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GOFFETTE, Guy, I

Goffette_coverIncontro con Guy Goffette[1]

Credo che Guy Goffette sia uno di quei poeti che s’insinuano nella mente, dapprima con discrezione, per poi espandersi e scoppiare in una improvvisa epifania. Il mio avvicinamento a lui è stato graduale, progressivo, o forse è stato lui ad accerchiarmi, fino a catturarmi per non lasciarmi più uscire dagli affascinanti sentieri della sua poesia. Mi imbattei in lui per la prima volta un paio d’anni fa, un po’ per caso, in una rivista. Mi colpì senza male, rimase lì a lungo, come una melodia di sottofondo, la colonna sonora di un inizio. In seguito sfogliai la sua Vie promise in biblioteca, e fu come ritrovare un vecchio amico, che aveva molte più cose da dire di quanto avessi saputo intuire in occasione del primo incontro. Non fui tranquilla se non dopo aver tradotto il libro intero.

Ecco, adesso lo avevo letto davvero. Perché nella poesia di Goffette ogni parola è un quadro vivido, in cui ogni più piccolo particolare sta in relazione inscindibile con l’altro, lo rafforza, ne definisce i profili. Nessuno di quei particolari può quindi restare sfumato, velato da una patina di incertezza, perché il quadro sia davvero compiuto negli occhi, nella mente. Spesso, infatti, il significato profondo di una parola non coincide con quello più immediato, più proprio e quotidiano, e solo un minimo scarto di contestualizzazione consente di coglierlo appieno.

«Ho cominciato con il guardare, appartengo allo sguardo, la mia poesia è estremamente visiva, colori, materiali», afferma Goffette raccontando in un’intervista a Dominique Sampiero l’inizio del suo viaggio nella scrittura. Non c’è sintesi migliore della sua poesia. Ogni parola – per quanto Goffette si serva di un lessico non troppo distante dal quotidiano – è accuratamente scelta, vagliata, ponderata, ogni singola parola ha una sua forza, spesso una polivalenza semantica non immediata, e un ritmo interno che la relaziona a quelle che la seguono e che la precedono. Molte poesie sono legate da scelte accurate provenienti dalla stessa sfera semantica, da un filo che percorre come un leitmotiv l’intera raccolta, con richiami, riflessi, rimbalzi di senso.

È stato in occasione di un mio viaggio a Seneffe per motivi di studio che sono rimasta letteralmente imprigionata nella poesia di Goffette. Alloggiavo in un posto isolato, dove la primavera mi mostrava la campagna belga in una veste sua peculiare, screziata da un sole insolito, come impaurito. Un giorno mi sono ritrovata in una piccola biblioteca, consistente in un sottotetto, fornito di vecchi divani. C’era silenzio, la quiete necessaria per re-incontrare un vecchio amico, oppure, forse, incontrarlo davvero per la prima volta, e discorrere con lui senza fretta. Mi sono trovata tra le mani un libro dal titolo allettante: Éloge pour une cuisine de province suivi de la Vie promise. Ho cominciato a leggerlo, dalla prima pagina. Non sono più riuscita a staccare gli occhi dal libro fino all’ultima. E quando finalmente ho rialzato gli occhi, mi pareva di avere ancora davanti il paesaggio belga, quello perfettamente riprodotto nei versi che mi hanno avvolta come la curva delle colline che avevo lasciato all’esterno.

La poesia di Goffette è innanzitutto vera, trasparente, priva di sfoggi retorici, di preziosismi e ricercati virtuosismi. È una musica sottile, che si modula gradualmente in un crescendo che finisce sempre per sorprendere con repentini acuti che colpiscono, a volte anche dolorosamente, si fissano dentro in immagini concrete, accecanti. Fotografie di attimi, oggetti, scene quotidiane.

«Sprofondare, camminare nel fango, scavare come un maiale, nelle parole, nella vita, si ha sempre bisogno di peso, di materia, di argilla», dice Goffette a Dominique Sampiero, «utilizzo le parole di tutti i giorni e non sono mai le stesse. Sono le parole della mia tribù, parole semplici, povere, parole della campagna. Non sono un cittadino, non lo sarò mai».

