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Giuseppe Genna

Dal libro inedito Generazione

NEL DECIMO ANNO

 

a Gisella

 

Nel tuo decimo anno
sono avvelenate le date e
sconforti, fanno sera, su futuro e ieri
eri francamente, le mani, padre.
Sinuosamente non è mai figlio una stagione a sera
le sabbie nella cripta che è al cimitero
sabbia, sali, brine,
gemmee. Vito Genna è una turbata pianta
in accordo con me: e sfronda.
Povera piccina è. Tra i cespi soffia un trillo di leuto,
un’accomandita, è
imperativo avvitare se stessi lungo la calcìna secca
a orto, vite sicula, a secco
da padre a patrigno, dove?, da vite a vitigno.
Aria ovunque non nella cripta
dove la vela, dove liquido il limo? Di te.
Papà, papà: di mano in mano tocchi la mano franta
che è crisalide e cedua
a me larva, che parla, e dice:
Figlio. Figlio: fiumana, cinto, salici
di andare hanno abbastanza
e sono qui e me, qui e me e davanti
e dietro, qui e me e luna e morto.
Io sono morto, però.
Fratelli miei vi vedo accatastarsi.
Fungono della terra
i boschi verticalmente vanno ben altri, ben altri
putre fango di cielo in mano a me, o madre!,
larva!, io te vedo!, io ti vedo!
Disse e sparire era tanto,
era pianto.
Inutile cantare è resistere a tanto canto
amici di oggi, ora entrati, e non sapete, non sapete mai
di padre in padre cosa stella e vaneggiare
è ruggine, è rimasto: sono io qui.
Anima rara l’anima, è rara e tu, è tutto.

 

 

 

 

 

 

 

MOMENTO OBITUARIO

 

Lo scatto della porta a difesa dell’infanzia
l’uomo nero conosce chi sa e sa che morire è tumefatto
dall’alcool e dal volto che è viola scuro, livido
come un uomo che ha fatto il dovere nella vita:
fare incudine, fare martello, crescere i figli e un figlio segreto
con i risucchi della minestra la domenica investito di luce
dai cortili dei suoi nord privati e stare zitto a dire
che non esiste niente se non un euromissile o il comunismo.
Canone inverso è fare pietà.
Senza stile o metro è di sillaba in sillaba ad andare.
Così porta cadavere il corpo al letto
per fare crepitare andare a portare
un corpo come una volta nel delirio tremens, che portava
a me lamette inesistenti in una allucinazione molto poetica:
“Tieni, – mi diceva – te le dò, sono taglienti” come la mia parola
quando si occupa di te, padre.
Febo che tutto domina ondeggia e si volge a me.
Cinto di salici sono in piazza Martini senza nessuno io.
È notte. Fa neve. È stanco aere
e fosco. Chiara. È qui che crepa e stona
la luce artificiale, nella piazza, senza vita
appariscente. Le persone portano i cani, i latrati.
La radura ha accettato, si avvicenda.
Torno al suo corpo dopo la sigaretta in anticamera, dài.
C’è una polvere medica boracifera tra la sua toeletta fuori luogo.
Che grettezza a restare qui che tu andato vai dove non so.
Perché come se fossero vivi vestiamo i vivi io non so.
Questo era precipitare inerte, dunque: questo.
Compagni amici, denari simbolici
sono i momenti della morte, stati,
e si prende vita in tali stati una luminosità
fatta di miele d’ossa, di catalizzare, di mussola e camola
e sfarinare, che non so dire
incendiario e lento e tale il momento e va
di padre in padre fino a inizio o termine delle umane cose, va.

 

 

 

 

 

CANTILENA PER IL PADRE RESTAURATO

 

 

Ripeto, non ho paura, parlo per altri…

O padre deputato all’inverno
che carne, qui, che denti… Tu,
sedimentata stagione del buio
e richiesta ripetuta nell’enorme
corpo del sonno, dici:
è solamente un dolce
aprile
un’aria semplice di petali
una fecondità inattesa
il tempo che ti attendo rivedendo
dolce la tua figura a occhi chiusi
che dondola e si avvicina
cantilenando…
Ti amo, ti sono
vicino accanto dentro ingoiato
padre, come un dolce caritatevole
che gioia… Vedrò lontananze
sublimità del cielo in semipioggia
rosato capovolgersi dell’anno, sarà
una deriva d’angeli, nient’altro

