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GORRET, Daniele

gorretTutto, al di fuori d’umano, è eufonia

 di Chiara De Luca[1]

Un poeta eretico per forza di sentire

Artista poliedrico, scrittore, traduttore, studioso, poeta, Daniele Gorret non è un autore facile. Per quanto la sua lingua sia colta, elegante e letteraria, eppure efficace, diretta, altamente comunicativa al contempo, la materia della sua opera richiede un’immersione nel profondo di una filosofia complessa, che permea le tematiche e le parole stesse, in un discorso che va scoprendosi e donandosi nel proprio stesso farsi verso dopo verso e pagina dopo pagina in virtù della stringente coerenza del succedersi delle sue opere – tutte tra loro coese e dialoganti – che riflette la coerenza di ricerca e di pensiero dell’autore, il suo interrogarsi e darsi risposte, ora parziali, ora integranti. Risulta perciò difficile comprendere e apprezzare appieno la poesia di Gorret limitandosi ad aprire uno dei suoi libri, sfogliandone le pagine e leggendone singoli testi estrapolati dal contesto dell’opera – e del libro stesso – senza porre in atto un criterio preciso di successione e una sempre vigile attenzione. Perché tutte le opere poetiche di Gorret sono percorsi da seguire con estrema cautela, passo dopo passo, verso dopo verso, sostando su singoli testi che segnano di volta in volta pietre miliari, inizi di cambiamento ed evoluzione, circolari ritorni e nuove partenze, se si vuole evitare di perdersi tra incroci e deviazioni, sentieri paralleli, apparenti negazioni dell’assunto e contraddizioni.

I libri si Gorret sono corali, tra le pagine riecheggiano una moltitudine di voci, cui il poeta presta il proprio orecchio accorto per restituirne e amplificarne i toni. Per quanto sottoposto alla scelta indotta di una solitudine morale, dettata da un istinto naturale di conservazione, il poeta non ripiega nell’isolamento interiore, bensì resta vigile, aperto e ricettivo al mondo, in costante contatto con i “piccoli”, i senza voce, cui presta la propria, mentre al contempo riproduce la voce in falsetto dei “grandi”, dei potenti, di chi sembra vincere in un mondo in cui il potere domina e condiziona ogni singolo aspetto della vita sociale e delle modalità interattive dell’homo omini… homo.

In un tempo di semplificazioni che paiono funzionali alla rapidità dei nostro schemi e stilemi comunicativi, Daniele Gorret, come un amanuense, si riappropria del tempo naturale della scrittura, del tempo lentissimo e fluido, necessario al lavoro duro, paziente, meticoloso sulla materia pietrosa del linguaggio, di cui il poeta si fa cultore e difensore, applicando nello scrivere la cura rara di una certosina opera di lima.

In questa sua dedizione incondizionata, quasi sacrificale alla scrittura in funzione di una messa a fuoco della realtà, Gorret obbedisce alla necessità di dare conto e registrare, di descrivere senza spiegare, lasciando che sia il Male stesso a pronunciare la propria condanna, e il Bene a mostrare quanto sia crudele la necessità di espiare per mano dell’Umano le colpe e i delitti non commessi. Gorret trascrive – talvolta traduce – la voce roca e chioccia dell’Umano, amplificando, talvolta innalzandola, la voce del Nonumano. Non c’è superiore condanna, bensì sdegno dolente nei confronti dell’Umano, tenerezza e pietas nei confronti del Nonumano.

“La ferocia furiosa dell’uomo / – per chi ancora non ne abbia contezza   / è bene illustrata nell’opera in prosa / del marchese divino De Sade; /” scrive Daniele Gorret in Crocifissi  (Mobydick 2007), “della voglia infinita c’è l’elenco preciso / nelle mirabili Centoventi Giornate: / lì vada l’ingenuo, si fermi l’esperto: / si parta, si torni, si riparta da lì.)”, affermando in tal modo che tutto è stato già detto e nulla può essere aggiunto, che si può soltanto stare a guardare e riportare, in un processo di corsi e ricorsi che non lascia alcuno spiraglio di possibile redenzione dell’Umano.

L’unica possibilità di salvezza per l’individuo che non voglia piegarsi alle dure leggi dell’Umano, che non voglia uniformarsi al principio del Male che tutto governa, risiede nella scelta di una solitudine consapevole e serena, priva di rammarico e ripensamenti, scevra di dubbi e rimpianti[2], pur nella dolente ammissione che si vorrebbe poter amare l’Umano, se solo se ne desse il minimo presupposto, la minima premessa in forma di ammissibile realistica speranza. Non si tratta qui del tanto diffuso e altrettanto ipocrita conformismo di un anticonformismo a tutti i costi, bensì della necessaria conseguenza di una scelta dettata, o meglio ancora indotta, della propria naturale inclinazione, dalla propria stessa essenza – precedente perfino all’esperienza – nella consapevolezza, per dirla con Peter Altenberg, posto in esergo al mese di marzo nella Ballata dei tredici mesi (Garzanti 2003), che “È triste essere un’eccezione, ma è / ancora più triste non esserlo”. Per quanto sofferta, la scelta di prendere le distanze, fisiche e morali, dall’Umano, e l’unica possibile e vitale per chi non voglia tradire la propria natura, privandosi del sé e restandone abbandonato, in una solitudine ben peggiore di quella derivata dall’auto esclusione dal consorzio umano, dal mancato omaggio alle sue consuetudini indotte, in funzione di una dedizione totale alla poesia come religione dell’inespresso. Il compito del poeta è infatti missione: dare voce a chi ne è stato privato oppure non l’ha mai avuta, perché “il poeta in ogni tempo si conosce / per le urla scritte in fondo alle prigioni” (Ballata, p. 34). E le prigioni sono popolate da esseri umani (eccezionalmente umani) e da animali indifesi, ma anche da piante e da oggetti all’apparenza inanimati. Il poeta, evaso dalla prigione dell’Umano disumano in virtù della poesia, oppure, forse, in liberà vigilata, costantemente minacciata, si pone al punto d’incontro (e scontro) tra Umano e Nonumano, e prova ripulsa, forse vergogna, della propria stessa umanità: “Mi abbatte il non essere cosa: / mai forse in uomo il rifiuto / di essere uomo / è stato più insistito e potente”, scrive infatti Daniele Gorret nella Ballata dei tredici mesi. (p. 14)

