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Fuga dalla solitudine del traduttore

nell’esilio della sua parola e del suo sentimento

 

di Vesna Andrejevic

 

Da che mondo è mondo o forse meglio dire dal tempo della famosa storia della Torre di Babele persiste una lotta tenace per la parola. Gli scrittori cercano sempre una combinazione nuova, fresca e mai vista mentre i loro traduttori vanno a caccia di quella giusta e unica possibile. Così, sia gli uni che gli altri viaggiano sullo stesso binario affrontando l’identica e “dolce” fatica, solo che un interprete della parola e del sentimento altrui deve acconsentire a sua volontà al proprio esilio durante questo viaggio perché possa aiutare nell’unico modo, e questo vuol dire, nel modo migliore, lo slancio dello scrittore all’altezza mai salita. Ma che cosa è in realtà il traduttore? Un’ombra eterna senza la quale non si può eseguire un tour nel mondo letterario. Semplicemente, il traduttore è sempre la terza invisibile mano dello scrittore.
Riguardo alla fatica e alle difficoltà del tradurre sono state scritte pagine infinite e soprattutto dall’affaticata ed eternamente semisodisfatta mano dello scrittore. È vero, ogni tanto è successo che “il manoscritto” dello scrittore ha riconosciuto questo travaglio e l’intraprendenza di un lavoro da minatore che consta di ricerca, esplorazione, scavo e ripulitura dei vari strati, densi e depositati in ogni lettera del testo. Così sono nati i rari, ma veramente intraducibili inni del ringraziamento degli stessi autori nei confronti dei loro traduttori o, secondo alcune sincere dichiarazioni, dei loro veri “riparatori” dei testi scritti. Tuttavia, nessuna lode poteva mai descrivere gli strapazzi sia interni che esterni, né i dubbi, né l’atto del misurare le parole, né l’impotenza, né la mutezza, né il sottile gioco delle proprie accuse e delle illusioni crudeli attraverso cui deve passare anche il miglior traduttore: un travaglio che non tace mai bensì si rinforza e si moltiplica col tempo. Tutto questo perché il maggior compito del traduttore sta nel fatto che lui non deve mai rovinare o imbruttire la parola dello scrittore e l’emozione che sta dietro la parola stessa. Lui deve semplicemente “riconoscere” la parola e direzionarla come una diga perché raggiunga un nuovo gorgogliamento. Proprio per questo è neccesario intuire e tradurre anche quello che stava nella prima versione del testo, quello che lo scrittore ha respinto con tanta indignazione, oltre a tutti gli slanci e i dubbi che s’infrangevano sullo scrittore, nella varia forma di fatti storici, sociali, personali, e finalmente tutti i silenzi, le virgole, i punti e… ah, sì, dimenticavamo, il traduttore deve tradurre anche “qualche” parola nel testo.
E come può fare tutto questo un traduttore che ha sempre paura di diventare un traditore? Prima deve svestire la parola come se essa fosse la donna piú bella e desiderata al mondo, denudandola completamente mentre lui scava dentro i dizionari cartacei e virtuali e poi deve toglierle questa impersonalità acconciandola con il vestito piú prezioso che abbia trovato nella propria abilità, e sapere e dentro la propria anima. E tutto questo deve dare un’impressione di leggerezza e fluidità, come d’impresa fatta in un batter d’occhio e senza fatica. Davvero un’impresa difficile. Succede che pure allo scrittore manchi la parola ed al suo traduttore mancherà per questo sia la parola ritrovata che l’inquietudine dell’autore smarrito.

Caravaggio, San Gerolamo.. Olio su tela. Galleria Borghese di Roma.

Caravaggio, San Gerolamo.. Olio su tela. Galleria Borghese di Roma.

