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Gray Sutherland & Carll Goodpasture

After the Ice Withdrew [Dopo il ritrarsi del ghiaccio]

 

Poesie di Gray Sutherland, traduzioni di Chiara De Luca, foto di Carll Goodpasture

 

Premessa

Gray_e_CarllÈ un bel po’ che siamo sulla terra ormai, ma pare che per i primi due o tre milioni di anni non abbiamo lasciato un grande segno. Ovviamente è difficile dirlo con esattezza. Inoltre, almeno in Nord America sembra esistere una qualche prova dell’estinzione di massa dei mammut e di altri grandi animali ascrivibile a una caccia senza criterio. Tuttavia, penso che di una cosa si possa essere certi: non ci sono molte miniere a cielo aperto risalenti a centomila anni fa.

Poi venne quella che ci piace definire l’Era Glaciale; e anche in questo caso nelle registrazioni sono rintracciabili periodi glaciali senza dubbio precedenti, con tutta probabilità quattro. Eppure, come razza, siamo così irrimediabilmente antropo-centrici che l’unico che conta (vedi?) è quello che ci piace pensare sia finito circa 11.000 anni fa, anche se, a dire il vero, viviamo ancora in un’era glaciale. Perché è l’unico che conta? Probabile che sia perché siamo ancora alle prese con quel che è avvenuto dopo, e perché è da quel momento che abbiamo cominciato a prendere appunti.

Dopo l’era glaciale, gli umanoidi ritornarono alle terre che erano state rivestite dal ghiaccio, e a terre ancora più a sud, dove il clima stava diventando sempre più accogliente, e lì trovarono nuove piante da cogliere e in seguito coltivare, e animali da cacciare e in seguito allevare; e si apriva la strada all’agricoltura, alle comunità stabili, alla registrazione degli eventi e alla divisione del lavoro. E con esse venne la tecnologia, e lo stato, e tutto il resto di quel che allora acclamammo fieri definendolo civilizzazione, come talvolta ancora oggi facciamo. Il punto cui quella strada conduceva è quello in cui ci troviamo oggi, il luogo dal quale noi oggi ci voltiamo indietro e vediamo tutti i nostri risultati, grandiosi e modesti, e tristi e, proprio così, anche vergognosi.

After the Ice Withdrew è la seconda opera fotopoetica nata dal sodalizio creativo del fotografo Carll Goodpasture con il poeta Gray Sutherland. A differenza del loro precedenteTerje_Vigens_Båt progetto congiunto, Terje Vigens Båt (2006), After the Ice Withdrew non è una sequenza di poesie o fotografie intese a sviluppare un tema specifico, un’opera con un inizio, uno svolgimento e una conclusione fissati in modo più o meno preciso. Piuttosto, essa combina testo e immagine nel flusso libero di una relazione, di un’espressione di suggestione, reazione e realizzazione spontanea, indipendente, in cui non c’è chi conduce e chi è condotto, eppure entrambi gli artisti agiscono simultanea, in un processo che non ha un inizio né una fine.

Le fotografie incluse in After the Ice Withdrew sono state scattate quasi tutte durante l’uno o l’altro dei quattro punti cardinali dell’anno, ovvero durante solstizi ed equinozi. Si tratta perciò di immagini di equilibrio, di momenti in cui gli opposti restano sospesi e il tempo, come in quel momento, si ferma. E sono anche esposizioni a foro stenopeico, il che significa che il tempo di esposizione utilizzato è stato spesso piuttosto lungo, fino a trenta minuti; questo conduce a una squisita ironia. Stando alla visione convenzionale che se ne ha, la fotografia è qualcosa che cattura il momento, congelando il tempo per un istante. Qui, però, il passaggio inesorabile del tempo è visibile nell’evidenza dei negativi dei segni del movimento: raggi del sole, singoli raggi di luce, il tremolio delle nubi e della nebbia, le traiettorie delle stelle, perfino misteriosi oggetti scintillanti che appaiono in modo casuale nell’acqua. Lungi dall’acconsentire a lasciarsi docilmente catturare e congelare, il mondo sembra qui ridere di noi, spontaneo e capriccioso, sprezzante dei nostri tentativi di misurarlo e ridurlo a mere equazioni.