L’edizione Garzanti della Ballata dei tredici mesi, la annunciava come “Un graffiante manifesto ecologista contro le devastazioni della natura.” Per quanto ad effetto, questa dicitura non rende giustizia alla poesia di Gorret, che è ben lungi dal voler sottoscrivere il manifesto di qualsivoglia ideologia codificata, che rigetta tesserini e appartenenze a –ismi codificato o movimenti di pensiero già tracciato e spesso immotivato (da molti seguito in modo acritico e con intenzione insincera o indotto fervore).

Questo poeta “eretico per forza di sentire”, (Ballata, p. 33), ostile alle vecchie religioni “(storte baldracche cariche di ori)”, si sottrae alla fissità di qualunque definizione e identificazione al di fuori della comunione con la natura. Sulla base di un’esperienza di vita vissuta (e patita) fino all’estremo, più che del suggerimento di una qualche corrente di pensiero, Gorret si riconosce  “fratello di piante e di pietre” (Ballata, p. 17), “Compagno ugualmente di cani e di gatti” (Ballata, p. 21), rifiutando con forza, talvolta con orrore e spavento, l’assimilazione alla categoria dell’Umano (disumano), quell’insieme vasto universale che racchiude e circonda – e che schiaccia, confina o respinge – il Nonumano (ovvero il davvero umano, l’animale, il vegetale, il materiale). Solo dalla profonda comunanza con piante, cose, animali, eventi e paesaggi naturali, il poeta è infatti in grado di preservare la propria creaturalità originaria più pura.

 “Animali, piante, umilissimi oggetti / che mi avete occupato la vita, / anno dopo anno vi amo di un amore più puro”, scrive Gorret nella Ballata dei tredici mesi (p. 21), in una dichiarazione d’amore e riconoscenza instancabilmente ripetuta come una preghiera in ogni sua opera, e implicitamente rafforzata dalla rappresentazione, sempre amorevole, partecipata, dolente, del destino di ciò che non è umano, ed è perciò puro.

In questa sua visione di un universo animato e vitale in ogni sua singola parte, in ogni suo mino frammento, Daniele Gorret si avvicina alla poetica della Dinglichkeit di Rainer Maria Rilke. Come l’artefice rilkiano, come il Michelangelo delle Storie del buon Dio, il poeta di Gorret riconosce dignità di vita e di respiro agli oggetti all’apparenza inanimati, donando loro carne e sangue di parola.

Il nonumano

Nell’opera di Gorret si riflette l’ideale del romanticismo tedesco della compresenza del Tutto nel frammento, che implica l’idea che l’individuo, infinitesimale frammento dell’universale, possa nella comunione con la natura e nell’identità con le sue creature, riconoscersi quale parte integrante di un Tutto che lo riflette e in cui egli stesso si riflette e identifica: “E poiché fin dagli anni primi della vita / mi fu dato conoscere il legame / del tutto con il tutto, mai ritenni / il mio corpo staccato dalle stelle, / o il ferro e il granito del terrazzo / di sostanza difforme dalla carne, / o la luce di quel cielo di principio che brillava / nel volto delle lucciole lì attorno.” (Ballata, p. 32). Questo ri-conoscersi in ciò che è all’apparenza inanimato, fisso, stabile, concreto, implica una dichiarazione di sincera umiltà dell’uomo, che – a differenza dell’umano disumano – non ambisce a dividere e a separare, né a distruggere e confinare, né si arroga il diritto di contendere “alle cose più neglette il battito celeste.” Perché pur arrivando a sentirsi talvolta “in gran parte / nella parte più santa) / già sasso e già aria, già zolla, già fiore” (Ballata, p. 14), il poeta è consapevole di non poter mai del tutto negare la propria appartenenza all’Umano, di portarne quindi la colpa nei confronti del Nonumano. È in questo faticoso percorso di ri-conoscimento e assimilazione del singolo nel Tutto, in quest’amore indifferenziato per l’amore, che avviene il processo di Inveramento di cui parla Gorret, quello che consente di sperimentare “un amore talmente denso di esperienza e patimento che, uscendo massimamente da sé, si fonde nel tutto in una sorta di unione mistica. In questo “tutto” non ci sono distinzioni tra amore e oggetto d’amore, e la consapevolezza totale che si raggiunge coincide con l’innocenza dell’inconsapevolezza. È come nel trentatreesimo canto del Paradiso in cui Dante arriva alla conoscenza di Dio perdendo conoscenza” Il poeta ha perciò il compito di spogliarsi da ogni illusione di conoscenza, ripartendo dall’innocenza e dall’ignoranza delle origini, da uno sguardo incondizionato e vergine sul mondo, superando i confini dell’Umano, sconfinando in quelli del mondo naturale nonumano, al fine di carpirne l’anima profonda, incarnandola in versi. Ma anche a oggetti e piante spetta lo stesso destino di morte e sopraffazione che si abbatte sugli umani umani a opera dell’Umano, che “[…] ama disastro, l’ama al punto di piegare a sé ogni Bello, / d’odiare quanto non sia suo manufatto.” (Crocifissi, p. 32).