Purtuttavia, è proprio la rassegnazione davanti i riflettori sempre spenti sia del lettore che dello scrittore che scomoda maggiormente il traduttore. La maggior parte degli autori non conosce mai i loro traduttori e figuriamoci che facciano un minimo sforzo di imparare la lingua del proprio traduttore per poter valutare la compiutezza e la beltà della parola tradotta. In breve, lo sforzo, l’energia e l’ingegnosità che un interprete del pensiero e della parola altrui deve impiegare ogni volta di nuovo senza far pesare sul testo dello scrittore nemmeno un briciolo della propria capacità e ambizione artistica sono uguali al canto agonizzante del colibrì che va cantando nel proprio silenzio.
Poi, se vogliamo essere sinceri, dobbiamo ammettere che c’è un rovescio della medaglia: solo uno che porta dentro sé stesso la propria creazione e le proprie poesie ancora non scritte o i racconti, i romanzi, i drammi ecc. può eseguire quest’impresa, può cioè trasportare il carico altrui nella propria barca al di là del fiume proteggendolo da tutte le rapide, da ogni onda, pure da quella piú piccola che vorebbe bagnarlo, ma nello stesso tempo difedendolo dalla propria navigazione inquieta e dal proprio timone “turbato”. Per questo i veri scrittori e i loro veri e grandi traduttori sono legati per sempre con catene che non si possono mai spezzare. Ma se questo riconoscimento della matrice personale e professionale avviene nello stesso tempo e proprio all’inizio della collaborazione, il doppio binario iniziale diventa col tempo solo uno e pure un grandissimo slancio comune. Le conoscenze altrui assieme alla parola altrui, cioè alla parola dello scrittore, prima o poi devono strappare e svegliare l’altra parola raffrenata, quella del suo traduttore, spingendola a sbucare con tutta la forza alla luce o meglio dire, a spuntare all’ improviso dalle ricchezze del sottosuolo come un geyser che schizza con i suoi getti lo stesso traduttore-autore e il suo scrittore-interprete. Ed ecco che miracolosamente i ruoli vengono scambiati e i conti fra il creditore il debitore vengono saldati e ridotti allo zero. I grandi ed eccellenti scrittori, cioè quelli rari, scoprono nei loro traduttori dei nuovi autori, i loro riflessi e le loro tracce e li aiutaono ad uscire dalla dedizione vereconda con cui interpretano i pensieri e i sentimenti altrui. Non dimentichiamo che i migliori interpreti dei poeti sono i poeti, dei pittori gli altri pittori e cosi via. In tal modo nasce una simbiosi d’arte dalle dimensioni cosmiche, ma solo in casi rari. Anche se lo scrittore con la beltà del suo stile o con le insolite maniere (però rimane sempre la domanda cos’è oggi veramente insolito?) riuscisse solo a svegliare la sublime ambizione creativa del suo interprete, questa impresa sarebbe tanta e così grande che rientrerebbe nell’eterno ordine dell’universo secondo cui niente, proprio niente, succede per puro caso e secondo cui ogni manifestazione ha le sue forme e i suoi mutamenti. Ma se, per un puro caso, il traduttore ardisse stare fianco a fianco con il suo scrittore e si mettesse a scrivere nella di lui lingua materna, allora tutti si trasformerebbero negli autentici testimoni di un’impresa quasi impossibile. Si dice che non si possa scrivere né recitare nella lingua altrui, ma con la globlizzazione stiamo diventando tutti Sam o Pam dimenticando nello stesso tempo chi siamo, da dove veniamo, e tutto questo in nome di una e unica cultura comune da “chewing gum” che ha diritto esclusivo alla sopravivenza e alla “masticazione” di ogni cosa e di ognuno… allora l’apparizione di scrittori e di traduttori-scrittori o di una metamorfosi di queste due vocazioni, i quali non scrivono nella popria lingua madre bensì pensano e direttamente trasformano i loro pensieri nella lingua altrui, presenta l’unico positivo “effetto o danno collaterale” di tutta la globalizzazione. Anzi, siamo sicuri che i suoi creatori non si immaginavano nemmeno che questo fenomeno sarebbe potuto nascere. Forse siamo pure i testimoni di una chimera donchisciottesca che si manifesta come una fusione di reltà e immaginazione.
Però il fenomeno di autori che scrivono in lingua straniera ha cominciato il suo cammino e continuerà a diffondersi in modo irrefrenabile. Ci sono certo stati autori di grande successo che hanno scambiato la propria con una lingua straniera. Per la maggior parte erano scrittori delle ex colonie in cui francese o inglese erano le lingue della educazione obbligatoria e della formazione intellettuale, ma oggi si tratta del volontario esilio dalla propria lingua e cultura nella nuova lingua straniera, appena imparata o perfezionata, dove si cerca un valido posto. Si parla, guindi, dei moderni esuli dalle proprie radici che cercano l’ancoraggio nella nuova e vicina patria linguistica e culturale, cioè del fenomeno che ha fatto venire alla luce il nuovo millennio proprio con il suo fanatico atto del riordinamento dei confini, togliendone alcuni e stabilendone di nuovi, con l’angoscia tremenda che quelli che si sono trovati fuori il loro “ovile” possano incattivirsi e non aspettare il proprio turno di entrare nel recinto desiderato. E qui si parla di tutti quelli riordinamenti storici, dei calcoli e delle misure politiche degli ultimi decenni del secolo passato e dei primi anni del nuovo secolo.
L’impresa può davvero sembrare una mission impossible. Una lingua straniera non si riesce mai ad imparare come quella che si assume con il latte materno, si può però perfezionare in modo tale da ottenere “un caffellatte” dal “latte materno” altrui: provate a scrivere in una lingua straniera e il risultato vi sembrerà o un dolce e fallace inganno della vostra ambizione o un’attraente boccone d’arte. Dopo la prima esaltazione, date il vostro capolavoro al primo contadino al mercato che ha “il vostro boccone” geneticamente impresso nella mente. La sua soluzione forse non sarà migliore, ma si dimostrerà sicuramente più viva, più sciolta, più comprensibile. Provate a sfogarvi nel pianto sulle sue spalle, nascondendogli il motivo della vostra disperazione. E allora, è mai possible eseguire questa impresa? E poi come e in quale misura riesce a compiere questo compito il nostro traduttore con l’ambizione sincera di cimentarsi con un lavoro così imprevedibile nella lingua del suo scrittore? Come può fare tutto questo se il suo principale difetto cioè il maligno avversario è proprio la lingua in cui deve realizzare il suo sogno?

