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GRANATELLI, Giovanni

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La nuova raccolta di Giovanni Granatelli è una versione musicale della melodia del reale, una trascrizione in note di immagini, persone, situazioni e scorci naturali. Come già in Giuramento, il verso di Granatelli è essenziale, asciutto e incisivo, si muove sulla pagina con un ritmo rapido, martellante, privo di cedimenti, dalla prima all’ultima pagina. Se ci li lascia trasportare dal movimento circolare dei versi, che confluiscono l’uno nell’altro attraverso il ponte degli enjambement, richiamandosi ed echeggiandosi in riprese, alternanze e consonanze, si ha l’impressione che si tratti di un’unica poesia, che racconta una storia, quella di un mondo in cui tutto è domanda d’ascolto e la musica è ovunque, in attesa di essere trascritta, di un mondo in cui perfino “I versi dei cinghiali / venuti ad accoppiarsi / qui sotto le finestre / commentano la notte / che crepita nel bosco.”

Nella consapevolezza “che nulla è più sacro / di ciò che è vicino”, il poeta tiene gli occhi bene aperti su ciò che lo circonda, dall’enorme al minuscolo, dalle farfalle alle montagne alla “gloria fluttuante / dei panni stesi ad asciugare”, rivolgendo costante attenzione alla meraviglia di tutto ciò che è comune e condiviso, eppure spesso dimenticato in favore di ciò che è invece destinato a sottrarsi in eterno, e  forse proprio per questo ci chiama – o così crediamo – a tentare invano di confinarlo in parola.

Intento del poeta è per Granatelli quello di restituire all’agire la sua sacralità, di recuperare a ogni singolo gesto il suo significato più autentico, per assimilarlo nuovamente all’intenzione, superando “la sproporzione velenosa / nei gesti che si compiono / senza il loro senso”, in favore “di un gesto cristallino / che si possa qui e adesso / celebrare.”

Quella di Granatelli è una poesia dell’hic et nunc, che si muove tra le cose e vi si riconosce, che interroga ciò che può toccare con i sensi e sfiorare con le parole, spingendo domande “ fino a che gli aculei / ti toccano le vene / sul dorso delle mani”. Per questo la parola si fa scabra e tagliente,  spesso sorprendente nelle metafore e negli accostamenti insoliti, come note nuove che segnano una variazione al ritmo consueto della canzone, nel momento dell’abbandono all’accoglienza dell’ascolto, il momento “più inerme”, privo di difese e preclusioni.

“l’unica musica / che può interessarmi”, scrive Granatelli, “scandisce domande / come rese dei conti.” Compito primario del poeta non è dunque quello di formulare domande per interrogare il reale, bensì quello di percepirne l’implicita risposta e la richiesta, che spesso risuona come un’accusa, un pungolo a un’azione che scaturisce proprio dalla disposizione inerme all’ascolto. E le domande del reale sono in ogni cosa, perché in ogni cosa è un canto che ci attornia e c’impedisce di sottrarci al racconto di ciò che siamo e che siamo stati, di cui siamo chiamati a ricostruire la trama, recuperando in tal modo la nostra essenza originaria, l’uomo naturale, capace della gratuità di un gesto spogliato da ogni costruzione e dissimulazione, liberato da ogni dettame dell’agire convenzionale: “Le bacche della siepe / – riesci a osservarle? – / che sembrano assorbire / la musica autunnale // appunti incandescenti / dei suoni affastellati / sui vetri delle stanze / di queste rotolanti / arrochite preghiere // di questa sovversiva / nostalgia di una trama.”

La poesia di Granatelli è perciò anche preghiera in omaggio alla sacralità delle cose, preghiera “arrochita” perché troppo a lungo gridata e altrettanto a lungo rimasta inascoltata. La poesia è l’amen scritto dal vento sulla trasparenza dei vetri, che vediamo solo soffermandoci, aperti e tesi all’ascolto.

I versi di Granatelli, così ritmati e musicali, cercano di carpire le note segrete soffocate dal frastuono del mondo, per imparare “l’esatto pentagramma / di ciò che va sprecato”, per scoprirne la chiave forse, il LA di un nuovo inizio, perché non rovini ancora “il carico sospeso / della gioia”. La chiave è custodita per il poeta nella formulazione di “un’ipotesi ariosa per cui sopravvivere”, nel riconoscimento di un fine più alto, insito nella necessità di darsi all’altro, di prendersene cura: “la scala musicale / prodotta dai sinonimi / del verbo accudire.” L’accudimento è l’inno che sovrasta “Le dolciastre cantilene / dei bisogni animaleschi”, è ciò che ci permette di superare le debolezze connaturate all’essere umano, riscoprendone l’essenza più pura, che si riconosce nel paesaggio. E nel paesaggio si riconosce anche la scrittura poetica, musica per eccellenza, atta a preservare la sacralità dell’esistente. La parola è per Granatelli materia viva e pulsante, è movimento. La parola respira, si annida ovunque, in attesa soltanto dell’occhio che la legga e che l’accolga, della mano che la trascriva fedelmente. Osservare significa per il poeta annotare, prendere appunti, farsi foglio bianco su cui possa incidersi il senso immediato delle cose: “Annotiamo le scritture / dei passi sulla ghiaia: / lavoro di farfalle / all’opera nel gelo. // Le voci che si appoggiano / una contro l’altra / in prove di risposta / sognano le ore / e i campi sconfinati / di un pellegrinaggio.” Ascoltare il paesaggio, sulle strade non battute di un segreto pellegrinaggio, significa trovare le risposte a interrogativi mai posti.

Per comprendere il paesaggio e trascriverne la musica non occorre porre domande, non occorre nominare, né cercare di racchiudere in parole. È sufficiente spalancare gli occhi, affinché il mondo vi entri e possa raccontarsi: “Continuiamo ad aspettare / chiarimenti, / con gli occhi spalancati / che scavano il paesaggio / nel suo capolavoro // ma non posso che ripetere, / toccandoti la fronte, / una scontrosa versione: / al di fuori delle voci / che nominano e chiedono / niente dice niente / a nessuno.”

Il poeta stesso non è dunque compositore di una nuova musica. Si limita invece, umilmente, a trascrivere quella che risuona un tutto ciò che ci circonda, a variarla senza l’ausilio di letterari virtuosismi, perché le canzoni più belle, quelle che più ci appartengono, non nascono da “serpi e cianfrusaglie / nel cesto del linguaggio”, bensì dal sapiente accostamento di poche note sullo spartito, dalla ricerca di un ritmo sorprendente, coinvolgente, inconsueto, nella consapevolezza che “tutti gli elementi / che assemblano il paesaggio / sono molto più vicini / rispetto alla misura / dei tuoi ragionamenti”.

Le trama dell’esistenza va estratta in “bocconi di racconto”, dalla tasche fradice di neve, o in luoghi che ricordano “antichi sillabari”. La rabbia è scritta in geroglifici sull’acqua, i giardini sono “– scarni come braccia / che cercano un linguaggio”, le parole “rimbalzano / nel muco dei lampioni”, in attesa che una voce le accolga e le salvi e “le sposti dal presente / (reame di doppiezze).”

Il poeta è lo “scriba che corre”, affamato di realtà, che raccoglie tra le mani il racconto del reale per donarlo come pane nella carestia del silenzio, perché nulla “riesce a tradurre / nei cerchi dei neon / più delle mani / mostrate in silenzio / e offerte in lettura.”

Chiara De Luca

Già pubblicato in Poesia, di Luigia Sorrentino

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