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Giuseppe Ferrara, Raccolta differenziata (anticipazione)

Nelle more

di Giuseppe Ferrara

L’haiku è il componimento più breve della cultura giapponese composto da sole 17 sillabe disposte su tre versi rispettivamente di 5, 7 e ancora di 5 sillabe.

A onore del vero nell’haiku tradizionale, più che di sillabe, si dovrebbe parlare di more, termine mutuato dal latino con il significato di “ritardo”, “indugio” e che sta ad indicare quella unità di suono necessaria a determinare la quantità di una sillaba e quindi un accento.

Il poeta e diplomatico giapponese Sono Uchida è uno dei pochi haijin (così si chiamano i creatori di haiku) ad aver composto e pubblicato haiku in lingua italiana. Dalle analisi delle sue composizioni [1] possiamo concludere che esiste una perfetta corrispondenza tra more e sillabe e dunque che un giapponese che scrive haiku in italiano usa le regole metriche italiane per avere le 17 sillabe suddivise in due quinari e un settenario.

Perveniamo così ad un importante risultato: la prima legge inderogabile dell’haiku, quella del numero fisso di sillabe necessariamente ripartito in tre versi, può essere rispettata in ogni scrittura sillabica e quasi sicuramente viene infranta nella traduzione da una lingua all’altra.

Resta comunque questa suggestione dell’uso del termine latino more per definire la struttura di un haiku. Un termine, tra l’altro, che viene frequentemente utilizzato in una locuzione tipica del linguaggio giuridico e burocratico, «nelle more», e che è passata nel linguaggio comune con il significato più generico di “nell’ attesa di”, “nel frattempo”. E, guarda caso, è proprio di questo stacco tra diverse …forme, siano esse spaziali, temporali, materiali, mentali, che è fatto un haiku.

La presente introduzione tenterà di cogliere l’essenza dell’haiku non limitandosi solo a indugiare sulla sua brevità come esercizio di riduzione quantitativa o divertimento che ricerca il piacere nell’uso del minor numero di sillabe. Nell’haiku, al contrario, bisognerebbe rendersi capaci di cogliere la presenza e la potenza del grande vuoto, inteso come la fisica moderna [2] ce lo lascia intendere: un orizzonte illimitato che abbraccia tutte le possibili…forme comprese quelle, per esempio, di uno stagno, di un tuffo e di un suono [3]. È nell’ attesa di forme diverse che ne preserva le singole identità ed è nel frattempo che giace lo spirito dell’ haiku.

Ma per poter trattare di questo bisogna cominciare a parlare di… muretti a secco.

L’arte dei muretti a secco consiste nel costruire sistemando le pietre una sopra l’altra, senza usare altri materiali se non, in alcuni casi, la terra asciutta.

Queste costruzioni comuni a molti paesi dell’area mediterranea, stanno a testimoniare l’armoniosa relazione tra gli uomini e la natura e allo stesso tempo rivestono un ruolo vitale per prevenire le frane, irretire inondazioni e valanghe, combattere l’erosione del suolo e la desertificazione. Resta comunque indiscutibile il loro compito di restituire alla vista frammenti di semplice naturalezza e dolcezza di paesaggi.

Scrivere un haiku è come tirare su un muretto a secco e costruirlo bene significa ottenere benefici equivalenti a quelli di un muretto a secco.

Se invece di parlare di pietre, infatti, parlassimo di parole tutto quanto verrà detto per i muretti a secco andrà bene anche per gli haiku.

Un muretto a secco viene innalzato con pietre selezionate, scelte da un occhio (orecchio) esperto tra le tante sparse sul terreno. Il muretto oltre a delimitare un confine dovrà assumere un ruolo ambientale rilevante perché rappresenterà un vero e proprio rigeneratore ecologico che consentirà la veicolazione di una microfauna ospite e nascosta negli interstizi e negli spazi vuoti lasciati tra una pietra e l’altra. La vegetazione spontanea che crescerà tra le pietre costituirà poi un ecosistema di notevole importanza.

Per fare questo, prima di tutto, bisogna disporre le pietre una sull’altra assicurandone la necessaria stabilità. In pratica si inizia con lo scavo di una trincea di fondazione in modo da creare una base. In questa fase con l’utilizzo della mazzetta si cerca di regolarizzare le pietre squadrandole, smussandole, conformandole: in basso verranno collocate quelle di maggiori dimensioni e man mano che si sale quelle di dimensioni inferiori senza però considerare i sassi che verranno utilizzati al termine per gli interstizi.

