqua nell’acqua

con il testo del cielo a fronte

qualcosa in noi respira

soltanto nel trasloco:

gioia per ogni terra cancellata.

*

darò semplici baci di sutura

verserò saliva a ogni giuntura

sarò sbucciata e dolce ai denti.

Ogni mattino ti coglierò un pugno

di fiori dal selciato.

Per te avrò aghi sempreverdi

e sboccerò ogni inverno per bruciarmi.

*

anche queste mani che apro

colmandole d’ombra a lavarmi

gli occhi nel mattino

sanno dove sorgeva

un viso, una profonda

e chiara insenatura.

*

dormivo su una pagina ogni notte

bianca. Il mattino

un’ombra del mio peso, alcune pieghe

e subito voltava: proseguire

è questo a capo del principio,

bocca che passa calore

all’aria come potesse svegliarsi

essere ancora salvata.

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