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Giuseppe Ferrara intervista Chiara De Luca

Gli storni ti hanno sempre affascinato (c’è un video bellissimo che hai girato in proposito qui). Sembra che il mondo animale, la sua libertà e il suo movimento rispetto a quello umano abbiano per te una grande importanza, forse anche di più della tua stessa casa.

Sì, mi affascinano gli uccelli in generale. Al di là dell’arte a me preclusa di volare, degli uccelli in stormo ammiro il loro essere uno e tutto, grazie a quel radar interiore che ne modula l’unisono del movimento sia quando sono insieme, sia quando si allontanano per un volo all’apparenza individuale, mentre invece si muovono nella stessa direzione. Agli storni devo molto. Qualche anno fa, in un momento molto difficile, in cui ogni emozione sembrava essersi spenta a seguito di un trauma, il loro passaggio nel cielo mi riempì gli occhi di acqua salata e mi fece trottare il muscolo rosso all’impazzata. Fu un ritorno alla vita. Da allora la stagione degli storni è sempre una festa. So che hanno ogni volta un messaggio diverso da comunicare, e alzo gli occhi per decifrarlo. Ho imparato a riconoscere lo stormire d’ali che prelude al trionfo di caleidoscopiche figure che disegnano nell’aria con le loro sorprendenti evoluzioni di ballerini alla Scala del cielo. Il giorno che ho girato quel piccolo video ero in casa a scrivere, quando ho sentito il loro richiamo. Ho preso subito Canny, che è sempre accanto a me sulla scrivania e sono corsa ad aprire l’oblò della mia nave al largo del cielo. E loro erano lì, come piccoli pirati dell’aria, a invadere i tetti e i comignoli delle case, a tracciare sul foglio bianco del cielo le lettere dell’alfabeto della gioia. Nei giorni successivi li ho incontrati più volte durante le mie fughe canine. Finché il giorno dei morti, mentre tornavo con mia madre dalla Certosa, ci hanno scortate lungo tutta la bellissima Corso Ercole D’Este, per poi piroettare in cima al Palazzo dei Diamanti. Ho immaginato che fossero le anime dei morti. Me li figuro così gli esseri umani una volta liberati dal corpo, quando ogni distinzione è stata annullata dalla morte: uguali, capaci di empatia e legami sinceri.

Gli animali mi hanno salvato più volte la vita. Nell’abbandono c’erano sempre e soltanto loro. Con la loro dolcezza mi ricordano quella che ero e che con loro di nuovo sono. Gli animali sono diventati la mia casa, soprattutto da quando è arrivato il primo cane, il 2 febbraio del 2011, cui è seguito un gatto e poi un altro cane, che hanno tutte le sfumature del rosso, dal tan di Titti, al biondo rame del gatto Sunny, al mogano della setter irlandese Eva. Prima sono sempre stata una senzatetto, che vagava di città in città e di casa in casa (ne ho collezionate venti), cercando invano ospitalità nel cuore delle persone. L’arrivo di Titti, piccolo incrocio tra una fennec, un furetto, un topolino, un leprotto e un cerbiatto, ha segnato la fine dell’epoca migratoria a.C., avanti Cane, e l’inizio dell’epoca d.C., dopo Cane, l’epoca stanziale, in cui ho trovato casa come un insetto nelle perle d’ambra dei suoi occhi. Grazie alla compagnia dei cani mi sono avvicinata con una nuova consapevolezza al mondo naturale. Trovandomi in difetto rispetto ai 300 milioni di recettori olfattivi del loro tartufo, ho iniziato ad aguzzare i sensi, a guardare le cose con aumentata attenzione, a spiare le variazioni della luce e i segnali del passaggio delle stagioni. Ho imparato a rotolarmi nell’erba, a scivolare di schiena lungo le discese, a osservare le cose dal basso, dalla prospettiva degli insetti. Ho imparato a correre e a giocare nell’attimo presente, senza pensare a niente.

In molti pensano che chi vive con gli animali sia un asociale, uno che sceglie la via comoda per colmare qualche lacuna affettiva, perché incapace di rapportarsi con i suoi simili. Ma è solo invidia e ignoranza. Gli animali d’altra specie non sono un ripiego dell’animale umano, ma qualcosa di altro e grandioso e di complementare. La prossimità costante con il mistero degli animali d’altra specie, con la loquacità del loro profondo silenzio, t’insegna ad accettare l’altro individuo per quello che è, ad amare il diverso pur senza avere la pretesa di capirlo fino in fondo. Ogni animale ha una sua personalità e un suo carattere, ognuno ha una sua intensità di sentire e un suo mondo affettivo. Gli animali non amano incondizionatamente. Ti amano nella misura i cui riesci a trovare una chiave per comunicare con loro, nella misura in cui sei sincero. Altrimenti ti seguono per opportunità e convenienza. Il rapporto con gli animali va costruito giorno per giorno, tra prove ed errori, esattamente come i rapporti umani, solo che non hai il supporto del linguaggio verbale per mentire, spiegare, correggere, ritrattare. Hai soltanto i gesti le azioni, gli sguardi e le emozioni. Non puoi fingere sentimenti che non hai, perché gli animali li annusano nell’aria con i tuoi umori, con la fluttuazione dei tuoi stati interiori. Gli animali sono esigenti, chiedono impegno e dedizione. Quando stai facendo qualcosa di importante con loro, come saltare nelle pozzanghere, rotolarti nell’erba, correre come un bambino, non puoi metterti a telefonare o a spippolare sui social, perché i tuoi compagni ti richiamano subito al piacere di essere insieme. Tutto questo ti abitua a essere molto più esigente e selettivo nei rapporti in generale. Viziata dagli animali, mi aspetto l’assoluto dai rapporti umani. Nel sacrario della mia solitudine vivo così bene che lascio entrare soltanto chi porta luce ulteriore.

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