Ogni muretto, essendo un elemento che convive con il paesaggio, va adattato alla zona interessata tenendo sempre presente che il più importante fattore che ne determina le caratteristiche di esposizione, struttura e composizione è la mano del suo realizzatore.

Come si capisce da questa sommaria descrizione, la sua solidità è in gran parte dovuta all’abilità di far combaciare le pietre il più possibile, ma anche di lasciare degli spazi, dei vuoti opportuni.

Se provassimo a far convergere in un haiku tutto quanto è stato fin qui detto potremmo più naturalmente ed intuitivamente rappresentare l’assunto iniziale di haiku=muretto a secco.

Basterebbe scrivere:

vuoto tra pietre
dal muretto a secco
spunta la coda*

Se invece, per inversione, partendo dall’haiku volessimo recuperare tutto quanto abbiamo detto dei muretti a secco ci troveremmo di fronte  al Grande Mistero, tanto per citare Tomas Tranströmer[4], uno che di haiku se ne intendeva. Il vuoto tra pietre nel primo verso potrebbe benissimo essere altra cosa rispetto al muretto, per esempio, potrebbe trattarsi benissimo dello spazio tra un atomo e un altro o addirittura quello tra un pianeta, una stella, una galassia e le altre fino a, perché no, tra lo scrittore e il lettore. Ecco che il muretto a secco del secondo verso potrebbe scalare in un gioco frattale senza soluzione di continuità, dal singolo atomo all’ Universo intero passando per l’Uomo. E la coda che spunta (o una spuntata di coda)? Potrebbe alludere tanto a una particella subatomica, a una cometa o alla comparsa della vita (alla sua evoluzione).

Se questo haiku ci conducesse alla conclusione, solo in apparenza paradossale, che l’Universo non è niente altro che un muretto a secco, in primo luogo estrarremmo, perfettamente intatto, lo spirito di un haiku, il suo tenere insieme il particolare con l’universale, l’uomo con la natura, il cuore con la mente; e, in secondo luogo, entreremmo in perfetta risonanza con le domande che il Nobel per la fisica, Frank Wilczek, si pone all’inizio del suo bellissimo libro [5]: «Il mondo incarna idee bellissime? Il mondo è un’opera d’arte?».

La caratteristica principale del muretto a secco dunque è la…brevità tipica di un haiku e insieme il rispetto di una struttura rigorosa. Ma c’è una seconda importante caratteristica che accomuna il muretto a secco a un haiku: si tratta dell’apparente spontaneità che al contrario nasconde, per entrambi, un profondo percorso di interiorizzazione dell’esperienza della realtà.

La scelta delle pietre/parole corrisponde all’atto di cogliere ciò che trascorre (nelle more ricordiamo Orazio): un ritmo, una stagionalità, nello spazio e nel tempo. Le pietre/parole opportunamente “raccolte sul terreno” dell’esperienza dovranno dare un’immagine che per sua natura non può essere fissata a priori e che dovrà integrarsi in modo semplice e naturale in un paesaggio preesistente.

Ogni pietra/parola è resa indispensabile grazie alla sua essenzialità e, inoltre, proprio per la sua unicità sarà riempita di valore, senso, significato, colore, suono, sapore e odore. Attraverso la pietra/parola il carpentiere lega elementi diversi in uno spazio minimo nel tentativo di raggiungere situazioni percettive di estrema raffinatezza, quali ad esempio la persistenza di un colore, di un suono, di un profumo, di un profilo, di una prospettiva, di un contatto.

In Giappone non è mai esistita una parola specifica per designare l’Arte in quanto l’atto creativo, secondo l’estetica giapponese, deriva da un diretto rapporto con la realtà e con i suoi processi naturali. Questo significa che le espressioni artistiche della cultura giapponese si fondano sulla ripetizione e il perfezionamento dei gesti piuttosto che su obiettivi da perseguire.

Il rispetto di tempi e di procedure rigorose, la ripetizione di gesti e rituali tramandati stanno quindi a sottolineare il valore dell’atto in sé e la identificazione tra l’artigiano e il “manufatto”. Qualunque attività pratica non è dunque separabile dalla componente astratta ma coincide sostanzialmente con essa.