E dove sono state scattate queste foto? In Norvegia, a Verdens Ende e Hamningberg: la Fine del Mondo e all’Estremo Nord, luoghi distanti dagli esseri umani e dalla loro urgenza di addomesticare il mondo e mettervi ordine. Immagini di natura selvaggia, poi, di natura, il mondo incontaminato, come un tempo era e in un certo senso in realtà ancora è, natura in tutto il suo splendore, natura al massimo della sua potenza visionaria. Perché queste immagini spesso ardono di una intensità che possiamo definire solo visionaria. Sono immagini di momenti visionari in cui il tempo è sospeso eppure visibile, immagini dell’equilibrio naturale del mondo, immagini, anche, di un accoglimento spontaneo della saggezza.

[…]

 

Foreword

We’ve been around quite a long time now, but for the first two or three million years or so we don’t seem to have made much of an impact. It’s hard, of course, to tell precisely, and there does seem to be some evidence in North America at least of mass extinction of mammoths and other large animals that could be attributed to over-hunting. Nonetheless, I think the point stands: there aren’t many strip mining sites from a hundred thousand years ago.

Then came what we like to call The Ice Age; and here again there are definitely earlier glacial periods traceable in the record, probably four of them. Yet, as a race, we are so incorrigibly anthropocentric that the only one that counts (you see?) is the one that we like to think ended about 11,000 years ago, even though strictly speaking we’re still living in a glacial period. Why is it the only one that counts? Probably because what happened next we’re still living with, and because that’s when we started taking notes.

After the ice age humanoids returned to lands that had been covered with ice, and lands further south where the climate was becoming increasingly welcoming, and there they found new plants to pick and later grow, and animals to hunt and later raise; and the road to agriculture, settled communities, record keeping and the division of labour now lay open. And with them came technology, and the state, and all the rest of what we once proudly acclaimed, and sometimes still do, as civilization.

Where that road has led is where we stand today, the place from which we now look back and see all our accomplishments both grand and modest, and sad and, yes, shameful too.

After the Ice Withdrew is the second photo-poetic work to emerge from the creative partnership of photographer Carll Goodpasture and poet Gray Sutherland. Unlike their previous collaborative project, Terje Vigens Båt (2006), After the Ice Withdrew is not a sequence of poems or photographs intended to develop a specific theme or illustrate a specific text, a work with a more or less clearly defined beginning, middle and end. Instead, it combines text and image in a free-flowing relationship, an expression of suggestion, reaction and spontaneous, independent realization, in which there is neither leader nor led, and yet in which both are both simultaneously, a process with no beginning and no end.

The photographs included in After the Ice Withdrew were almost all taken at one of other of the four cardinal points of the year, the solstices and equinoxes. They are therefore images of balance, of the moments when opposites hang suspended and time, as it were, stands still. They are also pin-hole exposures, which means that their exposure time was often quite lengthy, up to thirty minutes; this leads to a delicious irony. Conventionally, photography is regarded as capturing the moment, freezing time for an instant. Here, however, the inexorable passage of time is visible in the appearance on the negatives of the signs of movement: sunbeams, single rays of light, the shivering of cloud and mist, the paths of stars, even mysterious, sparkling objects that appear by chance in the waters. Instead of docilely allowing itself to be captured and frozen, here the world seems to be laughing at us, spontaneous and capricious, defiant in the face of our attempts to seize it and reduce it to equations.

And where were they taken? In Norway, at Verdens Ende and Hamningberg, the World’s End and the Far North, spots far from human beings and their urge to tame and tidy. Images of wild nature, then, of nature, the world unspoiled, as it once was and in a certain sense really is still, nature in all its splendour, nature at its most visionary. For these images often glow with an intensity that can only be described as visionary. They are images of visionary moments when time is suspended and yet visible, images of the natural balance of the world, images, too, of the spontaneous granting of wisdom.

