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FRATUS, Tiziano

fratusTiziano Fratus, Poesie luterane

“Una crescente / curiosità per Lutero, la sua figura storica, e lui, proprio, / come uomo che respirava e s’inventava disombrando”, scrive Tiziano Fratus, “disombrando” il singolare titolo di questo libro, in cui la lingua che cerca se stessa si fa preghiera universale di chi ha trascorso “Trent’anni guardando le radici delle ombre” e che ha fatto del proprio stesso cuore “una radice / di tassodio che fuoriesce dalle acque per respirare”, che nell’oscurità e nel silenzio della terra si è fatto uomo radice, proteso verso la luce a germogliare l’albero del dire, mettendo tutto in comunione, offrendo se stesso e la propria esperienza, autentica, onesta, vera, nella linfa di una parola nutrita d’acqua e di luce, priva di orpelli e citazionismi come terra sterile e rami secchi a ostacolare la salita. Qui la parola poetica sboccia dalla consapevolezza dell’impossibilità della lingua letteraria a incarnare la gigante molteplicità del reale, “Questo alfabeto che ascoltiamo senza capire”, questa infinità impossibile da nominare. Eppure il poeta s’impone il difficile compito di “riprodurre la libertà / della natura d’essere qualsiasi / cosa si possa diventare”, lasciando da parte la presunzione e l’arroganza che contraddistinguono la specie umana, incline a dimenticare la propria reale, misera dimensione di fronte alla sperduta apertura della natura. Questo libro di “preghiere” non si rivolge tanto a un Dio sempre troppo indaffarato per ascoltare, sempre troppo ovunque e altrove, bensì al pellegrino disposto ad affiancare il cercatore d’alberi, il rabdomante della luce, la radice che sugge nella lingua l’essenza stessa del reale che la trascende. Il poeta prende le distanze dal “canto fluorescente” e dalle “geremiadi dei giovani”, spinto dall’ossessione per il tempo, abbraccia il movimento per colmarlo; ci affida la stesura del suo “romanzo di uomo solo e senza lingua”, ovvero provvisto di una “lingua fuori mercato”, e dunque non vendibile, non barattabile, una lingua nuda, scabra come la corteccia del proprio cuore, una lingua piegata come le radici nodose della propria anima, affondate nella terra per produrre ossigeno, respiro.

Chiara De Luca
In Tiziano Fratus, Poesie luterane, Kolibris 2011

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