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Gianluca D’Andrea Featured

 

 

ASPETTAVO LA STORIA DI UN QUADRO MILLENARIO

 

Vedevo lo spettro nell’immagine

lenta, che rallentava gradualmente;

per un istante le figure si muovono appena:

case sullo sfondo, in un parco

bambini e famiglie, madri in maggioranza,

compiono le loro azioni.

In un pomeriggio di aprile –

dentro il quadro mia figlia e mia moglie

nel loro angolo, sedute sulla ghiaia.

Aspetto ancora un po’ prima di entrare,

ho il tempo di sperare che qualcuno

colga da un altro spiraglio il quadro,

che il tempo senza tempo si ricordi

in molti modi, senza nostalgia,

senza la mia stessa speranza,

nell’oblio di un ricordo che non può essere ricordato,

nella compassione lontana

di chi non ne sa parlare.

 

 

 

 

 

 

 

GLI ALBERI E I RAGAZZI

 

 

Li fogghi si stracàncianu p’amuri:

pàrunu argentu e mànnanu spisiddi.

Pasquale Salvatore

 

 

Le schegge che da questo sopravvivere

appaiono scomparendo nello schermo,

nei display sempre accesi in cui gli occhi

dei ragazzi sono immersi

come radici in un campo.

Un mondo germogliante e marginale

che resta apparizione al desiderio

di un’apparizione. Dove il contatto

è un panorama collaterale

il futuro insegue esempi,

vene che provano la strada al tronco,

al fiume in cui convergono correnti

educate da altre correnti.

Un circuito esatto, smisurato,

un organismo che suscita il miracolo composto

in una figura, nella sua parola.

 

In una scuola di un quartiere suburbano,

dove basso è lo scarto che separa

i riflessi e il vero che la realtà concede,

mi sorprendono mille vicende,

eventi fondanti, si diceva una volta,

emergenze che si fissano nella memoria.

 

Dai gesti alle urla nella classe il gioco,

gli insulti e le mani dipendenti da qualcosa di più ampio –

rami che si incrociano e uomini che abbandonano

i nodi a cui si avvolgono –

gli sputi di una ragazza ancora bambina

è la linfa di cui nutro la mia sopravvivenza.

I germogli della strada rastrellati in una rete

sondabile, nenia inconsapevole

che affonda in questo luogo

di forte agnizione.

 

La chioma si apre e copre il cielo senza

oculi o feritoie. E il cielo è lì

seguendo la scia nel bagliore

degli occhi dei ragazzi, buchi

che chiamano desideri, come il trucco

di bambine che maschera altre negligenze

diventando “modello” di eleganza,

trucco che va oltre ogni bellezza

e si trasforma in sistema. Lo avverti

ma non per questo è accessibile.

Per lo stesso motivo il verde ha tonalità

che l’occhio e la lingua non raggiungono

e l’albero resta indecifrabile.

 

La vita si blocca nella storia dei quartieri,

ma ciò che cresce mantiene un habitus,

una confezione.

 

Gli oggetti sono insieme all’uomo,

lo attraggono, lo sferzano, continuano

la loro funzione protesica,

eppure brilla altro sulla superficie,

è la vita nelle relazioni che i viventi

utilizzano con i loro strumenti.

I ragazzi non lo sanno,

li distruggono,

introiettandone la fine.

 

Le vene trasportano linfa

e diffondono nutrimento,

il sistema si equilibra da zone

periferiche, ricicla le sostanze,

espelle le nocive, l’organismo

tenta un ciclo non pensando alla sua fine.

Alcuni frutti maturano, le generazioni

si manifestano in curve e pieghe,

simulo un’altra vita, mi adopero per allontanare

la consapevolezza di morire –

mi lascio trascinare da un cosmo

che si dissolve nell’evidenza

di essere dissolto.

 

L’albero ravviva i suoi colori,

cosmesi, radice –

le ragazze mascherano l’entropia,

l’abbandono radicale che le genera,

candidamente, la sofferenza

di una famiglia disintegrata

da un habitus d’origine, ecco il trucco:

si assottigliano al sistema e aderiscono

agli eventi fino a fuggire dentro schermi

che oscurano nuove affezioni, o nuove agnizioni.

Restano mascherate il più possibile, fuori

il più possibile, mi insegnano un comportamento

che è mio e anche dell’albero, mi insegnano

la divulgazione.

 

Si spezza un ramo, le radici

alimentano i primi respiri,

la chioma s’infoltisce. È primavera inoltrata,

il sole si accende e acceca, noi non siamo in un luogo,

legati ed espulsi, chiediamo ombra

e un attimo di coinvolgimento.

Dai ragazzi una richiesta, ma riappare la necessità

e la risposta rimane un miraggio.

Loro fuggono nel loro universo, il mondo

è ricco di aperture e membrane,

i nostri universi si divorano, tangenti

o assiderati dal contatto fino a che appare

una scia che ti forza nei quartieri,

ai margini semivivi o in simbiosi con la morte.

 

Discutiamo di denaro, di acquisto

e di coraggio infantile durante una rapina.

Uno dei ragazzi, malmenato

da un militare in borghese, mi dice,

armato di coltellino,

minaccia le vecchie signore; un altro,

entra in una bottega e ruba 20 euro,

compra da fumare e si stordisce

davanti a un video porno, sul nuovo smartphone,

circondato da una tribù temporanea,

fino al prossimo distacco.

 

Le venature, i canali di trasporto,

i liquidi, le altre forme di vita,

rendono possibile l’esistenza

e rinvigoriscono la pianta.

Al piano superiore della scuola

altre esperienze

per uscire e cambiare nel flusso il paesaggio,

si spera nella foglia più alta.

L’eventualità di un lavoro o, remoto,

un percorso di studi.