Ogni cosa è poetizzabile per Goffette, ogni affetto è un mondo. C’è uno slancio vitale forte nella sua poesia, un anelito verso ogni essere, verso la vita, c’è un tuffarsi a capofitto nella sua miseria e nel suo orrore, così come nella sua nobiltà e nella sua sublime bellezza. C’è un amore folle, che l’idea, sempre soggiacente, dell’ineluttabilità della morte, del trascorrere certo e silenzioso del tempo non sopisce. E anche quando il folle slancio verso la vita, lo sprofondare nelle sue pieghe più riposte rischia di sconfinare nell’anelito all’auto distruzione, un guizzo improvviso allontana il poeta da quel confine e lo re-innalza verso il «blu che fa rabbrividire».

Lo slancio vitale è anche slancio verso l’assoluto che permea la realtà di Goffette. La sua – anche quando compaiano precisi riferimenti ai salmi e immagini tratte dall’iconografia ortodossa – non è una religiosità dogmatica. Il suo è un culto dell’amore, dove non trova spazio l’intento pedagogico, bensì un messaggio sussurrato, didascalia a caratteri discreti di un quadro dipinto a pennellate vivide.

Una poesia immediata, quindi, quella di Goffette, pur nella sua complessità e stratificazione, che spesso si presta a più letture.

In occasione di un suo incontro con gli studenti di una scuola, Goffette ha definito la poesia come «il diario intimo di un animale marino, che è sulla terra, ma che vuole volare». Questa frase mi ha ricordato subito una delle definizioni che Lawrence Ferlinghetti, poeta pur molto distante da Goffette, ha dato della poesia: «Poesia è vero canarino in una miniera di carbone / e noi sappiamo perché l’uccello in gabbia canti». Poesia è cioè una condizione di déplacement, che comporta la tensione verso un oltre, dando voce ad un canto che è prima di tutto grido di libertà, di ribellione ad una condizione di prigionia in se stessi, e di esclusione dal mistero dell’esistenza. Goffette stesso, per il quale «la serenità è un’anticamera della morte» spiega quel senso di impossibilità che pervade La Vie promise, così come Le Pêcheur d’eau:

Ho sempre le mani vuote. Sono costantemente spossessato. Stringo. Ma non stringo che ombre. La Vie promise era questo: quando siamo bambini, un bel giorno vediamo la vita. Il bambino non ha storia e ha davanti a sé l’eternità. E nell’eternità non esiste il tempo. Vivevo sugli alberi, nella gioia, era quella la vita promessa. Seguivo il lupo, le tracce della volpe. Non ero più quella palla di fuoco e di nervi che mi corrodeva. Con l’amore, ho creduto di ritrovare tutto questo. Ma non appena mi lascio portare dalla vita, tutto mi sfugge. Hai l’impressione di aver perso il paradiso. E non sai dove questo paradiso si trovi

La poesia di Goffette riflette questa tensione continua verso un altrove perduto, ed è caratterizzata da un forte anelito verso una realtà altra, che si palesa in brevi lampi al di là dell’empirico, e in esso si riflette. È essa stessa una creatura nata dall’acqua, dalla vita, quindi, di cui si permea, recuperandone le origini nella semplicità e immediatezza dell’oggettività del quotidiano. Ed è una creatura strettamente ancorata alla terra, alla realtà apparentemente comune, in cui si racchiude il mistero inafferrabile di un segreto che si cela, per un attimo si dona, per poi sottrarsi nuovamente all’improvviso. Ed è una creatura che quel segreto lo scorge negli esseri umani del suo presente e del suo passato, nella loro presenza o fatale assenza, nelle loro mani, nei loro occhi, e in ogni essere o cosa del creato sulla quale l’occhio del poeta si posi per un istante, attratto da un qualche particolare che forse soltanto lui è in grado di cogliere e valorizzare fino in fondo. La poesia di Goffette è l’impressione subitanea che si va fissando negli occhi del poeta, vi lascia i suoi contorni, il suo riflesso, o soltanto la sua ombra. E gli occhi del poeta sono continuamente alla ricerca di un particolare, di un guizzo, di un lampo che ne arresti la corsa, perché possano soffermarsi stupiti, attoniti, spesso spaventati o inorriditi. Goffette non teme di descrivere anche quanto di più scabro si possa mostrare ai suoi occhi, riconoscendo il poetico anche laddove non ci si sarebbe mai aspettati di trovarlo.

