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Fred D’Aguiar

 

traduzione di Stefano Serri

 

 

 

 

 

THE LAST SONNET ABOUT SLAVERY

(After Hogarth)

 

Put your hand on my shoulder, dear mistress.

Hands as delicate should not hang in the air

But find ample places to pose and rest.

And since my shoulders, my head, the hair

In it, all belong to you, let those hands

Settle anywhere on me, but do not let them float

Aimlessly, nor be idle, nor stand

Out as if they had no greater goal.

 

Hands that don’t know the scrubbing brush,

Or weight of any thing, other than a necklace

Or dress, stocking or shift that they adjust

Are not hands, but butterflies on a leash.

Let them wave and dart if you must, but please,

When they settle, let their good luck fall on me.

 

 

ULTIMO SONETTO SULLA SCHIAVITÙ

(Da Hogarth)

 

Metti la mano sulla mia spalla, padrona cara.

Non dovrebbero appendersi al vuoto mani così fini

Ma in ampi spazi dove stare e riposare.

E da quando le mie spalle, la testa, i suoi crini

Tutto ti appartiene, lascia quella mano

Posarsi ovunque su di me, senza fluttuare

Senza scopo, né siano pigre, né stiano

Ferme come non avessero scopo migliore.

 

Mani che non conoscono lo spazzolone

O il peso di una cosa, se non collane

O vestito, calze, o la vestina che sistemi

Non sono mani, ma farfalle che freni.

Che ondeggino e guizzino, se credi, ma almeno

Quando si posano, cada su di me la loro fortuna.

 

 

 

 

 

MAMA DOT

 

Born on a Sunday

in the kingdom of Ashante

 

Sold on Monday

into slavery

 

Ran away on Tuesday

cause she born free

 

Lost a foot on Wednesday

when they catch she

 

Worked all Thursday

till her head grey

 

Dropped on Friday

where they burned she

 

Freed on Saturday

in a new century

 

 

MAMA DOT

 

Nata una domenica

nel regno di Ashante

 

Venduta il lunedì

nella schiavitù

 

Scappata il martedì

perché nata libera

 

Zoppa dal mercoledì

che l’ hanno catturata

 

Al lavoro tutto il giovedì

finché non si è ingrigita

 

Spenta il venerdì

quando l’ hanno incenerita

 

Liberata il sabato

in un nuovo secolo

 

 

 

 

 

MAMA DOT’S TREATISE

 

Mosquitoes

Are the fattest

Inhabitants

Of this republic.

 

They suck our blood

From the cradle

And flaunt it

Like a fat wallet.

 

They form dark

Haloes; we spend

Our outdoors

Dodging sainthood.

 

They force us

Into an all-night

Purdah of nets

Against them.

 

O to stop them

Milking us

Till we are bait

For worms;

 

Worms that don’t

Know which way

To turn and will

Inherit the earth.

 

 

LA TESI DI MAMA DOT

Le zanzare

Sono le più grasse

Abitatrici

Di questa repubblica.

 

Ci succhiano il sangue

Dalla culla

E lo esibiscono

Come una grassa borsetta.

 

Formano aureole

Scure; spendiamo

Le nostre vite all’aperto

Schivando la santità.

 

Ci costringono

Per tutta la notte

A una cortina di veli

Contro di loro.

 

Oh, non lasciarle

Più popparci

Finché non saremo

Esca ai vermi;

 

Vermi che ignorano

In quale modo

Girarsi e volere

Ereditare la terra.

 

 

 

 

 

 

FEEDING THE GHOSTS

 

A solid absence, picturing the lost gold

Of El Dorado; the ruins of Great Zimbabwe.

 

A sudden shudder like the dive of mercury

Escaping a thermometer through minus.

 

The legs are the grassy brink of a precipice;

The kerosene-wick of a lamp kindles a volcano.

 

A tropical night, yet windows open wide

Cannot draw any of a thousand insects in.

 

Generations of dust, in floorboard creases, stir.

 

 

NUTRENDO I FANTASMI

 

Una solida assenza, col colore dell’oro perduto

Di Eldorado; di rovine del Grande Zimbawe.

 

Un brivido improvviso come il tuffo del mercurio

Che lascia un termometro da sotto lo zero.