Questo rende ancora più plausibile l’inspiegabile intreccio che abbiamo volutamente creato tra parole e pietre e tra muretti a secco ed haiku: se, come ci ricorda l’antropologo Tim Ingold [6], l’antica parola greca per indicare capacità tecnica, tekhne, deriva dal sanscrito tasha da cui discende taksan carpentire, tessitore, comprendiamo bene perché tirare su un haiku o un muretto a secco concentrano la stessa essenza: «il principio del progressivo perfezionamento di gesti, dove lo sguardo» e anche il respiro sono tali[7]. La cura e l’attenzione riversata nelle parole di un haiku o nelle pietre di un muretto non rivela un limitato mondo in miniatura intriso di emozioni ma attiva un modo diverso di vedere le cose e gli eventi del mondo e della vita.

Il contesto privilegiato sia di un muretto a secco che di un haiku è la natura con le suggestioni suscitate da eventi minimi casuali e apparentemente insignificanti. Nell’haiku la persistenza stagionale viene esaltata dalla presenza di una parola, il cosiddetto kigo, che si riferisce a un elemento caratteristico di quella stagione o ad un evento religioso, tradizionale del periodo. Anche un muretto a suo modo esprime un kigo, anzi lo mostra perché la pietra può risultare umida, ricoperta di muschio, calda e brillante sotto il sole e così via. Il muretto può scoprire (e far scoprire) la vita che ospita al suo interno: una spiga, un arbusto tra gli interstizi; una lucertola che si riscalda al sole o che si infila in una feritoia.

Le presenze e i brevi accadimenti, tanto nel muretto che nell’haiku, cristallizzano momenti di realtà in continuo mutamento e rappresentano tracce di un continuo divenire.

Così come nella estetica giapponese viene eluso tutto ciò che si avvicina a un’idea di perfezione (simmetria, ordine geometrico, accordo cromatico, corrispondenza formale,…) anche nell’arte dell’haiku e del muretto a secco si fa proprio questo particolare “principio d’incompiutezza” declinato realisticamente come sospensione, indeterminatezza, irregolarità.

Come se quella parte mancante tra le pietre/parole e tra cose appena accennate o intraviste di sfuggita, alludesse a ciò che non possiamo comprendere o possedere e che però allo stesso temo riesce ad occupare lo spazio centrale dell’opera in un modo discreto e misterioso.

Questo principio è strettamente connesso ai concetti estetici di Sabi e Wabi [7]. Sabi che può essere tradotto con “solitario” o “appassito” è legato all’idea buddhista di mutamento continuo, dello scorrere del tempo e dell’impermanenza: quella pietra di colore rosa chiaro che spicca rispetto alle altre più tendenti all’ocra e all’avorio; la siepe che era spuntata l’anno scorso e che quest’anno nasconde completamente il muretto ed esclude lo sguardo da tanta parte dell’orizzonte.

Diceva uno dei più grandi haijin del passato, Matsuo Bashō, che Sabi è il colore della poesia: il nostro Leopardi ne ha fatto un gran bell’uso.

Wabi invece potrebbe essere tradotto con “spento” ed è legato a quello stato d’animo prodotto da qualcosa che si manifesta improvvisamente: una formica che trasporta una foglia e che si infila tra le fessure; la neve che ricopre il paesaggio e lascia intuire la presenza del muretto attraverso una piccola duna bianca.

Gli elementi centrali di questi stati d’animo mossi e rimossi dai nostri haiku di parole e di pietra non sono le cose in sé ma il contesto in cui le cose si inseriscono, cioè il vuoto che le contiene. Il vuoto, cioè, come anticipato, funge da cassa di risonanza degli elementi materiali (sensibili) entro il quale ogni cosa sembra fluttuare impercettibile come un’apparizione o un miracolo: quella stradina che costeggia l’uliveto al di là del muretto; la lucertola che sparisce alla vista; uno scarabeo che viene quasi a salutarti; l’unica nuvoletta rosa che persiste in un vuoto azzurro.

Sono immagini provvisorie ma cariche di una grande potenzialità che le espande e le intreccia ad altre forme e ad altri segni  anche questi provvisori, discreti e misteriosi.

Nelle more di una passeggiata, di una chiacchiera l’uomo ama sostare , fermarsi in silenzio e respirare magari appoggiato ad uno di questi muretti a secco, immerso nella natura e addolcito dall’armonia del paesaggio. E come un muretto a secco pare snodarsi in bruschi passaggi tra ampi spazi e radure più raccolte, grandi scenari e microscopiche colonie di elementi naturali, così gli haiku collegano vertiginose altezze e profondità a particolari istanti della vita quotidiana.

