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Hâfez di Shiraz

 

a cura di Carlo Saccone

 

  1. A zefiro sul prato di tulipani io andavo all’alba dicendo: / testimoni di Chi son tutti questi fiori dalla veste sanguigna?

Rispose: no Hâfez, io e te a parte non siamo di un simile Arcano / Parlaci piuttosto di vino qual rubino vermiglio o di labbra di miele!

  1. Scuole di teologi, dispute fra dotti, archi e porticati:

a che pro se il cuore non è sapiente, l’occhio non è veggente!

 

 

 

 

Note introduttive

 

Tradotto per la prima volta in una lingua europea agli inizi dell’ 800 da Joseph von Hammer Purgstall, coltissimo e curioso interprete di corte dell’ambasciata austriaca a Istanbul, il Canzoniere di Hâfez di Shiraz, il “Petrarca dei persiani” (1319-1390) , fu immediatamente letto da Goethe che ne rimase folgorato: lo definirà “il mio gemello orientale” (mein oestlicher Zwilling) e a lui dedicherà la sua ultima opera non a caso intitolata “Divano occidentale-orientale” (West-oestlicher Divan). Nel corso del secolo via via il poeta shirazeno veniva scoperto anche nel resto d’ Europa e, in Italia, da Italo Pizzi, pioniere degli studi iranistici, che gli dedica pagine appassionate nella sua monumentale Storia della poesia persiana (Torino 1884-88); a metà ‘800 la sua fama raggiunge l’America grazie a Ralph W. Emerson (Persian Poetry, 1858). Di Hâfez (nom de plume che significa “colui che sa a memoria il Corano”) sappiamo poco, in sostanza non si mosse che raramente da Shiraz, dividendosi tra raffinati ambienti cortigiani, dove aveva luogo la sua attività di poeta, precettore e probabilmente maestro di scienze coraniche, e gli ambienti dei dignitari religiosi (ulema, cadì ecc.) e delle confraternite sufi, che peraltro egli ama bacchettare senza requie.

Ma che cosa aveva folgorato gli scopritori occidentali del grande poeta di Shiraz? La poesia di Hâfez apparve al Pizzi e a von Hammer Purgstall un inno incontenibile alla gioia di vivere, al vino e al libero amore, qualcosa di vitale e trasgressivo che indubbiamente strideva con la seriosa e compassata cultura dell’Italia e della Germania all’indomani della raggiunta unità nazionale. Hâfez nella sua perorazione per il “piacere di vivere” inevitabilmente si scontra con le rigidità dell’etica islamica e degli ulema, suoi severi custodi, che non a caso sono il bersaglio polemico di molti dei suoi versi più caustici e “libertini”. Questa verve polemica, che spesso si colora di forti tinte satiriche e irriverenti insinuazioni sui vizi palesi e nascosti di dottori e asceti, costituisce uno  degli aspetti salienti della poesia hafeziana. Nell’Italia unitaria, percorsa da correnti antipapiste e impregnata di anticlericalismo, la poesia di questo persiano cantore di amori proibiti e allegre baldorie dovette apparire come una “laica” coraggiosa denuncia della cappa di ipocrisie e di conformismo, della violenza palese e nascosta che le istituzioni e i dogmi oppongono alla ricerca individuale della felicità.

In Germania vi fu persino un movimento a metà ‘800 che portò con successo nella poesia tedesca la forma del ghazal (una sorte di ode lirica, strumento prediletto da Hâfez), dando inizio a un genere che è stato coltivato fino a oggigiorno. Tra i suoi entusiasti ammiratori vi fu Friedrich Rueckert, poeta, traduttore e uno dei grandi “orientalisti” tedeschi dell’ ‘800 che dirà:

Hâfez, quando sembra che parli di Sovrasensibile / parla in verità del Sensibile.

O non è che, quando sembra parlare del Sensibile / parli in realtà di Sovrasensibile?

Il suo segreto non è al di là dei sensi / poiché invero è il suo Sensibile ch’è Sovrasensibile!