Heinrich Fssli, Das Schweigen, 1799-1801

Heinrich Fssli, Das Schweigen, 1799-1801

Siamo di nuovo nella twilight zone della afasia e dell’impotenza del traduttore che ora si mescola con il tacere e con il nodo alla gola dello scrittore. L’autore che è stato il modello e il nostro grande maestro, ha compiuto la sua missione e pur volendo, non può aiutarci. L’unica cosa che possa fare è guardare di buon occhio la nostra riluttanza verso la logica delle cose e verso il nostro tentativo furioso di saltare “il recinto da casta” o “gli steccati altrui” dietro cui stavamo sbirciando finché non ci siamo stancati dell’unico buco forato attraverso cui potevamo vedere solo con un occhio tutto quello che accadeva nel vicinato attraente. In sintesi, come si conquista “il mercato linguistico straniero” e in che cosa consiste “un buon marketing d’autore” per chi scrive in una lingua straniera? Allora, niente di imitazioni di modelli presenti, nemmeno di quelli linguistici. È necessario rispettare le regole: sia quelle grammaticali che quelle letterarie, ma niente di piú. Sembra paradossale, ma proprio la nostra posizione di intrusi nel teritorio altrui, di esuli linguistici e culturali, di outsider, sarà la nostra arma più potente: tutto questo fa nascere un’emozione tremenda da tempo soffocata che, una volta venuta a galla con tutte le sue forze, comincia da sola a farsi riconoscere senza traduzione perchè il dolore, la gioia, la paura, l’angoscia, la felicità sono concetti del vocabolario emotivo di ogni essere umano. Le emozioni si comunicano a una velocità sconosciuta a cui la velocità della luce fa il garzone. Per di più le emozioni hanno bisogno di essere trasfuse nelle grandi immagini che prenderanno il ruolo delle parole. Ecco, siamo arrivati al cuore di qualcosa che si può definire l’effetto filmico della lingua di chi scrive in lingua straniera. La sinestesia non è una cosa nuova, però finora abbiamo avuto sempre l’immagine a fare la funzione della parola. Se non c’è una bella storia, non c’è nemmeno un bel film. Con l’introduzione della poetica e del linguaggio cinematografico nella parola scritta forse è giunta l’ora che la settima arte saldi il suo debito verso la parola scritta che è ne stata finora la trama e la base, il che aiuterà tutti coloro che scrivono e magari sognano in una lingua straniera a risolvere il loro dilemma creativo. Ma questa globalizzaazione delle poetiche non significa l’annullamento delle varie arti bensì l’incoraggiamento perché la parola e l’immagine si trattengano ognuna al proprio cardine, cioè l’opera letteraria alla parola e il film alla immagine. Altrimenti, se togliamo la parola da un libro, e da un film le immagini, otterremmo vuote e spettrali quinte letterarie e una cieca e muta storia da film. Infine, che cosa rappresenta uno scrittore-traduttore-interprete straniero (chiamiamolo pure l’unico pasticcio mondiale fatto dei propri bisogni, amori, ambizioni, desideri e speranze ecc.) nella letteratura italiana? Proprio un nuovo occhio, un nuovo sguardo, un nuovo ritmo, la nuova cantilena che si deve solo correggere un po’ adattandola alle definite norme linguistiche e letterarie e che non ha affatto bisogno di essere “tradotta e messa” nei canoni di una letteratura così grande ed immortale come quella italiana. A prescindere dal fatto se gli autori stranieri vivano sul suolo italico o siano collegati ad esso in modo virtuale o tramite la loro immaginazione, a prescindere dal fatto se scrivano direttamente in italiano oppure come fa la maggioranza di loro, traducano i loro pensieri, una volta dalla propria mente alla madrelingua (e di questa traduzione non si parla molto) e poi da essa alla lingua straniera, è importante che l’opera venga concepita sul modello italiano, sia linguistico che culturale. Il compito generale di questo modello che, a nostro avviso, è stato già ben riconosciuto dalla antica e saggia memoria latina, sta nell’apertura di un porto tutto nuovo con posti sufficenti le zattere, le barche, le navi, i bastimenti, ma anche per qualche antico veliero smarrito o forse pure per una nave grandicella. In tal modo la leterattura italiana ci guadagna perché sarà tra le prime a poter scegliere tra i nuovi respiri, tra i nuovi e vari rinfrescamenti e potrà crescere con una moltitudine di voci rimanendo ancora unica, quella che esiste da sempre e fa a modo suo cioè “alla italiana”. In breve, camminerà verso un nuovo modello linguistico e poetico promovendo in modo perfetto il concetto contemporaneo del marketing mondiale “crescendo globalmente col pensiero locale”.

                                                                 Vesna Andrejevic,

                                                       traduttrice letteraria, Belgrado, Serbia

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