[…]

 

View to Kirkenes

View to Kirkenes

 

The eye of the storm

 

If you come to this place and wait

Where the weight of your steps turns sand

To water and clambering

Upon a rock where shells still cling

Crabs scuttle in tiny pools and weed

Floats like banners in the wind

 

Wait until the ripples’ troughs

And crests dissolve in silver light

And the rise and fall of the waves

Merge in a single silken braid

 

Until the clouds no longer drive

In from the sea or out from shore

But hang suspended as if frozen

In a photograph, where consummation

And anticipation are just halves

Of the same hovering, quivering sphere

 

Where stillness hurtles like a dream

And motion lies in breathless calm

May you learn: it takes a long time

To see through the eye of the storm

 

Tjøme storm

Tjøme storm

 

L’occhio del ciclone

 

Se vieni in questo luogo e attendi dove

il peso dei tuoi passi muta la sabbia

in acqua e scali una roccia cui ancora

gusci aderiscono e granchi strisciano

in minuscole pozze e alghe fluttuano

come striscioni al vento

 

attendi che solchi d’onda e creste

dissolvano in luce d’argento

e l’alzarsi e il ricadere delle onde

si fonda in una sola treccia setosa

 

che dal mare le nubi più non avanzino

né dalla riva fuoriescano ma restino

sospese come fossero immortalate

in una foto, dove consunzione

e anticipazione sono solo facce

dell’unica sfera che si libra e che trema

 

dove la quiete come un sogno si precipita

e il moto risiede in una calma affannosa

che tu impari: ci vuole tanto tempo

per vedere attraverso l’occhio del ciclone

 

Fall equinox sky

Fall equinox sky

 

Arctic scenes

 

Arctic scenes, these images of calm,

A world reduced to nothing but the still

Cold sea, the pale, pale sun, the blustering clouds,

These striated rocks, and yes, a little sand.

 

Arctic scenes: an invitation too.

Here, take my hand, come this way. That’s right, up

Here. Now stop, stand by my side. Breathe quietly.

Be still and you will understand. Now look.

 

Open your eyes. Here are no trees,

No plants, no creatures that the eye can see

Seemingly even the birds have also flown

Leaving nothing but the world stripped bare.

 

But look. The clouds here are not still

Instead they’re blown in by the wind, nor have

These ripples been carved immovably in low

Relief but surge onward to the shore.

 

No: everything is moving here

Everything in motion, evident,

Imperceptible, calculable, even

Incomprehensible motion, everything

 

An instant’s, a day’s, a month’s, a year’s

A lifetime’s, an eternity’s motion,

A heartbeat, a sunrise, a waning moon,

A solstice, a parent buried, a shifting sign.

 

Yes, yes, I know, the sun does not

Revolve around the earth, I know, I know,

And yet it moves. Ah, Galileo, if

Your poor Italian soul could only once

 

Have seen these Arctic scenes how it

Simply would have rejoiced at the sheer

Purity of the schemes embodied here,

The swirling dance by the sacred shore.

 

Jæren moonrise

Jæren moonrise

 

Scene artiche

Scene artiche, quest’immagine di calma,

un mondo ridotto a null’altro che il quieto mare

freddo, il pallido, pallido sole, le nubi in tempesta,

queste rocce striate, e sì, un po’ di sabbia.

 

Scene artiche: anche un invito.

Qui, prendi la mia mano, per di qua. Giusto,

quassù. Ora fermati, stai al mio fianco. Respira

tranquillo. Stai fermo e capirai. Ora guarda.

 

Apri gli occhi. Non ci sono alberi qui,

né piante, né creature che l’occhio possa vedere

all’apparenza perfino gli uccelli sono migrati

lasciando soltanto un mondo spogliato.

 

Ma guarda. Non sono ferme le nubi al contrario

il soffio del vento le muove, né queste creste

sono state per sempre intagliate in basso

rilievo ma s’impennano verso la riva.

 

No: ogni cosa qui si sta muovendo

tutto è in movimento, evidente,

impercettibile, calcolabile, anche

incomprensibile movimento, tutto

 

è di un istante, un giorno, un anno il moto

di una vita, un’eternità, un battito di cuore,

un’alba, una luna calante, un solstizio,

un genitore sepolto, un segno incostante.

 

Sì, sì, lo so, il sole non rotea

attorno alla terra, lo so, lo so, eppure

si muove. Ah, Galileo, se la tua povera

anima avesse potuto soltanto una volta

 

vedere queste scene artiche con

che semplicità avrebbe gioito all’assoluta

purezza degli schemi qui incarnati,

la turbinosa danza nei pressi della riva sacra.

