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GOFFETTE, Guy, II

goffette“Dubitare che la terra esista”

Sulla poesia di Guy Goffette[1]

di Chiara De Luca

Alla letteratura, alla poesia in particolare, ho sempre chiesto di essere sincera, autentica, di dirmi o farmi intendere la verità, bella o brutta che sia. E nella poesia di Goffette ho trovato vita, la realtà della gioia, del tormento, della morte, il «soffio» di un’anima aperta ad abbracciare il mondo, a comprenderlo, anche nei suoi lati più oscuri.

Goffette si definisce un «francese nato in Belgio, a una cinquantina di metri dal confine, e abitante a Parigi», città dove «è impossibile scrivere», motivo per cui ama spesso rifugiarsi in campagna per ritrovarvi la quiete e il silenzio necessari all’ispirazione. Nonostante adesso viva e lavori a Parigi, dove è lettore presso Gallimard, Goffette ha continuato a restare saldamente ancorato alle sue radici, che si trovano nella campagna belga, che si nutrono del sole, degli umori e odori delle colline. È lì che Goffette fece esperienza della vita promessa, la vita, cioè, che intravediamo nell’infanzia, quando, dice il poeta, siamo «l’albero sul quale ci arrampichiamo, l’uccellino che teniamo nella mano. Quando non c’era il tempo e non esistevano barriere ad impedire la nostra comunione con il mondo». Perché «A dieci anni abbiamo l’eternità sotto il caschetto / e la morte è né più né meno letteraria / dorme sotto la polvere delle biblioteche / un passato di sventure e grida di scherno / mentre voliamo al soccorso di una stella / che ci parla a voce bassa al centro del melo / (di ciò che vuole non sappiamo niente basta / che lei esista perché noi siamo conquistatori)» (Éloge pour une cuisine de province).

È dalla consapevolezza di questa realtà perduta che nasce il senso di impossibilità, di spossessamento di cui parla Goffette in molte interviste e il desiderio nostalgico di ripristino di un antico stato ideale. Così, già in Solo d’ombres: «Certe sere / il lupo che credevamo morto / privato d’infanzia / ci mostra alla finestra / la punta del muso / ma è un altro lupo / ed è un’altra infanzia che ci serve / per ammansirlo».

Solo dal coraggio, a tratti sconsiderato, tipico dell’infanzia, nasce la forza di affrontare il dolore del vivere, la minaccia del trascorrere ineluttabile del tempo.

Ed è alla vita promessa, ad un luogo al di fuori del tempo e dello spazio che si orienta la nostalgia che pervade tante delle poesie di Goffette. Soltanto nella ritrovata comunione, per quanto imperfetta, con la natura è possibile recuperare uno sguardo, quasi uno scorcio, su quella vita promessa che ci è stata negata.

In questo percorso di vita e di scrittura, Goffette si libera di ogni artificio, di ogni zavorra intellettualistica, cercando la semplicità e l’immediatezza dell’espressione rifiutando la costrizione delle forme prestabilite. Per questo motivo i suoi sonetti, in cui cerca una «musica diversa» risultano, a suo dire, «handicappati» rispetto allo standard. Sono infatti sonetti di tredici versi, di quattordici solo nel caso in cui una donna gli suggerisca il primo, come nei quattro sonetti «normali» de «L’attesa» (sezione de La vita promessa): «Se vieni per restare, dice lei, non parlare»; «Lo so, gridava lei, lo so: i telefoni»; «Ravvediti, dice lei ancora, non c’è»; «È su un’isola che avremmo dovuto».

E la donna è spesso fonte d’ispirazione per Goffette, sia essa una sconosciuta che sale sul metro o una vicina di casa (Un manteau de fortune), sia essa la «femme infranchissable» (Solo d‘ombres, La vie promise), sia essa la Nereide dell’Éloge, sia essa la donna celebrata con la paura di affrontare il fiume stesso / o la terra sotto il piede che si sottrae già / al solo evocarlo come si trattasse / di rientrare nudo nel ventre materno.

La donna, una donna reale, di cui leggiamo spesso anche le parole, rappresenta spesso per Goffette la bellezza, l’amore. Molte sono le poesie d’amore, poesie d’«amour folle», cioè di quell’amore – dice Goffette – che «vuole il bene dell’altro» e se ne alimenta,  piuttosto che di passione, che «tende a distruggere il suo oggetto e a gettarlo via».

Molti sono i temi che percorrono la poesia di Goffette, dagli attacchi alla casa «prigione» di Nomadia, alle peregrinazioni assorte di Assolo d‘ombre, dalle poesie d’amore, di spiritualità, di morte, di fuga de La vita promessa, dalla nostalgica rievocazione della cucina di campagna come «principio», luogo cui tornare, dello splendido Elogio per una cucina di provincia, alla durezza e disattenta freddezza della vita cittadina di Un mantello di fortuna. E molti sono gli stili – si va dal dialogico al riflessivo, dal descrittivo al contemplativo – e i cambiamenti che subiscono se consideriamo il complesso della produzione di Goffette, che non è solo poeta, bensì anche narratore e autore di numerosi saggi e articoli. Ciò che uniforma il tutto è la fedeltà al principio di una «semplicità» – crescente rispetto alle prime opere – che conferisce ai suoi scritti la loro singolare valenza comunicativa.

[…]


[1] Da «Poesia»,  XVIII, N. 197, Settembre 2005.

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