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GOFFETTE, Guy, III

Transumananza.

Su Nomadie di Guy Goffette[1]

Guy Goffette ha definito Nomadie “Un ritorno alle sorgenti della mia voce”. Traducendolo ho così voluto risalire anche io alle sorgenti di una voce che da qualche anno amo, ascolto, riascolto, per cercare di coglierne anche le più nascoste sfumature.

Alla sorgente l’acqua nasce in spinta, poi s’intorbida, discende, scorre. Nel gorgo, nel punto di passaggio rispetto alla produzione poetica più recente di Goffette, si situa Nomadie. La poesia delle opere successive, da La vita promessa (Gedit, Bologna 2004), per esempio, a Elogio per una cucina di provincia, a Un mantello di fortuna, è una poesia diretta, immediata, che cerca la chiarezza stilistica e d’immagine. C’è un grande slancio comunicativo, un tentativo di sfruttare al massimo le potenzialità iconiche della parola, quasi costringendola a prendere la forma delle cose, ad abbracciarle. In Nomadie la lingua pare ancora in parte implosa. C’è una forte energia non ancora del tutto liberata, che fa sì che le immagini siano più contratte, come un nucleo che non si sia ancora schiantato per far uscire la fiamma chiara. Le metafore sono più “chiuse”, eppure non meno incisive. La lingua si piega a questa condensazione di significati, in parte si chiude, si nasconde per essere svelata.

Ma a dispetto di queste differenze stilistiche, Nomadie presenta già tutti gli aspetti che nella poesia di Goffette ho amato, fin dal primo momento in cui l’ho letta: la ricerca costante del senso dell’esistenza, di cui nulla è dato per scontato, di cui nulla passa inosservato; il desiderio di comprendere ogni cosa, di assumerne in sé il pulsare; la smania di immergersi nella realtà, nella sua bellezza e nel suo orrore, di riappropriarsene nel tentativo di dirla. La poesia diviene così strumento di conoscenza, una conoscenza che procede per gradi, partendo dall’osservazione quasi ostinata, nel tentativo di tradurre in versi ciò che del quotidiano normalmente sfugge all’osservatore meno attento. Eppure il poeta non si fa portavoce di una superiore conoscenza, non si pone al di sopra della realtà delle piccole cose, della gente incontrata, osservata, ascoltata, bensì come parte di un movimento inarrestabile, che non può essere mai compreso fino in fondo, da cui il poeta stesso si lascia trascinare, sommergere, sorprendere.

Quella di Goffette è una poesia di stupore inesausto di fronte al miracolo dell’esserci, una poesia pervasa di una spiritualità che si distacca dall’ortodossia e dal dogmatismo, per recuperare la parte più spontanea e sincera della fede.

La “Nomadia” è un luogo dello spirito, è il luogo da cui tutto prende inizio. E da qui prende inizio anche la poesia di Goffette, piena della nostalgia per un nondove che è luogo dell’anima, della sua riappacificazione, idealmente realizzata nel regno dell’infanzia, quella “vita promessa” da sempre negata e sempre presente come confluenza del passato nella contingenza, e come attesa del futuro. La Nomadia è il luogo salvifico, un territorio senza confini che offre rifugio dalla limitatezza delle quattro pareti di una casa divenuta prigione, e che pare essere sinonimo anche della società stessa, delle convenzioni che la informano, privando spesso l’individuo della sua libertà. Di quella libertà che Goffette cerca nel dentro, nel suo rispecchiarsi in un fuori rivisitato attraverso gli occhi della poesia che riscopre, che crea mille mondi resi possibili dall’immaginazione o dal ricordo.

C’è come un rovesciamento dell’accezione comune dell’esilio: qui è la casa il luogo deputato all’espatrio dell’esule, che la propria vera dimora se la porta sulle spalle. Qui la patria, o terra promessa, è la Nomadia, il luogo ideale, al di fuori dello spazio e del tempo, l’isola interiore. È l’oasi nel deserto degli affetti, costretti a una forzata contiguità dalle pareti di una casa che è una nave incagliata nell’immobilità, il cui abitante sta come una “cavallo falcato / che non corre più se non con gli occhi”, verso la Nomadia, che è nostalgia di libertà, negata nella “terra sotto sequestro” della casa. Per Goffette, che trae di volta in volta respiro dal contatto con le sue colline (Elogio per una cucina di provincia), o dal movimento trascinante della città (Un mantello di fortuna), “Nella casa quadrata / il verbo muore d’apoplessia / e l’universo è esiliato”. Chiusa nella ristrettezza delle quattro pareti domestiche, la parola soffoca, perde la sua valenza comunicativa, implode. Così anche la parola stessa di Goffette alla “sorgente” non ha ancora liberato tutte le sue potenzialità. È come se si preparasse al futuro slancio.

E per questo slancio verso la “vita promessa”, territorio non circoscritto, occorrerà recuperare lo sguardo stupito sul mondo, lo sguardo dell’infanzia, che consente la piena comunione con la natura, e l’apertura verso una distanza, verso un futuro che si contrapponga alla staticità del presente, perché ” Il bambino / unico pioppo / presta la sua voce ai corrieri di lunga percorrenza”.

La casa, invece, che si pone come luogo fisso, come una sorta di faro (o fuoco fatuo) fuorviante, confonde “le nostre piste di transumananza / quando la neve è all’appuntamento / e attende noi per rovesciare la notte”. Nella parola “transumananza”, è racchiusa molta dell’essenza della poesia di Goffette, che traduce la sua visione dell’esistenza. Esistenza come continuo viaggio, in cui l’uomo si impossessa della naturalezza degli animali, nel loro libero movimento, pur restando umano. Ma c’è anche il senso di un passaggio (trans) da uno stato di prigionia, quello determinato dall’appartenenza a una società dominata da regole ferree, ad un luogo altro, quello della poesia, che cerca l’amore al di fuori della casa, dove esso “[…] non è più / che una donna per metà perduta / nella ventata del sogno”, perché “tutto quello che la casa tocca / perde il suo sangue di gazzella / e la sua voce ragazzina”, tutto quello che la casa racchiude e circoscrive, perde la naturalezza dell’infanzia, ed è allontanato da ogni possibile comunione con la natura. Da qui nasce nel poeta la consapevolezza di essere “morto per il non rischiare”, di essere prigioniero in quel “vascello immobile sotto la vela / del tempo”, che nella sua staticità non apre ad un futuro “per camminare sul mare


[1] Su «Fili d’aquilone», Nr. 3, luglio-settembre 2006.

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