Midnight sun

Midnight sun

 

The View to the Pole

 

So long have I sought the passage behind

The midnight sun to that place beyond time

Where laughing life bubbles up from the depths

Of the fertile waters

 

That place where heaven’s weight is borne by the glow

Of light thrusting up from the pebbles below

Parting the soft swell, exultant, luminous

As a crucifixion

 

Where people have ever come to feel the whirl

And surge of wind and rain, to see the curl

Of moon and tail as they slice their way

Once more from night to day

 

That place where all hangs frozen, suspended,

All motion unstarted and yet unended

Where the stones quiver with longing before

They crumble at the shore

 

That passage, which leads through shivering waves,

Fissures, clouds, shadows, the shimmer of leaves

To the single point in which all was held

Before time began

 

In which all is promise and fulfilment still

Ever together within the unbroken shell,

So long I scarcely believed it would

Ever be found again

 

All the years spent eyes closed, reaching

For an unseen hand, a gentle teaching

That would show us all the sacredness

Of the light of the world; and here it is.

 

Lille sunrise

Lille sunrise

 

Scorcio sul Polo

Quanto tempo ho cercato il passaggio dietro

il sole di mezzanotte a quel luogo oltre il tempo

dove ridendo la vita gorgoglia dagli abissi

di fertili acque

 

Il luogo in cui il peso del cielo è dato dal bagliore

della luce sospinta dai ciottoli sul fondo

tagliando la morbida onda, esultante, luminosa

come una crocifissione

 

Dove la gente è sempre venuta a sentire il mulinare

e l’impennarsi di vento e di pioggia, a vedere il ricciolo

di luna e di coda che si aprono di nuovo una strada

di taglio dalla notte al giorno

 

Il luogo in cui tutto pende gelato, sospeso,

tutto il moto non iniziato eppure infinito

dove le pietre tremano di desiderio prima

di rotolare sulla riva

 

Quel passaggio che porta tra onde vibranti,

nubi, ombre, fessure, lo scintillio di foglie

al singolo punto in cui tutto si teneva prima

che iniziasse il tempo

 

In cui tutto è ancora promessa e compimento

anche al contempo dentro l’intatta conchiglia,

così a lungo che a stento credevo lo si potesse

mai ritrovare

 

Tutti gli anni trascorsi a occhi chiusi, proteso

verso una invisibile mano, una dottrina gentile

che ci avrebbe mostrato tutta la sacralità

della luce del mondo; ed eccola.

 

Easter '07 Jæren

Easter ’07 Jæren

 

Alithos anesti

 

From far away faint voices echo

far to the south doors burst open

light returns, he is risen, they cry

truly he is risen

 

There light glistens but here like a glassy

eye almost overwhelmed by stifling clouds

the sun peers dully forward, does not see

the carnage below

 

Here ground to the core by the unforgiving

waves grief-torn Peter lies face down in the sand

amidst the straggling remains of what once might

have been living things

 

He is risen, the voices exult, risen

but here, far to the north, fear’s rasping murmur

repeats and repeats, it is all over now

how can he rise again

 

Easter morn

Easter morn

 

Alithos anesti

 

In distanza flebili voci echeggiano

fino alle porte a Sud bruciate dal fuoco

la luce ritorna, è risorto, gridano loro

davvero è risorto

 

là le luci scintillano, qui come un occhio

vitreo quasi sopraffatto da nubi soffocanti

apatico il sole sbircia di fronte, non vede

il massacro laggiù

 

qui terra fino al nucleo dalle onde spietate lacerato

dalla rabbia Pietro giace faccia a terra nella sabbia

in mezzo ai resti sparsi di quel che un tempo

potevano essere cose viventi

 

Lui è risorto, esultano le voci, risorto, ma qui,

nel lontano Nord, il mormorio stridente di paura

ripete e ripete, adesso è tutto finito

come potrà mai risorgere di nuovo

 

Arctic cove

Arctic cove

 

Icarus

 

Cautiously this year apprehensively

We waited by the parchment water where

A solitary finger pointed at

The midpoint where the eternal rivals

Growth and decline would touch

 

In momentary balance before slipping

Back into their habitual enmity

Dogging each other’s upward and downward

Ellipses until they come together

Once more and then it fell

 

No wax-winged figure from antiquity

This, but a body transforming, blown by

Unearthly winds, passing from matter to

Another form of existence, dispersing

Into dark energy

 