In questi pochi versi famosi si potrebbe dire è sintetizzata l’arte e il mistero della scrittura di Hâfez che, mentre canta apparentemente solo le gioie della vita, il vino e gli amori proibiti, sembra sottilmente – “cifratamente” – additare in continuazione a un Oltre, a un Sovrasensibile, che si inscrive però integralmente nella sfera dei sensi. Una delle questioni più dibattute, anzi la questione hafeziana per eccellenza, sta in effetti tutta nella interpretazione in chiave edonistico-epicurea o piuttosto simbolico-spirituale del dettato del Canzoniere. Poeta del piacere e della depravazione o poeta di sensi e significati tutti spirituali, che chiamano in causa la sensibilità (la preparazione) di chi legge? Poesia per tutti o solo per iniziati? Egli ci parla delle gioie di Bacco o non piuttosto dell’ebbrezza del mistico? L’”amico” che egli canta è interpretabile come un amore in carne e ossa o non piuttosto come un puro simbolo del divino Amato? Rueckert, come abbiamo visto, ha una risposta straordinariamente penetrante che in qualche modo elude queste domande, o forse le rende inutili. Goethe da par suo dovette intuire, pur attraverso le traduzioni, la grandezza della poesia e del messaggio di Hâfez e avvertire la sua profonda consonanza con la propria Stimmung. L’Iran ha sempre visto del resto in Hâfez un poeta dalla squisita sensibilità gnostica, non solo un virtuoso della parola ma anche e soprattutto un maestro di vita e testimone di una spiritualità inarrivabile. Tanti suoi versi sono interpretabili come pura raffinatissima “teologia in versi”.

Nel fosco panorama odierno, che spesso attraverso la lente deformante dei media ci presenta un Islam tutto appiattito sul verbo fondamentalista, Hâfez è lì a ricordarci la fioritura di un esuberante e ricco “umanesimo musulmano” in pieno medioevo, la vitalità di una poesia che ha avuto legioni di coltivatori in terre persiane o influenzate da questa cultura (aree turcofone, aree centroasiatiche e dell’India musulmana); ed è lì a dimostrarci, soprattutto, come la fede di Maometto non sia mai stata incompatibile con lo spirito irriverente e la verve satirica, e tantomeno con i valori umani e la gioia di vivere. Hâfez, che ama e conosce a memoria il Corano citandolo a piene mani nei suoi versi, ci mostra con sublime grazia come il sacro, il divino, si possano misteriosamente scoprire anche tra il piacere di una coppa e il bacio di “labbra di miele”.

 

 

Bibliografia essenziale

  • Storie letterarie e altri lavori in cui si trovano importanti contributi su Hâfez di Shiraz:
  1. Pagliaro-A.Bausani, La letteratura persiana, Sansoni-Accademia, Firenze-Milano 1968; C. Saccone, Storia tematica della letteratura persiana classica vol. I: Viaggi e visioni di re sufi profeti, Luni, Milano-Trento 1999; vol.II: Il maestro sufi e la bella cristiana. Poetica della perversione nella Persia medievale, Carocci, Roma 2005; vol. III: Il re dei belli, il re del mondo. Teologia del potere e della bellezza nella poesia persiana medievale, Aracne, Roma 2014; A. Bausani, Il pazzo sacro nell’Islam, a cura di M. Pistoso, Luni Ed., Milano-Trento 2000; J.C. Buergel, Il discorso è nave, il significato un mare. Saggi sull’amore e il viaggio nella poesia persiana medievale, a cura di C. Saccone, Carocci, Roma 2006
  • Traduzioni italiane di Hâfez di Shiraz:

Hâfez, Il libro del Coppiere, a cura di C. Saccone, Luni Ed., Milano-Trento 1998 (nuova ed. Carocci, Roma, 2003); Hâfez, Vino, efebi e apostasia, a cura di C. Saccone, Carocci, Roma 2011; Hâfez, Canzoni d’amore e di taverna, a cura di C. Saccone, Carocci, Roma 2011; Hâfez, Canzoniere, a cura di G. M. D’Erme, 3 voll., Università di Napoli “L’Orientale”, Napoli 2004-08

 

 

 

POESIE

 

1.Non un sorso di liquore bevemmo dal suo labbro, e se n’andò!

a malapena scorgemmo la luna piena del suo volto, e se n’andò!