In Crocifissi, che ha per protagonisti “Cristi di tutte le razze / purché come me crocifissi / perché uniti dal non aver potere” (Ballata, p 20),  Gorret descrive quindi con altrettanta sofferta partecipazione il martirio dell’asino Bellezza per mano dell’allevatore Uccio Bongianni e del figlio più promettente, e il triste destino della bambola Marina fatta a pezzi dal piccolo Giuliano, che già all’età di tre anni è in grado di seguire fedelmente l’esempio dei “Grandi”, e di godere nell’infierire sul corpo dell’Altro, rendendosi colpevole ; così come descrive il destino di solitudine, abbandono e avvizzimento di un geranio e la morte solitaria del Giardiniere Augusto T.

In questa visione spesso dolorosa e desolante del mondo e della dicotomia tra Male e Bene, il poeta non ci lascia senza una speranza in una possibile umanità ancora non disumanizzata, ma ci mostra l’alternativa di una infanzia che ha mantenuto, o meglio, che non ha mai perduto, la sua integrità e la sua innocenza, quella propria degli animali: “il semplice l’idiota l’incapace / fermato nell’infanzia per la vita”, come Giovanni, quattro o cinque volte ripetente, l’unico amico e compagno di sventure, prezioso sodale, con cui parlare “non di calcio o scuola / ma di gatti, d’insetti e di balene” e sentirsi a proprio agio con il nonumano, liberi di sognare come le bestie, a differenza dei compagni, vincolati alle leggi spietate – nei confronti di se stessi e dell’Altro – che regolano ogni forma di interazione nella società dell’Umano. Qualcosa dunque nel mondo ricorda che “non d’altro che dell’Altro si ha bisogno” (Ballata, p. 40), come lo ricordano i vecchi dell’ospizio, che parlano di tutto e di niente, sconfinando tra ricordo e presente, cui basta un po’ di sole per avere voglia di cantare, simulando una primavera dentro (Ballata, p. 130). E lo ricorda la domestica Marta, che si reca nei Crociòn a cercare comunanza con la natura e tutto ciò che si muove, laddove tace il potere, e che “conosce bacche arbusti e piante: / non solo il nome (cosa umana e finta) / ma essenza e fondo, quidditas, virtù” (Crocifissi, p. 42); o il giardiniere Augusto, che è “come l’animale / o l’uomo della selva o il pane nero; / fatto per star nascosto per dei mesi / ed ora che appare, esser di fastidio.” (Crocifissi, p. 85)

Se da un lato queste creature “semplici” esercitano la funzione salvifica di uno specchio d’anima in cui il poeta si riconosce, dall’altra sono condannati al ruolo di vittime sacrificali, di bersagli dei dis-umani alfieri del Male, costantemente in cerca di capri espiatori che consentano loro di esorcizzare se stessi: “Ogni potente, ovunque, in ogni tempo, / ha bisogno costante degli Augusti: / d’averli innanzitutto in suo potere”. (Crocifissi, p. 85).

Se consideriamo la progressione cronologica delle opere di Gorret, la sua visione manichea, basata sulla dicotomia Umano/Nonumano, di definisce poi ulteriormente e si precisa con inequivocabile nettezza nella raccolta poetica Che volto hanno, dove anche la suddivisione in due sezioni, rispettivamente I giusti e Gli iniqui, non lascia spazio a dubbi sulla categoria di appartenenza dei “personaggi” di volta in volta messi in scena e osservati nell’azione, di gesti e di parola. Che volto hanno riprende e amplifica tutte le tematiche introdotto nelle raccolte poetiche precedenti, caratterizzando con ancor maggior dovizia di particolari gli esponenti delle singole categorie. Tra i giusti troviamo ancora rappresentanti del mondo animale: dal lamantino, al Merlo, dal Cane Lillo, alla Trota; e poi i luoghi: dal Prato della Nierfa alle Collinette dei Crociòn, agli oggetti all’apparenza inanimati: dall’Agenda alla dalla Macchinina, al Pomodoro, e infine ai rappresentanti del mondo vegetale, dalla Spiga al Ciliegio. Utilizzando la lettera maiuscola nel denominarli, il poeta li universalizza, ne fa insiemi che contengono infinite possibilità. Così facendo, paradossalmente, antropomorfizza cose, piante, animali, ovvero li equipara all’elemento davvero-umano, in contrapposizione all’Umano che si rivela in tutta la sua doppiezza nella seconda parte della raccolta, dove troviamo diverse categorie di persone – ovvero, il peggio di diverse categorie di persone – che ci richiamano alla mente le maschere dell’umano già incontrate nelle raccolte precedenti, con quel loro ghigno crudele e lo sguardo spietato sull’attorno, mossi dall’egoismo e dalla cieca volontà di perseguire il proprio tornaconto a discapito di chi è più debole, meno accorto. O semplicemente mite e ingenuo. Tutti i personaggi di questa galleria degli orrori si pongono nell’attitudine dei vincenti, si auto proclamano più forti, ma a ben guardare hanno già perso tutto, in primis la propria umanità, condannandosi a una solitudine disumanizzante e priva del conforto del nonumano, della reale comunanza con i propri simili, di quella bellezza della terra che non sanno vedere, ma di cui forse intuiscono l’esistenza. Ed è proprio da questa intuizione di una grazia negata che scaturisce in loro la sete di distruggere la natura e di prevaricare, schiacciare, soggiogare i suoi frutti più autentici e puri: le piante, gli animali, gli individui che sono in grado di entrare in contatto profondo con essa e di goderne: gli Umani umani.

