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GRANDMONT, Dominique

Tra il niente e me c’è lo spessore di un foglio di carta

Su L’envers d’écrire di Dominique Grandmont[1]

 

L’Envers d’écrire (Il rovescio della scrittura, 2001), da cui sono tratte le poesie che qui presentiamo, è una raccolta caratterizzata da una straordinaria coesione interna, tanto che potrebbe essere considerata una sorta di macrotesto poetico, come un’unica, lunga catena, di cui i singoli componimenti poetici costituiscono gli anelli, strettamente connessi tra loro, eppure fruibili come poesie a sé stanti, senza che tuttavia venga meno la loro identità, e senza che l’immagine di volta in volta veicolata si sfaldi o perda d’intensità. Ogni poesia è una sorta di microstoria, che rimane potenzialmente aperta, e si chiarisce, completa, arricchisce in virtù del passaggio alla successiva microstoria-poesia. E così dall’inizio alla fine di questa raccolta.

La poesia di Grandmont è fatta di scatti, di passaggi veloci. Il lettore percepisce la raccolta come un vento, generato da singole raffiche, aliti di fiato spezzato, franto e ricomposto nell’incedere “nervoso” del singolo testo, in cui gli enjambement e le frammentazioni sintattiche e di ritmo si rincorrono a cascata. Il lettore resta col fiato sospeso, sia nel passaggio da un verso all’altro dei singoli componimenti-soffi, sia nel passaggio da un componimento all’altro, nel flusso ventoso dell’intera raccolta. Il dire è immediato, diretto, nutrito delle parole di tutti i giorni, di espressioni chiare, concise, eppure organizzate in un discorso lirico senza cedimenti, fortemente strutturato, cesellato, teso.

L’Envers racconta di un io che cerca se stesso, la propria identità più autentica. È un percorso di autoconoscenza, un attraversamento: della propria memoria e della propria storia (che ha la stessa circolarità della catena che costituisce la raccolta) e della realtà, ora di quella urbana, ora di quella naturale. I due piani di esperienza sono costantemente posti a confronto, nel loro contaminarsi vicendevole, e il paesaggio naturale, in tutti i suoi elementi, è intriso di nostalgia, guardato con un senso di consolazione, ma anche dolorosa compartecipazione e consapevolezza del pericolo che lo minaccia. Il paesaggio è sospeso, come in bilico, a rischio costante di sfaldarsi, cedere, rovinare, come lo è l’essere umano, che tuttavia in esso trova rifugio, conforto, memoria, confinato com’è in un microcosmo sempre più de-privato.

C’è nell’Envers un senso del paesaggio romanticamente inteso come corpo vivo, in movimento, cangiante, metamorfico. L’individuo ne è parte, e vi si rispecchia, vi si cerca, avvertendo di volta in volta identità o differenza. Ma ne resta anche eternamente escluso, come da un qualcosa di troppo grande, misterioso, troppo inafferrabile, anche per essere com-preso e reso per mezzo dello strumento linguistico. Ed è forse anche per questo che la lingua poetica di Grandmont si piega, si frange, si modella sul paesaggio, si consuma, si scarnifica, fin quasi a raggiungere, in certi punti, i confini del silenzio. Ma non è soltanto il poeta a cercare la propria identità nel paesaggio. Il paesaggio stesso si antropomorfizza, mostrando all’individuo la sua parte migliore, la parte migliore dell’umano. Ed è un paesaggio necessariamente ferito


[1] Su «Fili d’aquilone», Nr. 5, gennaio-marzo 2007.

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