 

 

 

 

 

 

LUNGHISSIMA ELEGIA MAGRA

 

per Mario

 

Giunti al termine degli scisti diciamo:
le famiglie sono state ripetute
e le infanzie erano occlusioni
noi di piombo, di allume, di scempio
con violenza hanno fatto santi
hanno fatto sangue
hanno aperto i bracci.
Sotto le Madonie di notte in circolo al fuoco scintillano
le braci violentemente, stavano in silenzio,
si cibavano delle fiabe azzurre.
Il corpo dell’amico dolcemente parla,
straparla dentro una azzurrità, dentro una violenza.
Ti riconosce la smorfia, s’indentra lo sguardo.
Ha guadato i ruscelli di argento sotto Tarcento in boschi
cedui.
Qualunque parola, sua, qualunque corso
di acqua era caratterizzato
dal greto, dalle parole a pronuncia blesa,
accostata con discrezione dalle mani pallide e un po’ smunte
le lunette delle unghie perfettamente
tenute ovoidali, di calcio e altri minerali,
i denti guasti, impianti un po’ così malfermi
istallati nell’osso mandibolare, nei crani aveva parlato
con dolcezza, inusitata, di Scardanelli
e della sua torre di legno e pietra sul Neckar.
Fiume chiaro e piano e dolce ai collinari
affluente in collinari verdi e gialli
prima della ripida valle.
Regime variabilissimo dei deflussi, con alternanza di portate piccole
o nulle e di piene violente,
parlerà ancora l’amico, l’anima, poetica,
avrà il silenzio torto nei suoi rigagnoli di sé pensieroso davanti al cielo dietro la finestra ancora?
Non è morto e vive in un cielo di sé e d’altri, contro il nostro bitume.
Sta angelo, sta fermo, sta a frangere
la speranza e le ore
in un attonimento di bellezza e dolce
come le fibre della carne morta
della carne lessa
delle verdure lesse e mantecate
nelle minestre dei premorti in ospedale
dove stanno spenti schermi, spente braci
ospedalizzati.
Se moriva, fosse morto, sembra morto
e è vivo e non sa splendidamente.
Incrocia un raggio ceruleo dal vetro
che dà verso l’aiuola di gaggìe e recita
la parte che fu di Scardanelli e di noi tutti forse.
Fosse morto celebrerei ceruleo il suo cadavere.
Lo carnificherei.
Avrei parole e versi, tre libri di poesia Mondadori
e i colori delle copertine
pastelli di bambina e questa pronuncia
di prima scolarizzazione.
Fosse morto lo decomporrei io.
Ore grigie del cadavere e del pasto
celebrato ai suoi piedi silenziosi masticando
il pane dei suoi denti sminuzzati
la farina delle unghie, le ghiere telefoniche
ruotate e pesanti e le maglie
della sua infanzia ricomposte a una a una sopra il suo corpo grigio
di papà. Sistema il cadavere,
pettina il cadavere, quei capelli spenti
e polverosi, la pancreatite faceva male
e i neutrofili crescevano
smaltandolo di piastre dall’interno.
Uomo di cielo sei stato uomo di terra.
Crepitare dei residui e delle scaglie,
crepitare delle cheratine nell’infanzia
progredivano le morte
schierate a file mute, in vesti nerofumo,
le labbra serrate e le mani a disfare la lana
delle maglie dell’infanzia.
Il morto era allora un bambino.
Lanciata la biglia la sabbia gli faceva attrito
e la salsedine adriatica incrostava le sue costole
e era tutto un polimero
un’infanzia di frammenti sognati: il biglione
di vetro pesante, la capsula
di vetro compatto ha le bollicine di aria dentro
e credere all’affanno era tutto
futuro, era credere all’affanno
e cadere indefinitamente verso davanti orizzontale il corpo in un turbine di anni
di fogliame ossidato, di ruggine di foglia, di perdurare.
Cibiamoci di lui davanti al cadavere mutilato di lui.
Padre che sei madre che sei fresa
al tempo, all’oro, al prato
la palla rossa di gomma e plastica è posata
sullo sterno a incavo
è sgonfiata
e l’artiglio ingiallito all’indice perdura
crescendo rachitica la vite sicula
mentre vedere Levanzo sfarsi nell’azzurro tra aria e mare in lontananza
non si dà più, era stato sguardo, ora, accumulo
e i miei morti sono viventi e premono
le porte dei posti più antichi.
Il membro eretto è tipico del morto
e il suo seme ingrigisce, un’aurora
non c’è, la frana dolce e italiana
di un paesaggio non c’è
l’elegia va lunga sulla tua cheratina
la membrana si tende, si buca, si sgonfia
i diaframmi sono cancellati:
vieni padre, vieni madre, vieni storia,
vieni fine che da sé luce si disnoda.