Perché la bellezza ferisce l’Umano disumano, l’innocenza lo riempie di rabbia, di un senso doloroso di privazione, forse di rinuncia, a se stesso, alla ricchezza dell’Altro.

Il nonumano animale

La rappresentazione del mondo animale che Gorret nella sua opera ci dona è quella di chi ha da sempre goduto del privilegio di vivere con loro e di viverli davvero, profondamente, parlandoci e ascoltandoli, osservandoli con amore acceso da un senso di fratellanza e condivisione. È la visione di chi ben conosce quanto sia complesso il mondo emotivo degli animali, quanto sia ampio lo spettro di sentimenti che sono in grado di provare, esprimere e manifestare. Si tratta di sentimenti complessi e articolati, ricchi di sfumature individuali, in gran parte equiparabili a quelli umani, non fosse che sono scevri di tutte quelle ambiguità, di quei contrasti e paradossi che caratterizzano il nostro sentire. Perché il sentire degli animali è molto più prossimo a quello originario ed è perciò così puro, immediato da non poter essere neppure paragonato al sentire di molti cuccioli umani, in cui prevalgono spesso già in nuce la violenza e lo spirito di sopraffazione dei modelli primari, i Grandi Umani non sempre umani. Gli animali sono naturalmente portati al Bene, ingenui fino all’auto distruzione, inclini a sopportare qualsiasi cosa da parte di chi s’illudano li ami o possa amare, dotati di un loro senso di giustizia (e ingiustizia), ma scevri da ogni impulso di vendetta, incapaci di rancore, inclini a perdonare e dimenticare, a ricominciare, in un eterno cerchio d’irriducibile amore. Questo perché gli animali agiscono a prescindere da calcoli e considerazioni di carattere opportunistico (salvo quelle, semplici, naturali e obbligate, dettate loro dall’istinto di conservazione), non hanno un utile da perseguire, un progresso da celebrare e incentivare, un successo da inseguire, al di là del calore e della vicinanza dei propri simili nonumani (siano essi i rari individui umani davvero umani, o altri animali). Gli animali ci studiano e si sforzano di comprenderci più di quanto noi stessi non facciamo con loro, e vi riescono molto meglio di tanti umani troppo presi da se stessi per concepire l’alterità e le sue esigenze. Essi sono perciò capaci di un rispetto profondo, dotati di uno spirito di adattamento che li porta a mettere in atto strategie articolate al solo fine di compiacere chi amano, di voler bene al proprio compagno umano, di volerne cioè il Bene, restituendo a questa espressione – ormai vuotata di senso e così tanto abusata – la sua accezione originaria più piena e significativa. Per questo, accanto ai pochi individui davvero umani – sempre vinti, offesi, sopraffatti, perdenti – che compaiono tra le pagine delle opere di Gorret – si mostrano spesso anche i rispettivi compagni animali, che danno loro modo di liberare tutto l’amore di cui sono capaci, e che gli umani disumani hanno respinto, scernito, ignorato, o semplicemente non visto, non essendone da parte loro capaci. Animali più sfortunati compaiono invece accanto agli umani disumani, divenendone spesso – al pari degli umani umani, ovvero eternamente bambini – vittime sacrificali e bersagli del loro irrefrenabile istinto di sopraffazione e della necessità insaziabile di affermare costantemente la propria forza e presunta superiorità sul Nonumano. Così il gatto Puffi, che è per il poeta “Maestro di calma e di fiducia”, “fratello al posto del fratello” (Ballata, p. 107), viene “crocifisso / dalla rabbia ghignante dei vicini”, battuto, maltrattato, lanciato dall’uno all’altro come una palla, con conseguenze tanto gravi che lo porteranno in breve alla morte. (Ballata, p. 108)