Here all life hangs, disintegrating, mute

Anguish at the moment when like thistle

Haze wailing above the pale, distant shore

Clouds shroud the ever-constant sun, sliced on

A knife edge and expires

 

Ekerøy Solstice

Ekerøy Solstice

 

Icaro

 

Con apprensione quest’anno cautamente

attendemmo presso l’acqua di cartapecora

dove un dito solitario indicava il punto

centrale in cui si sarebbero toccati

gli eterni rivali crescita e declino

 

in momentaneo equilibrio prima di ricadere

nella consueta inimicizia inseguendosi

l’un l’altro in ellissi ascendenti e poi

discendenti fino a ricongiungersi

di nuovo e poi cadde

 

nessuna antica figura questa dalle ali

di cera, ma un corpo in trasformazione,

spinto da venti ultraterreni, passando

da una materia a un’altra forma d’esistenza,

disperdendosi in energia oscura,

 

qui disintegrandosi pende ogni forma di vita, muta

angoscia al momento come una foschia di cardo

ululante sopra la pallida riva lontana, l’eterna

costanza del sole da nubi velata, infranto

sulla la lama del coltello per poi spirare

 

Black & white clouds

Black & white clouds

 

We’re not done yet

 

Sitting here waiting, looking at the storm clouds

waiting for the hidden winter sun to gleam

defiantly along the gap between

curling sky and mountain crest

 

but the fissure remains stubbornly mute

its slate-sharp edges a cold smile, grimacing

in silent malevolence as they ring

the trees with sparkling menace.

 

Into the darkness, into the viscous

mist I rise, drawn by this mockery, drawn

by the temptation of oblivion

luring me, urging me on

 

down beyond the frozen shoreline, down

beyond the cold grasp of futility

to where gentle invisibility

breathes coolly on my tired cheek

 

on, on, into the welcoming, soothing deep

leaving behind all faith, all hope, all light

sink now into the soft embrace of night

release, sad, but still release

 

and then, miraculously, your voice calls,

“No, not down there. There’s nothing for you there.

Come back up here to us. Up here the air

Will clear your head for you.”

 

We’ve spent so long now, walking together

along the precipice’s edge, you and I,

trying to find the line where earth and sky

fade into each other

 

So long now it almost seems the line

is no longer there, and it would be so

easy to take that fatal step, just to let go,

and leap out into nothing

 

But always, whenever I’m at the point

of letting my feet decide you call me back

to the old resolve: we do not have the right

to abandon the fight. We’re not done yet.

 

Photog's Shadow

Photog’s Shadow

 

Non siamo ancora finiti

 

Seduto qui in attesa, guardando le nubi in tempesta

in attesa che un sole invernale rifugiato balugini

ribelle dallo squarcio che esiste tra la curva del cielo

e la cima del monte

 

ma la fessura resta ostinatamente in silenzio

i suoi spigoli d’ardesia affilati in un freddo sorriso

ghignano di muta malevolenza al cingere

sugli alberi una minaccia scintillante.

 

All’oscurità, alla nebbia vischiosa,

mi levo, indotto dallo scherno, indotto

dalla tentazione dell’oblio

che mi ammalia, mi spinge

 

oltre la battigia gelata, giù

oltre la gelida stretta della futilità

fino a un’invisibilità pietrosa

 

ancora, ancora, nell’accogliente abisso confortante

lasciando alle spalle ogni fede, ogni speranza, ogni luce

sprofonda adesso nel morbido abbraccio della notte

liberazione, triste, eppure liberazione

 

e poi, miracolosamente, grida la tua voce,

No, non laggiù. Per te non c’è nulla laggiù.

Torna quassù da noi. Quassù sarà l’aria

a farti chiarezza nella mente.

 

Abbiamo trascorso tanto tempo adesso, camminando

insieme sulla cresta del precipizio, tu e io, tentando

di trovare la linea dove terra e cielo sfumano

l’uno nell’altro

 

tanto che ormai sembra quasi che la linea

ormai non esista, e sarebbe così

facile fare il passo fatale, solo per lasciare

perdere e balzare nel nulla

 

ma ogni volta che sono sul punto

di lasciar decidere i miei piedi mi richiami

all’antica decisione: non abbiamo il diritto

di rinunciare la lotta. Non siamo ancora finiti.

 

Arctic field

Arctic field

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