Voglio riportare qui una breve poesia da Éloge pour une cuisine di province, – cui La Vie promise si salda strettamente in una ideale continuità tematica e, in parte, anche formale – che mi pare rappresentativa dello spirito dell’intera produzione poetica di Goffette:

UN RAGGIO

Fetida e sudicia la tazza

nel retro del bistrot

accoglie come nessuno

il raggio nato dal vasistas rotto

e il resto del vetro picchiettato di ruggine

che la sormonta

gli tende una mano pietosa.

La si sfiora chinandosi sull’ombra

come all’ospedale

il silenzio tra i due letti

quando la primavera

visita i cancri.

La poesia è quel raggio di sole che s’insinua in un ambiente sordido e abbandonato, portandovi non la salvezza, non la pace, bensì il riflesso di un altrove, il ricordo della vita a noi che «già rabbrividiamo / come se per ritrovarci dovessimo / tuffarci nudi nella neve».

La poesia di Goffette non teme di contaminarsi nel descrivere gli aspetti più dolorosamente cupi dell’esistenza, non è mai avulsa dalla realtà che tutti, anche quando vorremmo tacerla, abbiamo di fronte. È anzi proprio dall’esperienza del dolore, dalla costante consapevolezza del limite che nasce lo slancio del poeta verso tutto quanto a quella stessa limitatezza tenta di sottrarsi, per smarrirsi felicemente nell’infinità dell’ignoto.

La poesia, «vecchia testarda / piena di tic e malizia» non si arrende di fronte all’incedere del progresso che affretta ogni sguardo, snatura ogni impressione e, anche se «Il chiaro di luna / nell’ora elettronica non strangola più / che il muso in lacrime di un bassotto», «[…] laggiù, si spazientisce la musa / che tira come un poeta al capo, tira, / mentre con la luna passa sul filo dei riflessi / l’anima dell’uomo che abbaia».

All’origine della poesia di Goffette pare esserci sempre la vecchia «e sempre lancinante domanda / del perché qui, io, perché ?», cui il poeta cerca risposta nella realtà che lo circonda, quando l’esistenza appare «vita straniera, presente inaccessibile / a chi non sa più ormai / che calpestare nello stesso solco // la pesante argilla nera delle fatiche».

Come l’artista de L’impagliatore, il poeta «[…] sa / soltanto che per dipingere un passerotto nel cielo / basta un raggio di sole sulla paglia della sedia, / a patto che in fondo al silenzio si disserri un istante / il pugno d’ombra che fa tremare gli occhi», a patto, cioè, che il mistero, per un istante, si palesi.

Per quanto spesso ritragga personaggi autorevoli di mito, storia, e letteratura, la poesia di Goffette non si ferma a figure consolidate della tradizione, bensì ci offre lucidi ritratti di quelli che sono i nuovi eroi, come quando descrive i «vecchi troiani» dei nostri tempi: «Alle cinque, quando il mondo esplode / come un formicaio, loro restano / sulla panchina del parco, attaccati / al disegno della loro ombra. Il più silenzioso / vede bene le sbarre della gabbia / e che è vana ogni parola / che non schiude il compasso del presente».

O come quando descrive la morte di un gattino investito da un’auto : «Anche lui credeva nella sua forza di tigre / e che la giovinezza sia immortale. / Sapeva a memoria il cammino e il gusto / del latte nella bottiglia sbreccata, // ma che il sangue sia amaro e freddo il metallo / nel tepore dell’alba: no […]».

C’è una bella poesia di John Deane – poeta irlandese che, nel suo approccio immediato alla realtà, presenta molte analogie con Goffette – dedicata ad un gatto, che viene ad incarnare la libertà, l’opposizione dell’istinto (ciò che ancora ci lega alla natura) all’inesorabile incedere di un progresso sempre più spersonalizzande e omologante : «Gatto / aveva scoperto i luoghi angolosi / oltre le cucine dei vecchi edifici / affamato, esultante, sempre obbediente / agli istinti felini, ostacolato eppure libero / […] Scrivi, angelo cronista, questo era un gatto, diventato / perfetto allo stato selvatico, che stanotte / è stato miseramente abbattuto».