A chi invece sappia comprenderne l’essenza, gli animali hanno un mondo intero da insegnare. Così il cane Ciccius, che è per foglie ed erbe “maestro di Riguardo”, “ospite affabile di Grazia”, assume – con il suo “essere inequivoco” e la sua inesausta capacità d’amare – il ruolo di Guida del suo umano umano, amico e compagno, insegnandogli a cogliere anche ciò che prima gli sfuggiva e che i limiti connessi al suo stesso essere umano gli impedirebbero di percepire e di scoprire: “E dal suon naso tentiamo di odorare / il mondo umano rifatto in nonumano”. (Crocifissi, p. 24)

Gli animali, così come gli umani davvero umani, e gli elementi naturali stessi insegnano al poeta quella forma d’amore rara e bruciante che è roccia su cui posare il piede, corteccia dove riposare il dorso sedendo a contatto con la nuda terra, l’amore dei «senza-se», dei «con-tutto-quanto»[3], quello fatto di slancio incondizionato e di dono gratuito. È guardando il mondo con occhi animali che il poeta può accedere a quell’Utembre vagheggiato in chiusura della Ballata dei tredici mesi, territorio fuori dallo spazio e dal tempo, eppure davvero esistente in virtù della nonumana poesia che gli dona consistenza e dignità d’esistenza.

La Poesia della Rosa dei Venti

Nell’intervento Potenza di Poesia qui e oggi, pubblicato sul sito della casa editrice LietoColle, Daniele Gorret ci fornisce informazioni molto importanti per abbracciare e comprendere la sua idea di Poesia, identificandone il movente con la ricerca inesausta di quella “vecchia sbeffeggiata Verità Assoluta che tanto desueta appare a politici e tecnocrati, a comunicatori e penseurs à la page”, di quella Verità cioè che deve trovare forma ed espressione nella lingua originaria, la Ur-Lingua, purificata dal degrado indotto dal suo utilizzo quotidiano, resuscitando ciò che è morto, sepolto dimenticato, riportandolo in luce, alitandovi quel respiro vitale che renda visibili e tangibili  “ la nuova Terra e i nuovi Cieli”. La Poesia è per Gorret viaggio di esplorazione e di scoperta, da intraprendersi con umiltà, consapevoli del fatto che “Lingua non è strumento di comunicazione interumana ma contenitore abissale di Verità”, che Poesia è perciò Verità che prova a dirsi ed è pertanto sempre anche meta poesia. Il poeta è perciò al contempo umile artigiano del verso e sacerdote di un culto spregiato, cui “paradossalmente, è affidata la sopravvivenza del Buono-e-Bello sul nostro pianeta. Il Poeta è perciò investito del compito di salvare Poesia “dalla morte mille volte decretata dalla violenza del Potere (violenza di stupro sulla Lingua)”, contribuendo in tal modo alla sua sopravvivenza e alla sopravvivenza di tutto quel che l’Umano cerca di negare e rinnegare. Il Poeta dovrà cercare la trasparenza del Vero, come un rabdomante, come un cane che fiuti strisciando tra l’erba, dovrà lasciarsene compenetrare e impregnare, “ ogni volta infantilmente stupito, ogni volta scosso da adolescente al primo amore.” Questa visione del potere sacrale di Poesia e dell’immensa potenzialità creatrice del logos non esclude però la contestuale impotenza di Poesia di fermare – o anche soltanto deviare – gli effetti dell’abuso di un’altra forma di potere – invadente, distruttivo e fagocitante –: quello esercitato dall’Umano sul Nonumano cui si crede superiore e sul  mondo intero di Natura e delle sue creature. Poesia non possiede il potere di contrastare effettivamente il Male né quello di redimere l’Umano (disumano), restituendogli la propria umanità. Essa può però recuperare, custodire e tramandare la memoria individuale e collettiva, e mantenere in vita la lingua originaria. Come una riserva protetta, il verso offre rifugio e alimento al verbo di Bellezza e Verità oltre ogni canone banalizzato e condiviso, dando voce a quell’amore indifferenziato e “scandaloso” che dell’amore costituisce l’espressione più alta e completa, l’amore per l’animale, il vegetale, l’oggetto o addirittura il rifiuto, che ritroviamo ritratto in Libro dell’Amante e dell’Amato (Joker 2009).

Nell’opera Venti che qui presentiamo, Daniele Gorret riprende e approfondisce gran parte dei temi a lui cari, sottoponendoli a una ulteriore elaborazione, e conferendo alla materia consueta del suo poetare una forma ancora differente rispetto a quelle – diverse e variate – già utilizzate nei libri precedenti. Se in parte Venti ricorda la struttura poematica circolare della Ballata dei tredici mesi, infatti, per altri aspetti se ne distacca, ampliando ancor più il respiro epico, raffinandone il dettato mediante il ricorso a un linguaggio ancor più alto e letterario, senza cedimenti né concessioni al parlato, con un ritmo ancor più teso a filo del verso mentre canta se stesso, controllatissimo, e con un tono spesso oracolare.