In questi desideri e nello sconforto,

si avvolgono i racconti dei piccoli eroi,

raccolti alle radici, intrecciati

al fermento, alla rinascita.

 

 

 

 

 

 

 

TRASPORTO STALLATICO IN 3 MOVIMENTI

 

 

O corpo glorioso, qualche santo

dovrebbe provare amore per la

tua merda.

Valéry

 

I

 

Quel giorno in quel luogo

desideravo la sosta,

la città si misurava negli spostamenti.

 

 

 

II

 

Arrivò nel mezzo inaspettato

l’odore primordiale.

Bisogno dell’essere in stallo,

l’essenza inventata,

dall’uomo e il profluvio della locomozione.

 

 

 

III

 

Il bisogno sull’autobus

che portava a Porta Garibaldi,

con la soglia antica dell’escremento

esposta alla corrente.

Annusai la presenza

improvvisa, l’alterità

ferace differiva per fermare

lo spostamento

e invase la dimensione

attraente della meta.

 

 

 

 

 

 

 

Zone recintate

 

 

 

I. LA LUCE, PELI PUBICI

 

Giorno, Peschiera, vista sul water

nello spostamento dei raggi,

il ritmo delle tossine dalle altre stanze,

inoculato a forza d’isolamento.

Archi, insenature pronte a capitolare

in crocevia imprevedibili solo adesso,

a scomparsa.

Aprendo scaracchi di lago al confine

risorge lo spettro lombardoveneto,

in mezzo all’evo che segna

passerelle e suoni del dopo fine.

Tutti accesi nel cielo pubico,

nel pelo luminoso sul bordo,

in bilico nel semibuio.

 

 

 

 

 

II.

 

Non è perfetta la resa,

è il paradiso del resto

una visione spalancata

sull’essere noi

e il desiderio di non esserci.

Prendi il pensiero che si svolge

e riflette atrocità di passaggio,

a volte improvvisa una traccia,

un buco di raccapriccio

che si allarga in un movimento

e cade rapido, immaginifico,

un gravitone nel suo attraversamento.

 

 

 

 

 

III.

 

Come il raggio arretrato si abbatte

sul ciclo del riposo, un ragazzo

soddisfatto al suo tavolo,

avrà giocato, lavorato alla pienezza

di consumarsi nel sentire,

un desiderio? Il resto è un boccale

di tette grosse che esonda nutrimento,

parti di un mondo da svolgere

e ricondurre alla pienezza.

L’assenza ci lascia esterrefatti

e senza slancio. Io, immobile

sui flutti di questa divisione,

rimasi scolpito nel quotidiano,

routinario non essermi,

almeno, mi ricordano, fino

al prossimo pianeta o trasformazione

o buco oscuro di materia;

non conoscendo, se non al passato,

la gioia piena e necessaria

del trasporto e del ritardo.

 

 

Note

“gli alberi e i ragazzi”: nell’anno scolastico 2011/2012 lavorai da supplente per una ventina di giorni nella scuola di un quartiere “difficile” di Messina. Una delle classi era composta di ragazzi con famiglie dissestate, padri carcerati, bisogni incolmabili e rifiuto per qualunque dinamica educativa. Solo l’affetto ci ha legati in quei giorni. Gli alberi erano intorno, in ogni mio spostamento.

L’epigrafe al testo è da “Lu chiuppu” (Il pioppo), dalla raccolta Tràstuli (1949) del poeta messinese Pasquale Salvatore (1885-1958), in Charybdis. Poesia messinese in dialetto, a cura di G. Cavarra, Intilla editore, Messina 1995. La traduzione recita letteralmente: «le foglie cambiano colore per amore:/ sembrano argento e mandano scintille».

Trasporto stallatico in 3 movimenti: un clochard sull’autobus a Milano, una tarda primavera.

Zone recintate: III. Nel testo agiscono due riferimenti letterari. Il primo è il Rimbaud di Au Cabaret-vert, il secondo Wallace Stevens e la sua raccolta del 1942 Parts of a World.

 

 

 

Gianluca_D_AndreaGianluca D’Andrea (Messina, 1976). Poeta e critico letterario. Cresce a Messina dove si laurea in Lettere Moderne con una tesi su Valerio Magrelli e il rapporto tra poesia contemporanea e mezzo informatico (Le stagioni di Teléma – Magrelli e i poeti del computer). Dopo la laurea si sposta in varie città d’Italia – con frequenti ritorni nella sua città natale – prima di stabilirsi a Treviglio (BG). Insegna nella scuola media. Alcuni suoi testi sono inclusi in numerose antologie. È tra i fondatori del sito Carteggi letterari e tra gli organizzatori di Trevigliopoesia. Sue poesie, traduzioni e recensioni sono presenti in riviste (Vertigine, Ciminiera, Lo Specchio della StampaIl Domenicale, Sagarana, La Mosca di Milano, Testo a fronte, Tuttolibri, Poesia, L’Immaginazione, Ali, Fermenti, La Clessidra, Atelier) e sul web. Ha curato, con Vincenzo Della Mea, l’antologia Verso i bit (Lietocolle, 2005). Nel 2011 è stato finalista al Premio Cetonaverde – sezione giovani.
Opere poetiche: Il Laboratorio. Faloppio-Como, Lietocolle (2004); Sezioni, in Conatus – l’utopia come bisogno la poesia come soluzione. Roma, Coniglio Editore (2005); Distanze. Sul sito http://www.lulu.com (2007); Chiusure. San Cesario-Lecce, Manni (2008); Canzoniere I. Forlì, L’arcolaio (2008); Evosistemi. Salerno, Edizioni L’Arca Felice (2010); [Ecosistemi]. Forlì, L’arcolaio (2013).

 

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