Diresti che dalla nostra amicizia era ormai davvero angustiato:

fece i bagagli che ancora non s’era a lui giunti, e se n’andò!

Oh, quante volte leggemmo la sura ch’è prima e la santa preghiera

e sospirammo alla sura dinnanzi della Sincerità: se n’andò!

Ci fece moine per dire: a quanto bramate io non mi sottraggo

s’è visto come noi alle moine cedemmo, ma lui se n’andò!

La testa dagli ordini miei -disse- non stornare, o me ne vado

noi non staccammo la testa dalla sua barba, e lui se n’andò!

Presero a incedere sul prato e grazia e bellezza [di primavera]

noi no, non potemmo incedere nel giardino dell’Unione: se n’andò!

Come Hâfez, l’intera notte noi stemmo a gemere e piangere

ahinoi, a salutarlo neppure giungemmo: se n’andò! (gh.72)

 

 

 

 

3. O zefiro, riporta a noi un aroma dalla terra della via dell’amico

allontana l’ansia del mio cuore e del suo padrone Novelle riporta!

Un dettaglio spiegaci della bocca dell’amico, che nutra lo spirito

una lettera di buone Nuove dal mondo degli Arcani a noi porta!

E per profumare con la grazia del tuo soffio le mie nari

un aroma dagli aliti del respiro dell’amico qui riporta!

In nome della tua fedeltà! la terra della via dell’amico diletto

mondata d’ogni polvere da estranei sollevata, a noi riporta!

Polvere dal vicolo dell’amico (possa accecare l’occhio al guardiano!)

orsù, per donare sollievo a quest’occhio che sanguina ora riporta!

Acerbità o semplice cuore costume non sono di chi l’anima si gioca

da quel brigante ladro di cuori una sola Novella a noi su, riporta! (gh. 142)

 

 

 

 

4. All’alba mi recai nel verziere per cogliere una rosa

mi giunse d’un tratto all’orecchio la voce di un trepido usignuolo

Come me disgraziato, finito nei lacci d’amore per una rosa

sul prato andava lanciando disperati gorgheggi

Infine nel mio cuore ebbe effetto la voce dell’usignuolo

mi feci vagabondo come se più nulla sopportare potessi

E camminavo sull’erba del verziere, respiro dopo respiro

e intanto sulla rosa andavo pensando e su quell’usignuolo

La rosa è amica di Bellezza, l’usignuolo intimo d’Amore

all’uno puoi attribuire virtù, all’altra mutevolezza

Quanti sono i fiori che sbocciano in questo verziere! eppure

nessuno può coglierne una rosa senza provare dolore di spine (gh. 69)

 

 

 

 

 

5a Il rosaio sboccia della Gioia, il coppiere volto-di-rosa dov’è?

spira il vento di primavera, ma quel vino sì amabile dov’è?

Al convegno dell’amorosa Gioia manca l’aroma dello Scopo raggiunto

o brezza dell’alba dai teneri soffi, l’aroma dei suoi riccioli dov’è?

Ogni rosa novella ci ricorda invero di un volto di rosa, eppure

L’orecchio che ode il discorso, l’occhio che coglie l’esempio, dov’è? (gh.43)

 

 

 

 

 

5b Chiunque sia che si penta del vino nella stagione della rosa

quando mai il Perdonatore dei peccati gradirà il suo pentimento?