 

 

 

 

 

 

POVERA COSA CHE FU

Fulmicotone sguardo improvviso e ronzio
accanto ai cedui, dolce settembre andare
è stato dolce, dolce. Questo il retaggio, questo l’oggi..
La carta cerulea che hai addosso
canta. Vedo pleistocene rovesciarsi
in una miriade presente, vedo
flesso il polso e salubre l’aria
che le ventole discretamente emettono riarsa
così secca
la nostra vita flessa tra angoli e fede
in un niente, a credito, le mosche
hanno qui interdetta la presenza.
E si sta. Hanno assunto le forme che potevano
i fogli, i secoli, le orme e le altezze
sono qui, ancora, azzardate,
dei principati deboli
e lunghe le vertigini, acute.
L’acribia è stata discartata,
là uno che non è uno, non più, avanza
dalla vicinanza irretito non più povera cosa che fu
cratere d’occhi, verità
flessa verità.

 

 

 

 

 

 

 

Hanno trovato una ragazzina in un bosco del fiume
in entrambi i lati una bolla di putredine
verso l’ansa erano tutti i respiri
trattenuti e io sto
davanti a un relitto secco e standard
violaceo con il legno dello sterno che si alza
immensamente convesso, l’ansia,
la curva del corpo che lascio
stare, l’acredine delle macchine
che gira secca, fa immenso il giro
del respiro ed è la moltitudine delle poiane
placide che si innalza lentamente
a fare male ai mondi interi
ai mondi ai candidi ai tristi
artigli ripiegati come alle polonie
certe bambole contente di anni addietro
la parola feroce la parola vorace
la parola marchiata la parola fugace
la parola incisa la parola ardita
la parola che turba la parola che oblia
la parola connessa la parola cretese
la parola parola
cresce in te a un intrico amore che attende questo:
tersità, strano, morituro ora

 

 

 

 

 

 

 

Prendiamo della carta chimica e scriviamo
sopra i nomi dei padri e poi li cancelliamo
grattando, incendiandola
per non lasciare le tracce.
I nomi dei morti non sono mai
stati veri. È tellurico, allucina.
Nel sangue è il vero nervo e vibra
fustigatore cieco e eroico
dall’interno, fatto d’oro. I bambini
fanno aderire le conchiglie agli orecchi
per ascoltare le profezie: queste utilità.
Lo sanno, impongono al regno il gioco
che vogliono: fare aderire il fosforo alle piastrelle
nella cucina o la calce sul pelo dei topi,
attendendo nella presera l’ombra dell’uomo-ratto
e svanire come piccoli fantasmi.
Urlano sempre che non ci sono stati.
Un sentimento oscuro vibra, vortica
e gli arcaici otturano le vene.
Così chiama la carne umana.
Dentro quel turbine si ricompongono le tracce,
i frammenti di carta chimica si ricompongono,
ricompaiono i nomi dei padri
e urlano con una gloria di ottave i piccoli fantasmi
che saranno nuovamente i bimbi.
Ma i danni frontali, i tumori, la eradicazione
dei denti… La tenerezza di questi custodi.
Non c’è più padre.
Luce di nessun secolo vai.