 

Le gambe sono il bordo erboso del dirupo;

Lo stoppino a cherosene accende un vulcano.

 

Una notte tropicale, anche a finestre spalancate

Non può far entrare un centinaio di insetti.

 

Generazioni di polvere, tra rughe per terra, si agitano.

 

 

 

 

 

I BURIED MY FATHER A COMPLETE STRANGER

 

One close day in E5 or E6, the mute hearse

rounded the corner and filled his street.

 

At the parlour I looked and looked

at the boy asleep. I could have kissed him

on his brow with every hair in place.

 

We stood by empty seats shifting our weight,

drove deliberately to a hole made for him,

buried the child and took the man away.

 

 

HO SEPOLTO MIO PADRE UN PERFETTO SCONOSCIUTO

 

Poco tempo fa in E5 o E6, il carro funebre

ha girato l’angolo e occupato la strada, muto.

 

Nel salotto guardavo e riguardavo

un ragazzo addormentato. Avrei potuto baciarlo

sulla fronte con ogni capello a posto.

 

Fermi su sedie vuote spostavamo il nostro peso,

spinto di proposito in un buco fatto per lui,

sepolto il bambino e portato via l’uomo.

 

 

 

 

 

SHADOW PLAY

 

There isn’t enough light in the world.

Too many shadows define what I’ve become

Forcing me to register only those shapes

Shaded from the light and shadowed

By the shade; amorphous, pellucid and cold.

My shadow is sharper than me, and then some:

Ahead, behind or beside me, it takes

Away from me. I’m led by it and not allowed

To forget the fact, unsure when I’ll turn

Or stop, or why, afraid that if I sit too long

Or get stuck in a queue, it will walk off

Without me trailing it and never return,

And by the time I notice my shadow gone,

I’ll be see-through, insubstantial stuff.

 

 

 

GIOCO D’OMBRA

 

Non c’è abbastanza luce nel mondo.

Troppe tenebre chiariscono ciò che sono

Spingendomi a notare solo le sagome

Schermate dalla luce e nascoste

Dall’oscurità; amorfo, diafano e freddo.

La mia ombra è più nitida di me, e molto:

Davanti, dietro o accanto a me, se ne va

Lontano. È lei che mi guida e me lo ricorda,

Incerto se voltarmi o fermarmi, o il perché,

Temendo che se siedo troppo a lungo

O se mi blocco in una coda, lei se ne andrà

Senza che le stia dietro e non tornerà più,

E quando avrò visto la mia ombra fuggita

Sarò trasparente, incorporea materia.

 

 

 

 

D_AguiarFred D’Aguiar: Nato nel 1960 a Londra, Fred D’Aguiar è poeta, narratore e drammaturgo. La sua prima raccolta di versi, Mama Dot (1985), pone al centro una figura archetipica di anziana del villaggio, Mama Dot, e anticipa un tratto peculiare della produzione di D’Aguiar: la mediazione tra due culture, quella inglese e quella creola. Tale volontà si riflette non solo nel linguaggio, che immette elementi creoli nella lingua inglese, ma anche nella scelta di ambientazione e temi: la rilettura di episodi della storia coloniale, la violenza nei rapporti inter-razziali, la condizione dell’esule. La raccolta poetica successiva è intitolata al villaggio caraibico dove l’autore visse fino a 12 anni, Airy Hall (1989). Con British Subjects (1989) e Sweet Thames (1992) l’occhio di D’Aguiar si sposta a Londra, soffermandosi sugli esuli, gli stranieri, e il loro rapporto con la città. Alla cultura caraibica sono dedicati i successivi due lunghi poemi narrativi Bill of Rights (1998) e Bloodlines (2000), mentre Continental Shelf (2009) è legato a un fatto di cronaca, la strage compiuta in Virginia da un giovane studente nel 2007.

Tra i titoli della produzione narrativa Dear Future (1996) e Feeding the Ghosts (1997) e Bethany Bettany (2003). Il suo primo romanzo, The Longest Memory (1994), è attualmente l’unico libro tradotto in italiano (La memoria più lunga, Einaudi, 1997).

Le poesie qui tradotte sono state selezionate dall’antologia An English Sampler: New and Selected Poems. (Chatto & Windus, 2001).

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