Nella Ballata dei tredici mesi il simbolismo del vento è fortemente presente e acquisisce centralità nella sezione dedicata al mese di marzo, dove il Vento di poesia e ispirazione fa il suo ingresso di personaggio a tutti gli effetti, su invito dell’autore stesso, che gli apre le porte e le finestre di casa, lasciando con lui entrare la primavera del respiro che tutto avvolge, alitato sulle cose che prendono vita, circondando il poeta, dialogando con lui, aprendogli fin dall’infanzia gli occhi sul Nonumano:

Ma ora il differente era nel vento.

un vento adolescente capriccioso

capace per mezz’ora d’assentarsi

poi di tornare intrepido insistente

e allora lo vedevi che bussava

a finestre, alla porta del balcone

come per dire: «Ora vi costringo

a farvi primavera tutti quanti,

muri di casa e quadri lampadari

e il gatto e il cane e pentole e divano…»

Così che succedeva assai sovente

che io a quel vento aprissi quella porta

e lo lasciassi entrare dentro casa

(contravvenendo in questo ai genitori

per cui del vento di Marzo si diffida).

E fui quindi – a otto o nove anni –

invaso e abbracciato da quel dio

che scendendo dalla valle del Cervinio

lì s’incorciava – davanti e in casa mia –

con quell’altro che venendo da Occidente

viaggiava meno freddo e   più veloce

verso la valle del Po, la grande piana

celata agli occhi sì ma oltrepassata

dalla mente incessante,

onnipossente

 Ballata dei tredici mesi, Garzanti 2003

Questo passo ci aiuta a comprendere cosa rappresenti il Vento nella complessa costellazione simbolica di Daniele Gorret, fungendo dunque anche da possibile chiave di lettura dell’opera che qui presentiamo. Che cos’è questo Vento, con cui Gorret entra in contatto privilegiato fin dall’infanzia, trovando in lui compensazione alla mancanza di comunicazione con quelli che dovrebbero essere i suoi simili? Cos’è questa creatura capricciosa, che alita nelle cose la primavera, donando loro voce e respiro? Penso che lo si possa identificare con la poesia, anch’essa entrata molto precocemente nella vita del poeta, sostituendosi ai compagni di giochi, ragazzini così diversi, già dediti ad imitare i “grandi”, a scimmiottarne la miseria e la mediocrità. Ecco che allora il vento può assumere venti volti e infiniti altri, a seconda di cosa il poeta gli chieda, delle sue necessità e delle necessità del dire, delle condizioni dell’interno e dell’attorno. Il vento ha il volto di Poesia, che si mostra quando lo decide lei, inaspettatamente, per poi sottrarsi e infine tornare a soffiare, insistente e forte, quando ormai non la si aspettava più. Il vento ha braccia di Poesia che abbraccia le cose e il poeta stesso, mettendo l’uno e le altre in comunicazione

In questi venti Venti la scrittura stessa entra prepotentemente sul palcoscenico della vita, inscenando se stessa, protagonista assoluta, di cui il poeta è suggeritore dietro le quinte, interprete del proprio stesso scrivere, senza dimenticarne le radici e l’evoluzione cronologica.

Venti è un’opera trascinante, dal respiro ampio, avvolgente, dal movimento inglobante. Ed è opera disturbante, perché ci strappa via la terra da sotto i piedi, facendoci aleggiare sopra il mondo, pochissimo al di sopra, per vederlo e per vederci rimpiccioliti, messi a nudo, smascherati.  Venti è opera di grande solidità e coerenza – che riflette la coerenza interiore e il rigore morale dell’autore – e con coerenza porta avanti la peculiare visione nettamente manichea che Gorret ha dell’esistenza, che muove dall’equazione tra Umano e Male (doppiezza, orrore); e Nonumano e Bene (ingenuità, candore), ovvero dalla contrapposizione tra carnefici e vittime sacrificali sull’altare dell’egoismo e della vanità.

Venti è una dichiarazione di poetica, in cui le funzioni attribuite da Gorret alla poesia prendono corpo di Verso e di Vento, si avvicendano, s’inseguono e si scontrano in un moto circolare dalla prima all’ultima pagina. Nessuno di questi venti offre salvezza o duraturo, robusto rifugio dal predominio del Male nel mondo umano disumanizzato in cui viviamo, ma ciascuno di essi porta con sé una possibilità di sopravvivenza morale e di resistenza interiore. Seppure Poesia non s’illude di cambiare il reale, né prospetta alcuna soluzione escapistica risolutiva, essa contribuisce a illuminare sulla mappa dell’anima possibili piccole oasi sperse sulla sua terra martoriata, indicando nella notte del dolore piccole riserve in cui il nonumano si possa rifugiare, per un istante fermare il tempo nel tempo e ritrovare se stesso.

Se il primo vento è quello dell’ispirazione manichea, così centrale nell’intera opera di Gorret, il secondo vento è il pungolo, la funzione che la poesia possiede di chiamarci a una scelta, d’indurci a schierarci pro o contro, a prendree posizione in nome di un principio etico deciso, senza ambiguità o ripensamenti. E se si opta per il Contro, lo si dovrà fare in modo coerente, senza concessioni all’Umano (disumano), con tutti i rischi e le conseguenze che questa scelta, come già detto in precedenza, comporta. Il terzo vento, il vento Levantéra simboleggia una delle funzioni primarie della poesia di Gorret, quella di dare voce agli offesi, agli umili, schierandosi dalla loro parte, condividendone il destino di dolore e di sopraffazione, spesso di morte interiore: “perdere un po’ (quel poco che si può) / d’umana forma e annessi privilegi / ed essere già un po’ dall’altra parte / subire la passione d’animale.” Ascoltare la voce di questo vento significa dis-umanizzarsi per ridiventare umani, e dunque nonumani, prossimi alla natura e alle sue creature, siano esse vegetali, animali, o bambini fermi nel tempo di una inconsapevolezza che è salvezza e condanna insieme.