Allo stesso modo Goffette, come un cronista, osserva, registra, e nobilita la vita silenziosa e oscura di un gattino, la cui morte assurge a simbolo dell’intrusione dell’uomo nella natura, rappresentata in molte altre poesie de La Vie promise, (i.e. «Le rempailleur», «Hors de portée», «Partie nulle») Un manteau de fortune, e leit motiv di Éloge pour une cuisine de province.

C’è inoltre un paragone implicito tra il gatto e l’essere umano da bambino, quando ancora non ha preso coscienza della caducità e precarietà del proprio essere, perché ancora non ha fatto esperienza del dolore, della perdita, e del fatto che «non c’è ritorno, nessun ritorno – un inverno // scaccia l’altro e ciò che fu meraviglia / è pasto del verme». Accade spesso nella poesia di Goffette che la vita degli animali rispecchi l’infanzia degli esseri umani, una condizione di libertà e inconsapevolezza che non è più possibile ripristinare. È la stessa consapevolezza che tormenta R. M. Rilke: «Dura il ricordo -: forse in una pioggia, / ma non sappiamo ritrovarne il senso; / mai fu la nostra vita così piena / di incontri, di arrivederci, di transiti / come quando ci accadeva soltanto / ciò che accade a una cosa o a un animale:/vivevamo la loro come una sorte umana / ed eravamo fino all’orlo colmi di figure» .

La morte improvvisa del gattino diviene quindi simbolica dell’entrata nella consapevolezza adulta.

Vediamo come, in una poesia de l’Éloge, Goffette rappresenta l’infanzia, tema centrale de La Vie promise:

A dieci anni abbiamo l’eternità sotto il caschetto

e la morte è né più né meno letteraria

dorme sotto la polvere delle biblioteche

un passato di sventure e grida di scherno

mentre voliamo al soccorso di una stella

che ci parla a voce bassa al centro del melo

(di ciò che vuole non sappiamo niente basta

che lei esista perché noi siamo conquistatori),

[…]

A differenza dell’uomo di «Ex-libris», cui «poco importa» «che un fiume prosegua tra i margini//del libro, se lui è solo più di un feto/ gettato sulla riva, alla mercé del vento», il bambino trova ancora conforto nei libri, ed è ancora in grado di plasmare la realtà perché corrisponda alle sue aspettative. Nella sua valorizzazione dell’infanzia come luogo della libertà, Goffette si inserisce in una lunga tradizione , che culmina in epoca romantica con un vero e proprio culto dell’infanzia – destinato a protrarsi nel Novecento – che ha tra i suoi esponenti W. Schlegel e i fratelli Grimm, W. Blake, W. Wordsworth e S. Coleridge, G. Byron, J. Keats, Verlaine e Rimbaud – che lo stesso amico Verlaine, in una splendida poesia a lui dedicata, definisce «enfant prodigue» -, G. Leopardi e G. Pascoli, e molti altri.

Il nostro Leopardi diceva nello Zibaldone che «Il bambino quando nasce, non è disposto ad altri piaceri che di succhiare il latte, dormire, e simili. Appoco appoco, mediante la sola assuefazione, si rende capace di altri piaceri sensibili, e finalmente va per gradi avvezzandosi, fino a provar piaceri meno dipendenti dai sensi. Il piacere dei racconti, sebbene questi vertano sopra cose sensibili e materiali, è però tutto intellettuale, o appartenente alla immaginazione, e per nulla corporale né spettante ai sensi. (28 Lug.1821)». Il bambino è naturalmente predisposto a cercare ciò che va al di là della realtà che lo circonda, e a riconoscerlo – attraverso il lavoro di intelletto e immaginazione – anche laddove gli adulti, più dipendenti dalle risposte dei sensi, non sono in grado di vederlo.

Per Charles Baudelaire, l’infanzia è stato ideale della creazione artistica, perché nel bambino «il desiderio, la risoluzione e l’azione fanno, per così dire, una sola facoltà».

