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Franca Mancinelli

 

 

Inediti

 

*

«Non ha ancora smesso di piovere?» chiede venendomi incontro, sulla soglia. Davvero non mi giudica, non mi rimprovera: non ha nulla contro di me. Siamo nel corridoio chiaro, tra la sala d’aspetto e la stanza dove cerco le parole mentre lei rimane alle mie spalle silenziosa, come un grande ombrello che non può ripararmi. E forse tutto quello che mi ha dato in questi anni di treni e di corse in auto per raggiungerla, è questa consapevolezza mite con cui accetto la pioggia, che non smette di cadere, che è ancora così fitta. Scende a rivoli nelle strade che ho percorso bagnandomi le scarpe, con le suole che scivolano, il pensiero di ripararmi alla prossima svolta, entrando e uscendo da una libreria, da un bar. Di questo battito da cui mi sono appena disciolta, in cui rientrerò, non arriva neanche una cadenza attutita nella stanza in cui ascolta le mie frasi interrotte, i miei rovesci di pianto. Altri restano tra le pareti, altri hanno cappelli, cappotti, impermeabili che tu non puoi immaginare di indossare. Altri sono al sicuro, fuori dall’età in cui tutto può precipitare in uno scroscio inatteso. Sei all’aperto dove imperversa. Sei scivolata, direbbe se soltanto potesse infrangere il distacco. Ma sta trascrivendo il racconto della pioggia: continua a raccoglierne i segni.

 

 

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Sei una terra percorsa da terremoti, una terra che apre voragini, sconvolge e disabita i luoghi consueti. Preme sul mio corpo, affonda radici cercando vene d’acqua. Riposa nel suo scuro manto senza pace poi torna attraversata da frane e smottamenti.

 

 

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Ti porto all’acqua, ti spingo a tornare dentro al mare. Ti spingo a un passo dal precipizio. Spingo per farti cadere. Senza male, a occhi chiusi, come non ci fosse più terra. Vieni in questo volo sorretto dalle mani. Sarai nell’aria, planerai come un seme di tiglio. Potrai vorticare nella luce.

 

 

*

Ho ritrovato i punti di congiunzione. Tutti i miei passi sulla terra lo sono. Posso compierli uno di seguito all’altro, piantare un piede e portarlo avanti nell’aria senza radici.

 

 

****

Quanto tempo ferma, come per caso, come nel primo spazio trovato aperto. Solo per essere dimenticata e confusa, cercata a lungo fino a non sapere che cosa più, perché.

 

 

*

Una formazione di senso è un campo di forza tenuto insieme dall’amore. Si genera attorno alle persone come un’aura. Viviamo con loro, sfioriamo questa santità che a nostra volta ci appartiene, inconsapevoli, come figure di un antico dipinto. A volte sfuma, si rilascia nell’aria con l’intensità di un’alba.

 

 

 

 

da «Smerilliana», n. 17, 2015, pp. 201-213.

 

 

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In questo quadrato di freddo. Sfiorati da un dito di polvere. Da un giorno finito. Diluito nei tubi che bucano, attraversano infernali le stanze: qualcosa ci ammazza. Poi ricopre di un velo di plastica, riveste e ripone in un vassoio del frigo.

Ci sono quadri alle pareti dove piovono linee e la luce diventa notte. Laghi artificiali dove si specchiano le nuvole grigie, le case vicine.

Se mangio ancora una volta, c’è carne sotto i miei denti. Carne di quelli che sono entrati, carne mia strappata con forza.

 

 

*

La bellezza ha un velo triste. Tutti sepolti nell’abito migliore.

Ma con quanta fermezza resta in piedi su pochi centimetri di tacchi. Con quanto coraggio si è dipinta il viso in un segnale. Eppure è una sola la parte, sempre la stessa. Deve restare immobile nella sagoma o lui non la riconosce. Deve credere in lui completamente. Amare i suoi occhi concentrati in un punto lontano, un orizzonte cieco; i suoi gesti calibrati, il suo distacco. Legarsi caviglie e polsi alla sua mancanza. Non tremare di paura, non sciogliersi per troppo desiderio. Rimanere così, dentro una linea, incompiuta, perfetta per un lancio di coltelli.

 

 

*

Indosso e calzo ogni mattina forzando, come avessi sempre un altro numero, un’altra taglia. Cresco ancora nel buio come un bambino, una pianta che beve dal nero della terra. Per vestirsi bisogna perdere i rami allungati nel sonno, le foglie più tenere aperte. Puoi sentirle cadere a un tratto come per un inverno improvviso, un’immediata mutazione del sangue. Nello stesso istante perdi anche le pinne, la coda e le ali che avevi. Da qualche parte del corpo lo senti. Non sanguini, è una privazione a cui ti hanno educato, a cui ti adegui. Non resta che cercare il tuo abito. Quello che rende invisibili. Scivolare come un raggio, diritta, fino al calare della luce.

 

 

*

Ci sorvegliano dalle soglie, un occhio socchiuso, l’altro dormiente. Conoscono i nostri tragitti. Sanno che torniamo all’ora dei pasti. Conoscono i nostri bisogni, le nostre debolezze diventate abitudini. Del nostro linguaggio comprendono il suono e l’intonazione di fondo. Dei nostri gesti comprendono tutto. Anche le intenzioni. Come portiamo loro la ciotola. Come può illuderci una carezza di averli avuti vicini.

 

 

franca1Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007; premio opera prima “L’Aquila” e “Giuseppe Giusti”) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013; premio “Alpi Apuane”, “Carducci”, “Ceppo-giovani”). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Suoi testi sono compresi in diverse antologie tra cui Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Collabora come critica con «Poesia» e con altre riviste e periodici letterari.

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