Pentirsi del vino nel tempo della rosa, no, non è ragionevole

o coppiere, portami il vino alla faccia di quelli che si pentono

 

Ho smesso ormai di dipendere da tutti i piaceri, salvo

che da una coppa di limpido vino e da un volto grazioso! (framm.8)

 

 

 

 

6. Nel vicolo della taverna, mio Dio, quale tumulto all’alba

che tramestio di efebi e di coppieri, di fiamme e di candele

La parabola d’Amore che a suoni e lettere non mai è soggetta

attraverso il lamento di flauti e tamburi gemeva e prorompeva

Gli argomenti che correvano in quell’assemblea di autentici folli

ben oltre le quisquilie andavano di scuole e congreghe di teologi

Il mio cuore era grato agli sguardi del Coppiere… (gh.162)

 

 

 

7. Iersera andai alla porta della taverna, ancor sporco di sonno

la veste insudiciata e il tappeto-da-preghiera immondo

Mi venne incontro lamentoso un giovane mago, mercante di vino

dicendo: ridèstati o tu, pellegrino, ancor di sonno immondo

Prima di tutto purificati, e poi soltanto entrerai nella taverna

affinché non diventi il nostro convento del marcio tuo immondo (gh.103)

 

 

 

 

 

9. Compendio di Grazia e Bellezza è quella sua guancia simile a luna

ma amore o fedeltà colà non si vede: daglieli tu, o Signore!

Un idolo ho io quattordicenne, bello e dolcissimo

al cui orecchio la luna medesima s’appende con l’anima!

Il mio rubacuori è fanciullo leggiadro, ma un giorno per gioco

me disgraziato ucciderà, né il suo delitto lo prevede la legge!

Meglio per me è che il mio cuore da lui ben tenga discosto

il bene e il male lui non distingue, né saprebbe mai custodirlo

Dolce aroma di latte da quelle labbra di zucchero fluisce

eppur dagli sguardi dei neri suoi occhi gocciola il sangue!

Il nostro cuore, o Signore, inseguendo quella rosa novella

dove mai s’è cacciato? da tempo ormai qui più non è dato vederlo! (gh.96)

 

 

 

 

 

10. Se di spada m’uccide, non fermerò la sua mano

se di freccia mi trapassa, accetterò questo dono

All’arco di codesto sopracciglio dì pure: scaglia la freccia

ché lieto io muoia dinanzi alla tua mano e al tuo braccio!

Sorgi, o sole dell’alba di Speranza, prigioniero

son caduto in mano alla notte del Distacco

Quell’uccello sono io che dalla sera all’alba

invia il suo canto oltre il tetto dell’Empireo! (gh.30)

 

 

 

 

 

 

11. Vieni! Su quella guancia io colgo gli effluvii dell’anima

ho trovato un segnale del cuore là, su quella guancia

Quel che viene di arcani d’urì quaggiù divulgato

di tanta grazia e beltà, spiegazione chiedete alla guancia!

Al suo cospetto sprofonda l’altero cipresso nel fango

si confonde nel verziere la rosa per quella sua guancia!

A quelle membra dinnanzi, vergogna prova il giacinto,

il cuore dell’arghavân nel sangue s’affoga per quella sua guancia

A quei riccioli rubò il muschio di Cina l’aroma di muschio

effluvii celesti ebbe l’acqua di rose da quella sua guancia

Il sole affonda in sudore per amor del tuo volto

la luna in cielo è sottile per quella tua guancia

Goccia dai dolci versi di Hâfez un’acqua di vita

come il sudore che stilla, o caro, da quella tua guancia! (gh.2)

 

 

 

 

 

 

12. Oh, qual figura tu sei, da capo a piedi puro spirito

e quale volto, per cui a nessun uomo davvero somigli!

No, ma quale volto: tu sei rosa del giardino del paradiso

no, ma quale figura: tu sei snello cipresso del verziere di Rezvân

Mille storie udii, mio diletto, intorno alla tua beltà

ma ora che ti vedo, in verità sei mille volte altrettanto!

Come gli occhi tuoi il mio corpo ha i segni del morbo

come i tuoi riccioli il cuore mio è scompigliato!