Vuoto e pieno, compressione ed espansione si alternano in una sorta di grande e profondo respiro cosmico.

Il lavoro e il segreto del carpentiere consiste “solo” in questo: accordarsi a questo respiro cosmico, far emergere frammenti (pietre/parole) e rivestirli di immagine, di suono, di ritmo. Di Poesia.

Un muretto a secco non è un muro che divide. Un haiku non è un aforisma incomprensibile. Tanto l’uno che l’altro sono piuttosto il risultato di una grande Arte dell’Allusione. Nessuno dei due infatti assume toni o pose sentenziose né precettive né tantomeno riflessive ed esplicative sulla realtà. Piuttosto trasformano in modo del tutto passivo il contesto (il vuoto che li ospita) in un processo mentale di conoscenza in un moto emozionale di partecipazione. Direbbe Tranströmer : «ciò che è bello lo si riesce a intravvedere solo fugacemente».[8]

E lo stesso vale per ciò che è misterioso, lo yūgen.

Nella certezza di aver appena (e volutamente) accennato all’essenza di questa piccola arte dell’allusione che è l’haiku, ci piace concludere con le parole di uno dei maggiori scrittori giapponesi, Natsume Soseki[9]:

«La poesia inizia quando si comincia a capire che “abitare” è arduo “dovunque” ci si trasferisca. Se poi da questo “luogo” non si può evadere, per diverse ragioni, allora si tenta di renderlo più accogliente così da poterci abitare meglio. Nasce così e qui la vocazione del poeta».

Ed è per questa ragione che si continuano a tirare su muretti a secco e che, nelle more

la lucertola
gioca a nascondino
sotto le stelle*

*haiku dell’autore

 

Riferimenti

[1] – Sono Uchida, Haiku, diario romano, Edizioni Empiria, Roma, 1988
[2] – Guido Tonelli, Genesi. Il grande racconto delle origini, Feltrinelli, 2019
[3] – Yves Bonnefoy, Sull’haiku,  Prefazione di G. Pasqualotto, O barra O edizioni, Milano, 2015
[4] – Tomas Tranströmer, Il grande mistero, Crocetti Editore, 2011
[5] – Frank Wilczek, Una bellissima domanda. Scoprire il disegno profondo della natura, Einaudi, 2016
[6] – Tim Ingold, Making. Antropologia, archeologia, arte e architettura, Raffaello Cortina Editore, 2019
[7] – Cristina Dalla Costa, Saggio introduttivo in Haiku, Edizioni Dalla Costa, Bergamo, 2012
[8] – Gianna Chiesa Isnardi, Postfazione da La lugubre gondola di Tomas Tranströmer, BUR, 2011
[9] – Natsume Sōseki, Guanciale d’erba, Feltrinelli, Neri Pozza Editore, 2009

Giuseppe Ferrara, da Raccolta differenziata
In uscita per Edizioni Kolibris

Photo by Chiara De Luca

Giuseppe Ferrara, nato a Napoli, è cresciuto e ha studiato a Potenza. Dopo la maturità conseguita presso il Liceo-Ginnasio “Quinto Orazio Flacco” del capoluogo lucano, si è laureato in Fisica all’ Università di Salerno. Vive e lavora a Ferrara come fisico in un Centro Ricerche privato. Ha pubblicato quattro raccolte di poesia : L’Orizzonte degli eventi (Este Edition, Ferrara 2011); segnicontroversi (Edizioni Kolibris, Ferrara 2013), Appunti di viaggio di un funambolo muto (Tracce, Pescara 2016) e Il Peso e la Grazia (96 rue de- La- Fontaine Edizioni, Follonica (GR) 2018). È presente anche in diverse antologie tra le quali I poeti del Duca- Excursus nella poesia contemporanea di Ferrara (Kolibris Edizioni, Ferrara 2013); Riflessi, n°40 (Pagine, Roma 2015); Il mio mandala-Antologia 114 haiku (Collana Cascina Macondo, 2015) e Folate di versi (Paolo Laurita Edizioni, Potenza 2019). Scrive di poesia e altro sul suo blog Il Post Delle Fragole e collabora con Edizioni Kolibris di Ferrara.

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