In Così parlo Zarathustra, Nietzsche fa coincidere l’infanzia con un principio, quello sempre ricorrente di un eterno ritorno, poiché «Innocenza è il fanciullo e oblio, un nuovo inizio, un giuoco, una ruota ruotante da sola, un primo moto, un sacro dire di sì». Il fanciullo rappresenta per Nietzsche l’auto superamento del nichilismo, attraverso il «sì» che il mondo dice a se stesso, nell’innocente gioco dionisiaco di un eterno ritorno del sempre uguale.

Per R. M. Rilke, «Arte è infanzia. Arte significa non sapere che il mondo è bello, e crearne uno. Non è distruggere ciò che si trova, semplicemente non considerare nulla come compiuto. Grandi possibilità. Grandi desideri. Ed essere all’improvviso pienezza, essere estate, avere sole. Senza che se ne parli, spontaneamente».

E se ci avviciniamo di più, cronologicamente, a Goffette, viene in mente una grande poetessa belga contemporanea, Colette Nys-Mazure che così ricorda l’«isola abolita» dell’infanzia: «Eravamo quelle bestiole calde, / acciambellate nel fraterno sudore / con i visi confusi nello stesso ardore».

Allo stesso modo per Goffette, l’infanzia è il regno della fantasia, della naturalezza, caratteristica essenziale della poesia, e della sua poesia in particolare.

Ben presto, però, la «pressione del tempo», la coscienza della propria finitezza, comincia a gravare sul bambino e lui «[…] che sognava nella polverosa / complicità dei libri non trova più / il cammino tracciato dove la vita si legge come / le linee della mano. Sprofonda già / nella pressione del tempo come queste parole / che lo hanno trasportato, già si cancellano».

Ed è mediante la partecipazione al destino di «quattro uccellini scarniti» che la piccola Virginie, «nutrice con la pinzetta per sopracciglia» fa esperienza di un dolore che prefigura il suo destino di adulta:

[…]

Non era niente, quella manciata d’erba ingiallita

i vermi tagliati in quattro, né l’acconsentire

a gettare il sale con la gabbia sulla terra

vivente: tre volte niente – ma il sapere

che ci sono tante parole, tante parole

e restare senza voce quando tutti gli altri ridono.

Per Goffette la poesia non salva, non redime né nobilita, non crea una realtà alternativa. Non allevia il dolore, né lo sublima, semplicemente lo descrive e circoscrive. La poesia è al servizio della realtà che noi tutti viviamo, è cronaca poetica della quotidianità, anche dei suoi aspetti più «impoetici». Essa non rappresenta quindi né un rifugio, né una realtà differente, bensì un’alternativa alla resa di fronte all’inconoscibile, all’inspiegabile.

Il dolore, la morte sono considerati parte dell’esistenza, e sono temi ricorrenti nella poesia di Goffette, che li introduce con naturalezza. La morte è parte della vita, perché «è la vita che ci fa morire», dice riprendendo un verso di Claude Roy «[…] e il viaggiatore / dimenticato nella croce delle sue braccia // è un lago al sole del mezzogiorno, un lago / che nulla turba, neppure il riflesso / del corpo chino che trema nel vetro~.

Su tutto, vince una sola certezza che pervade l’intera produzione poetica di Goffette:

 […]

sono al mondo, il cielo è blu, nuvole

le nuvole e che importa il grido sordo delle mele

sulla terra dura: la bellezza, è che tutto

sta per sparire e che, pur sapendolo,

ogni cosa non di meno continua a vagolare.

Nota alla traduzione de La vie promise

Come ho detto all’inizio di queste riflessioni, l’idea di tradurre Goffette è nata da un bisogno che ho avvertito, dall’esigenza di leggere più attentamente, più a fondo delle poesie che mi avevano colpito gli occhi e la mente.