Il terzo vento è invece quello di poesia come celebrazione del Bello, che non coincide necessariamente con la perfezione e l’armonia, ma risiede piuttosto nella naturalezza incorrotta di cose e creature, d’ideali e pensieri alternativi al predominio di “Consumo / di Nozze Procreazione e di Lavoro.”

Il quarto vento, il vento di Grecale simboleggia la contraddizione, sempre presente nelle opere di Gorret, tra la consapevolezza “che l’uomo è condannato / a preferire il male e il sacrilegio” e la tensione che porterebbe comunque il poeta ad amare l’umano, tensione spezzata e tradotta in violenta oppressione dall’incrollabile certezza “che non si possa amare il corpo altrui / (pure così, al proprio somigliante) / senza, già subito, sapere di sbagliare…” Che ci si debba tramutare in altro, imparare altre lingue mute – animali, vegetali, cosali – per entrare in comunicazione con il proprio sé, che non si trova riflesso nel fratello umano, mentre il poeta – in quanto latore del suo messaggio più puro – vorrebbe amare l’umano oltre l’umano.

Se il quinto vento, il vento di Scirocco, porta con sé un altro dei temi cari a Gorret, quello della morte, nell’accezione rilkiana di un destino individuale ed esclusivo che è parte integrante, e caratterizzante, della vita di ogni individuo, il sesto vento, il Vento di Adrienne, che non sopporta l’astratto e l’impotente, dà forma all’“ideale di donna che non c’è”, le dona vita e la incarna, risvegliando la sofferenza della carne, laddove il vento che cantava morte le prospettava quiete e levità.

Il settimo vento, diffidente, inafferrabile e umilmente anonimo, simboleggia il tempo peculiare di Poesia, che chiede all’artefice di “andare piano piano”, per poter vedere quel che al passo di ciascuno sfugge. È la voce della poesia che abbassa i toni, che striscia rasoterra nell’erba, raccogliendo le confidenze di fiori e vegetali, per riportarle in un linguaggio comprensibile all’umano ancora umano. È la poesia che non ha pretesa di nominare, e dunque di fissare, categorizzare, ma si limita a registrare a dare forma d’immagini e parole.

Se l’ottavo vento simboleggia il potere di poesia di evocare la grande Storia, la Storia Universale, il nono vento, umile e anonimo come il settimo, e altrettanto discreto, è quello di quella vergognosa speranza, anche’essa fucina di contraddizioni, che alita rarissimi attimi di letizia nella vita del poeta, attimi custoditi e sussurrati, spesso sottaciuti per paura che s’infranga il piccolo barlume d’inconfessata speranza.

Il decimo vento invece, che “scende dall’alto, ignora gli altri venti”, ha voce potente e decisa, non giunge anonimo e lieve a consolare il poeta nel segreto silenzio della sua solitudine, ma lo stimola a innalzare il canto che “pesante come è, arriva, preme / e schiaccia tutto verso giù”. Il decimo vento, che tanto forte spira tra le pagine delle opere di Gorret, e trasversalmente dall’una all’altra, simboleggia il potere che ha la poesia si svegliare, spogliare e rivelare la realtà impietosamente, con la forza della Verità, in contrapposizione alla forza bruta del potere, è il vento immenso del verso pago di sé, del suo poco o niente che è comunione con il tutto.

L’undicesimo vento, il vento dei Pensamenti Nuovi, comunemente detto Libeccio, simboleggia un altro dei doni di Poesia, che se non può mutare il reale né condizionarlo, può tuttavia soffiare nella mente del poeta pensieri violenti, sovversivi. E poiché Poesia è pensiero che s’incarna, il Vento del Pensiero sarà in grado di alitare sul fuoco della rabbia alimentandolo ed espandendolo. E anche se “di ciò nessun telegiornale / Né una memoria né un pettegolezzo / lasceranno traccia ai posteri studiosi”, l’atto creativo si fa comunque fondante.

Il dodicesimo vento è quello che soffiava anche sul volto di Giacomo Leopardi, il cui pensiero in così tanti punti collima con quello di Gorret. Il dodicesimo vento simboleggia infatti l’istante prima, l’istante della possibilità, nell’interregno tra presente e futuro, nell’antecedente a tutto quanto può ancora in potenza accadere, di cui condivide la gioia e il sapore, la levità di una carezza che sfiora l’immaginazione. È il Vento dell’incompiuto, di quanto più intimamente appartiene al poeta, dell’inconfessato, quel che la poesia soltanto accenna o sfiora, reticente per paura che dissolva.

Il tredicesimo vento “è uno, ma sono due le forme”, a simboleggiare il testo e le sue stratificazioni più profonde di significato, ovvero il divario tra ciò che è e ciò che appare, tra il messaggio manifesto e quello celato tra le righe, appena sotto la superficie della pagina. È la polisemia della parola poetica, che apre a sempre nuove rinascite per chi sia consapevole del fatto che in vento non è “solo esterno”, che Poesia non dice e traduce solo ciò che a un primo sguardo prende forma nella mente.

