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Gabriella Grasso, Quale confine (anticipazione)

Quale confine è una domanda retorica. Non c’è confine per lo sguardo, soltanto un orizzonte distante verso cui tendere, un punto interrogativo da flettere. È uno sguardo avido quello del poeta che si avvia brancolando lungo l’impervio percorso della rinascita, “è voragine / all’istante / che chiede e dà / senza mezze misure”. Quale confine è un libro che va scrivendosi dopo la tempesta del dolore di cui non era chiara la fine, con le mani graffiate, sulla spiaggia dei sopravvissuti, quando il volto caro è sprofondato “nell’evidenza /di quella che chiamano assenza”. Va scrivendosi nella stanchezza incredula e nella sospensione di esserci ancora, con senso di sorpresa – e forse di colpa – per essere scampati alla messe della morte, chiedendosi se tutto sia davvero stato, se ci sia mai stata vita e tanto intensa da non poterla ricordare, da doverla gradualmente ritracciare, rinunciando alla nitidezza dei contorni, alla fitta trama delle sensazioni allentata dal tempo e dalla sofferenza, superando la commovente presenza del corpo. L’orizzonte adesso è quello del mare calmo, come innocente, incapace di tanto tumulto. I rumori si attutiscono nella bonaccia, le lacrime rientrano come perle tra le valve. Riprende la ricerca. Serve “un pianoro su cui lanciare / lo sguardo” per vivere come un animale, ritrovare lo slancio della corsa, il movimento senza senso al di là di se stesso e del variare inatteso del vento. Sta ora allo sguardo far riemergere il mondo, affidandosi ai dettagli, anche a quelli all’apparenza irrilevanti, consegnandosi al ricordo, che dagli oggetti cerca di ricostruire un volto, perché gli occhi divengano un mare, da seguire senza direzione, da accarezzare con lo stupore “di chi è andato oltre / il dominio del tempo”. Nella solitudine lo sguardo bambino cerca gli occhi degli altri come un abbraccio, ma gli sguardi si mancano a vicenda come mani che falliscono la presa. Come riconoscersi allora? Occorre far entrare dagli occhi il paesaggio, apprendere la minacciosa quiete del Vulcano, assorbire energia della colata lavica racchiusa nel sedimento freddo del dolore; indossare il silenzio del bosco nella sua magnificenza, sentire su di sé lo sguardo di tutti gli animali, mettersi a fuoco, abbandonarsi al “sacro abbraccio della pineta”, con la pigra saggezza della lucertola. Nascere è scavalcare l’ostacolo del tempo, ritrovare la magia del migrare e dell’incontro come “il solo modo di stare nel mondo”. È chiamare a raccolta tutti gli sguardi assenti che sembravano spenti, evocarli dalla notte del ricordo. Lasciar andare chi parte baldanzoso, diretto a grandi imprese, abbracciare umilmente la quiete di un’attesa senza movente, che non chiama ritorno perché tutto quello che manca lo ha dentro. Paesaggio interiore e paesaggio esteriore si riflettono e corrispondono, passato e presente sono in costante dialogo, s’interrogano l’un l’altro soltanto per trovare la spinta di nuove domande. “Le persone diventano luoghi” privi di confini e lo sguardo ne contiene cento incontrati negli anni e cento altri ignoti da generazioni precedenti. Il viaggio di ricostruzione è un ritorno al seme, da cui tutto può ancora germinare, fino a sfiorare “anche senza vederlo, il confine”.

Chiara De Luca

Ti aspetto qui

Ti aspetto qui
sono un po’ stanca io
non vado oltre

È stato un viaggio
questo radente al muro
di sciara a secco
roveti innocui
lucertole beate
nella loro indifferenza secolare

Tu vai
a conquistare il mondo
ad affrontare il drago
che senti mugugnare
nell’antro del vulcano
e vincere quella medaglia antica
che spetta a chi ha coraggio
a chi non teme pioggia né fatica

Io resto e qui mi troverai
se vuoi tornare
e ti offrirò dal mio grembiule
le more che ho raccolto lungo il muro
nelle ore silenziose del mio stare

 

 

 

 

 

Il mio paesaggio cambia

I demoni al centro della Terra
si sono risvegliati
senti?
Sono i giganti inquieti
operai di quell’Efesto protervo
e ingegnoso
che forse questa volta plasmerà
un nuovo vaso per ricatturare
tutti i mali del mondo
e per
ricominciare

Ma il borbottio carambola in tumulto
diventa rombo tuono quasi urlo
grave e potente, dal ventre
del vulcano
E il buio ora si accende
con bagliori di rosso, poi con schizzi
poi con fontane altissime di lava
incandescente
sempre più convulsa
che posa a terra e nel suo diramare
disegna piste nuove
come braccia
e come una minaccia
per noi figli dell’Etna
e di un suo tempo ingrato