Il tradurre è prima di tutto uno strumento di mediazione culturale, a mio parere importantissimo, un ponte tra due culture, che radica le sue fondamenta su entrambe le sponde, la lingua di partenza, e quella di arrivo. In mezzo, tra le due rive, c’è il lavoro del traduttore, il cui compito è quello di far sì che il ponte sia in equilibrio, che non barcolli sotto il piede di chi lo attraversa, il lettore, perché questi possa raggiungere agevolmente l’altra riva. Mediante la traduzione, il lettore deve poter cioè entrare in contatto in modo naturale non soltanto con il poeta e la sua voce autentica, bensì anche con la sua cultura di appartenenza. La traduzione non deve rappresentare un ostacolo alla comprensione del messaggio originario del testo di partenza, bensì un ausilio. Per questo il mio scopo nel tradurre è essenzialmente quello di trasmettere il messaggio senza alterarlo, né adattarlo alla mia visione, bensì restituendolo fedelmente, ma in una veste diversa.

Le attività che ritengo più importanti nel momento in cui mi accingo a tradurre un testo, sono essenzialmente due: 1) la comprensione approfondita del testo, delle sue sfumature linguistiche e semantiche 2) la resa nella mia lingua, la lingua d’arrivo, che, verosimilmente, sarà anche quella della maggior parte dei lettori. La comprensione approfondita del testo è un’attività stratificata, che si svolge nel tempo, nel passaggio dalla prima all’ennesima versione, così come lo è la resa in italiano. Credo che entrambe le attività siano allo stesso modo importanti e il prodotto che dovrebbe risultarne è un testo nuovo, frutto dell’incontro di due voci, un testo che veicoli il messaggio espresso nella lingua di partenza a mezzo di uno strumento differente, la lingua di arrivo. Il testo risultante contiene in sé, di necessità, entrambe le voci, ma non deve lasciar trapelare tracce del passaggio di testimone dall’autore al traduttore. Non deve cioè tradire il passaggio da una lingua all’altra, da uno strumento all’altro. Deve essere un testo scritto in italiano sulla base di un messaggio originariamente veicolato in francese, non una trasposizione interlineare di senso.

C’è poi, in generale, un margine molto variabile di compromesso, la cui ampiezza dipende molto dalla lingua di arrivo. Rispetto all’inglese e al tedesco, per esempio, il francese consente al traduttore di lingua italiana di produrre un testo fonologicamente e ritmicamente un po’ più vicino al testo di partenza, anche nel rispetto della scansione sintattica e, di conseguenza, dell’originale concatenazione dei versi. Il «tradimento», quindi, e il conseguente senso di frustrazione – legato alla natura stessa del mezzo linguistico – che spesso coglie il traduttore, in particolare il traduttore di testi poetici, è più contenuto nel caso in cui le due lingue, come il francese e l’italiano, appartengano allo stesso ceppo linguistico.

Per quanto riguarda la mia esperienza, ritengo che la traduzione sia un modo di leggere, forse il modo più profondo, un superare il confine superficiale del testo. La traduzione consente quindi di intuirne meglio la stratificazione, di penetrare alcuni dei suoi segreti, toccando idealmente la mano dell’autore, cercando di imitarne i movimenti. Ecco, la mia ha voluto essere una specie d’imitazione, non una sovrapposizione o riscrittura, ma una trasposizione, una creazione mediata. Come ogni imitazione, la traduzione è il prodotto di un pittore che dispone di colori diversi da quelli dell’originale, di una lingua diversa. Quello che ho cercato di conservare sono le immagini, la loro vividezza, i loro contorni, il tono, la modulazione dei tratti. In alcuni casi mi sono vista costretta a lasciare che le parole slittassero leggermente – seppur sullo stesso piano semantico – per seguire l’andamento che sentivo più naturale per la nostra lingua, per tracciare il ritmo che sentivo più consono all’orecchio del lettore italiano. Quando ho potuto, ho cercato di rispettare sempre la struttura sintattica, le scelte semantiche, le modulazioni del ritmo, eventuali rime interne, assonanze e consonanze. Ho lavorato soprattutto sulla musicalità, nel rispetto della scansione del verso, adattandola all’andamento dell’italiano.

Per dare un’idea il più possibile veritiera della poesia di Goffette.

Da GUY GOFFETTE, La vita promessa, Gedit, Bologna 2004


[1] Da La vita promessa, Gedit, Bologna, Gennaio 2005.

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