Anche il quattordicesimo vento è “specialissimo e segreto” e va ascoltato nel silenzio, al riparo della propria anima. È infatti il vento “del Vinto del Remoto e Trapassato”, di tutto ciò che la maggior parte della gente vorrebbe vigliaccamente superare, vincere, lasciarsi alle spalle e che la poesia ha invece la funzione di eternare, riportandolo in vita nel presente e tramandandolo a futura memoria. È un vento che va evocato e accolto nella notte, “con tutto il suo ritiro”, che va chiamato senza forzature, o piuttosto pregato a bassa voce, nella piena consapevolezza della sacralità della propria funzione, che consiste nel dare dignità di vita e di respiro alle memorie proprie e a quelle altrui, con la medesima cura e dedizione.

Il quindicesimo vento, il “Vento, timido-discreto della sera” è quello della metamorfosi che avviene una volta che al poeta sia stato concesso in dono il sonno, è cioè la possibilità della poesia di trasportare il proprio artefice oltre i confini dell’attorno, nei paesaggi interiori che si materializzano all’esterno, dove tutto ha forma nota e trasformata, e il poeta stesso condivide il destino del nonumano, sia esso cosa o animale.

Il sedicesimo Vento, il vento di Ponente, che per la maggior parte della gente reca solo un fugace refrigerio, porta al poeta un privilegio fondamentale, ovvero il Blocco Temporale, la capacità cioè di fermare l’istante e scolpirlo in un tempo fuori dal tempo e dunque eterno, dove il cuore non invecchia e può suggerirgli ancora i versi dell’amore, come un distante ricordo che rivive e lo innalza a “re-compagno” dei Poeti del passato, che l’assenza di Tempo riporta nel presente, vincendo la morte.

Il diciassettesimo vento che è “Vento volatile, Vento pencolante”, “Vento strano e storto”, simboleggia le potenzialità istrioniche del Poeta, i mille mascheramenti che Poesia gli consente, in una metamorfosi linguistica che – come quella consentita dal Vento di Ponente – lo rende libero rispetto agli altri umani, consentendogli di tanto in tanto di fuggire, di rifugiarsi nel contatto col mondo animale, condividendone l’innocenza, quella dei bambini eterni fissati in un istante fuori dal tempo, perché “è dei poeti essere innocenti / ed esser sempre là dove innocenza / non è artificio, non è cerone o trucco / ma forza autoctona moto primordiale…” ovvero dov’è possibile riscoprirsi e riscoprire la propria più naturale inclinazione, così come nel “fingersi poeta del passato”, reinventandone le rime, ri-creando l’opera altrui come fosse creazione originaria.

Il diciottesimo Vento, il Vento di Maestrale, rappresenta la facoltà di Poesia di mostrare al poeta il Male quotidianamente compiuto dall’umano, “sempre all’insegna del lurido profitto”, che tutto muove. Quando il poeta penserà d’aver già visto e condiviso tutto, il vento gli rivelerà che non è finita, gli svelerà i mille volti possibili del Male senza edulcorarlo, senza farne espediente letterario, ponendogli in mano gli strumenti per poterlo contrastare, l’ira e le parole: “Spalanca la forza dei quinari, / di endecasillabi, senari, alessandrini / e sotto dettatura di maestrale, / dice tremendo, dice tutto il Male!” Se infatti non esiste per Gorret alcuna possibilità di contrastare il Male, lo si può comunque esorcizzare, smascherandolo in nome di un culto della Verità, che insieme alla Bellezza costituisce l’obiettivo principe della ricerca.

Il diciannovesimo Vento che si trova tra Maestrale e Tramontana (Susùr), tra la facoltà cioè che ha Poesia di rivelare il Male e quella di separarlo dal Bene, “è delegato / di rovesciare le sorti dei mortali”. È infatti il Vento della Storia all’incontrario, l’unica in grado di controbilanciare l’inesorabilità del corso di Geschichte, della storia scritta dall’Umano col sangue di chiunque contrasti il suo cammino sulla strada dell’accrescimento del Potere. Il diciannovesimo Vento è il vento ci sembra di sentirlo spirare a Utembre, il tredicesimo mese della Ballata dei tredici mesi, che rappresenta l’unica possibilità di sopravvivenza per il Poeta. È il vento di Utopia, quel territorio immaginario al di fuori dello spazio e del tempo dove germina e si rafforza Poesia.

L’ultimo Vento, forse il più cruciale, il più potente, quello che tutti li contiene, è “Vento-che-non c’è, Vento di mente / (e di mente poetico demente”, è il Vento che porta la risposta sul perché di Poesia, sulle sue reali possibilità e le modalità con cui potrà salvarci: “inventarsi un Vento inesistente / per andare oltre l’ultimo realismo / quello di Mondo ridotto a mercescambio.”


[1] Saggio introduttivo pubblicato in Daniele Gorret, Venti, Kolibris 2013

[2] “Io, questo primo di Aprile, / mi proclamo felice / del mio letto solingo / avendo per ventura dell’ultimo istante / scampato al funesto gravido e incerto / possente sfiancante istituto / delle italiche nozze”. (Ballata dei tredici mesi, p.11).

 

[3] Daniele Gorret, Idea di Poesia qui e oggi http://www.lietocolle.info/it/senza_titolo_60.html.

 

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