 

 

 

 

 

 

 

LO SPAVENTO

Non della fame e della sete, della poesia
era il morso.
Verdeggiare nel nero dell’alba:
“Già ero bambino, già cadavere ero,
verdeggiavo nel nero dell’alba”.
Non leggere più o guardare
e non albo o libro, non ero io.
O madre, o cosa ultima, difficoltosamente.
Limpido Giordano ascolta: l’un, l’altro guarda
e del suo corpo e sangue, sul pomo della spada: appoggia il peso!
E cui sul capo imponeva la mano, limpido Giordano, lo sapeva, lo sapeva, lo sapeva…
Come sola lasciata cosa, come lume in periferia
rischiara, come volto da vicino di donna madre uccisa
dalla notizia del suo bambino. Era castano
il cielo, era di agosto, era tremendo.
In Ovidio la vidi accasciarsi, lo dissero là, si accasciava
come a vincastro si avviluppava al giorno: e era l’ultimo
come, dei giorni, limpido Giordano,
maestosamente, o mio Maestro,
il mio spavento cresce nel cuore di voi morti e sorti, sorti
a una regione nuova di strini sono io
fatto: qua sta l’errore, il fatto, il morso,
aurore non in terre e non in cielo a tentare
una madre sfinita, una morte, una densità.
E, ta-ta, lallava il bambino
morto prima di morire, ta-ta,
prima che l’auto infrangesse i limiti e ferrasse l’aria
e andando in Mondadori a esalare fiato invernale
dicevo: “Ho visto lei accasciarsi e la città avuta
tutta in uno sguardo”. Della poesia è il morso.
Era il Millenovecentonovantasei. Nevicava. Molto.
Chi sa di questa madre, ora, venti anni dalla notizia
in piazza Ovidio e io vado via, vado a zone, di inverno,
vado dove va che esalano i bimbi inverno e sto
di anno in anno commuovendo pena, via, perdono:
io vado a morire, bambino, molto.

 

 

 

 

 

 

 

COMPOSIZIONE COMPOSTA

Ecco appare l’aurora che la terra non sa.
E questo di lontano andava, andava a me,
come, desolato, era me a decidere la madre dell’aurora
di essere in una desolazione fonda
in un falasco di vita. Dove dirai:
“Sono stato una persona di storie, poche,
e pochi venti hanno eroso me in un pianeta, amato,
tra spoglie deserte e gigli e S.E.R.T.
dove pensavo di fremere bambino di metadone
in metadone ragionando gli altri, magri, lunghi,
con unghie nere di gromma, lontano dalle gralle,
tra i biglioni sulla sabbia all’Adriatico e i dolori
di, in ottavo, un Kafka, una cosina umana, e nemmeno,
un pallore piccolo e portabile
e disse: ‘Uccidesti il figlio dell’Aurora:
non rivedrai né la sua madre ancora!’…”…
E là?… E là…?
Là è la madre delle cose un punto
e chi è baratro al pari di me è bravo
a resistere dolcemente ondulando a pena
e poi, sapete?, fiotta, e urta le pareti
solide, e con cupo impeto rimbomba.
Si travolge infinito abisso dico.
Non intendo davvero di dare un’immagine e,
a pena, una mnemotecnica, una pena
e di finire dove finisco io e giunse
giunse a, immenso, l’azzurro oceano natale e sa
stare che non sapevo e vedevo lontano
le madri affaticate, le levatrici, antichi ardori…
… e tutti voi volare via dallo sguardo tutti…

 

 

 

 

 

 

 

IMPERO DELL’ASTRAZIONE

Silenzio della volontà. Tematica dell’estraneazione. Poeticità della luna.
Tra astri minori rifulgeva.
Come potrebbe altrimenti il verso di Orazio andare.
Era la luna e la notte rifulge nel cielo sereno tra astri minori.
Solitudine sei o bellezza.
Sulle prode amare la vita corta era stare con chi è essere me.
Fumo del pensiero andava in volute cose amare
a essere me sempre e sempre essere io.
Quindi crollai in un corpo e l’oro mi ebbe
sfatto, o ebbrezza o bellezza o incantamento.
Il significato degli avvenimenti veri è di essere alfabeto
che permette di leggere l’idea dell’uomo.
L’opera che si mostra può essere indifferente.
In una astrazione di me siamo andati, a altro andiamo
un duro impero su di noi che preme a estinzione
un duro impero su di noi ritratti
a non avere figli madri imperatori da venerare
solo avere venerazione e essere
solo, questo, plesso.

Giuseppe GennaGiuseppe Genna è nato nel 1969 a Milano, dove vive e lavora. È autore di numerose opere in prosa (per Mondadori, Rizzoli, minimum fax) e del saggio Io sono. Studi, pratiche e terapia della coscienza (il Saggiatore).

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