Questo dolore, a lungo trattenuto
allagherà il terreno che dormiva
devasterà i suoi frutti
senza scampo
Questo dolore, insieme coi suoi spasmi
poi finirà d’un tratto
nel silenzio
attonito del cielo
La lava perderà tutto il calore
che la rendeva mostro
e sembrerà
sudario duro e scuro per la terra
scabro camminamento
per chi riparte ora con passo incerto
e disilluso

Tu rivedrai quei luoghi
saranno altri
non ci sarà un appiglio per i tuoi ricordi
ma solo nero e roccia
e una ginestra
che illumina di oro il tuo percorso
e ti accarezza
con le sue lunghe dita

Dopo l’incontro con la morte
è sempre
un diverso tornare alla vita

 

 

 

 

 

Perditi dentro i dettagli

Nel fumo dei giorni
di pece, congegni e frastuono
istanti a incastro
di pieno e di niente
di nebbia che assedia la mente

concediti
un treno impreciso
tra un’ora segnata di rosso
e un termine che potrebbe
anche non aver fine

e perditi dentro i dettagli
e lascia che prendano spazio
nel mare degli occhi
e seguili senza una meta
carezzali con le tue dita
di sogno
e scoprili con la meraviglia
di chi è andato oltre
il dominio del tempo

 

 

 

 

 

Mistero della fede

Lori, ma tu
sei esistita davvero?
Sono tra le pareti
custodi
di un’infanzia comune
e accarezzo gli oggetti delle nostre giornate
il carillon, il tuo diario
gli schizzi, le carte
il gattino
dal colore improbabile
rosa
senza un occhio da sempre

Ed è come
intuirti ma non
riuscire più a metterti a fuoco
Ci sei stata al mio fianco?
E inspiro con forza il maglione appoggiato
alla porta
e ritrovo l’odore
Sei uscita da qui? Sei tornata?
E quella canzone inventata
una sera di pioggia
la canticchio
ma mi manca una nota
una sola bastarda parola
Non la trovo
nella mente ora presa d’affanno
è sparita, mi si spezza
il canto

mentre il gatto
il nostro gatto marrone
fissa ancora
coi suoi occhi di sabbia
il mio sguardo
e immobile
qui sulla soglia
mi sbarra il passaggio

 

 

 

 

 

Marzo pazzo

E poi ci ritrovammo in tre
sotto l’ombrello
noi due sorelle folli
e un uccellino sperso
rimasto al bordo della carreggiata
La pioggia accompagnava il sole
e cadenzava allegramente il passo
al nostro camminare senza indugi
verso nessuna chiara direzione

Ci vide Alfredo il pazzo e ci fermò
chiese ospitalità sotto la tenda
volle affiancarci nella traversata
mentre la pioggia si era trasformata
in chicchi resistenti di euforia
di grandine imprevista ma accettata
Ci intercettò il caro vecchio Pietro
cotto dal sole per il camminare
continuo che scandiva le giornate
andirivieni senza una ragione
senza compagni, senza una stazione
dove fermarsi per guardare indietro

La grandine cessata, ora che il cielo
si era fatto più buio e ingombrante
lasciava il passo a nuvole pesanti
cariche di sorprese e di bizzarri
presagi, dono nuovo
dell’eruzione in corso
La cenere di lava e i lapilli
danzavano accanto al nostro passo
e vi stendevano un tappeto rosso
di fango e fuoco

Sotto un ombrello piccolo, malfermo
noi cantavamo andando verso sera
inaugurando una primavera
imprevedibile eppure naturale
di compagnie e di un curioso andare
sfiorando terra
ringraziando il cielo
offrendo il braccio a chi è rimasto solo

Gabriella Grasso è nata nel 1971 a Catania ma ha vissuto tra Linguaglossa, Catania, Bassano del Grappa e Acireale, dove attualmente vive e insegna materie letterarie nella scuola secondaria di I grado. È studiosa e docente di linguistica della LIS (Lingua dei Segni Italiana), di cui è interprete e su cui ha pubblicato alcuni contributi all’interno dei volumi Grammatica dei Segni, edito da Zanichelli, Bologna (di cui ha scritto anche la presentazione e curato la revisione linguistica e dei dati storici) e Viaggio nella città invisibile, edito da Del Cerro, Pisa (pp.151-155). Collabora con il blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri e con la rivista letteraria “Lunarionuovo”. È appassionata di LIS, di musica e di poesia: tre modi diversi e potenti di comunicare. Quale confine è la sua opera prima.

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