Dalla polvere dei cari tuoi piedi io via non girerò la faccia

pur se tu colla mano del Distacco mi facessi girare la testa!

Dalla tua Ricerca mai desisterò, pur se ad ogni respiro

mi affogassi tra il sangue del cuore e l’acqua degli occhi! (gh.21)

 

 

 

 

 

 

13. Nessuno ha mai visto il tuo volto, eppure tu hai mille guardiani

sei ancora nel bocciolo,e già cento usignuoli ti stanno d’intorno

S’io sono venuto fin qui al tuo vicolo, non è cosa strana

come me già vivono in questi paraggi mille e mille straniati

Per quanto lontano tu sia (oh, nessuno ti resti lontano!)

m’è sempre dappresso la speranza ch’io ottenga l’Unione

Nell’amare conventi o taverne gran differenza non v’è

ovunque giunga il suo raggio, là, il volto dell’amico risplende

Sì, anche là ove il rito solenne si celebra dei monasteri

ov’è la campana dei cristiani conventi e il nome della croce!

Chi mai amante si fece, e non guardò l’amato alla sua condizione?

ehi tu, Dolore in te non vedo, ché se fosse, vedrei pure il medico!

Le grida di Hâfez, tutte quante, non sono invano di certo:

strana sì, è la mia storia, meravigliosa questa vicenda! (gh.53)

 

 

 

 

 

 

14. Arruffato sudato irridente ubbriaco

svestito: cantando e reggendo una coppa

con occhi malefici e labbra beffarde

iersera a mezzanotte al guanciale s’assise

la testa portando al mio orecchio con voce suadente

mi disse: o antico mio amante, tu dormi!

L’amante cui donino un simile vino che ruba la notte

infedele è d’Amore se del vino adorator non diviene

Vattene, o asceta, e non criticare chi liba con feccia

ché sol questo nel Giorno Primevo ci fu dato in sorte!

Quel che Lui ci versò nella coppa e nient’altro bevemmo

fosse pure il vino del paradiso o il vino degli ebbri

Il riso del calice di vino, il ciuffo imbrogliato d’un bello:

come quelli di Hâfez, o zefiro, quanti virtuosi propositi infransero! (gh.169)

 

 

 

 

 

 

15. Via mi portò e pace e pazienza e intelletto

quell’idolo dal cuore petroso e l’orecchio argentato

Bellezza astuta egli è, brigante con signorile cappello

nemico dal volto di luna, turco vestito da galantuomo!

Per le vampe di fuoco della passione di lui

io al modo d’una pentola sul fuoco ribollo

Potranno un giorno le mie ossa anche imputridire

ma il suo amore no, non verrà da quest’anima obliato!

Oh, cuore e fede, fede e cuore, m’hanno rubato

quel petto e quelle sue spalle, sì, petto e spalle sue!

La tua medicina, o Hâfez, la tua vera medicina

è il dolce labbro di lui, oh sì, il suo dolce labbro! (gh.49)

 

 

 

 

 

 

16. Iersera tra fiumi di lacrime sbarravo al sonno la strada

ricordando i tratti suoi belli un’immagine nell’acqua disegnavo

Sino all’alba l’immagine d’un fantasma del tuo volto

nell’officina degli occhi miei insonni abbozzavo

Il volto amato sì, tutto si offriva al mio sguardo e io

di lontano un bacio al volto della luna rilucente mandavo

Gli occhi al volto del coppiere, l’orecchio alla voce del liuto:

un presagio dall’occhio e dall’orecchio così mi formavo

Col sopracciglio dell’amico nello sguardo, col saio bruciato

una coppa di vino al ricordo della nicchia del mihrab tracannavo

Ogni pensiero che come uccello volava dal ramo della Gioia

io col “plettro” dei tuoi riccioli belli dolcemente toccavo!

Il coppiere all’udire il mio ghazal alzava una coppa

poi tutto lo ridisse mentre io con vino sì puro libavo

Quell’ora fu dolce davvero, o Hâfez, e favorevoli auspici

su nome e vita e fortuna degli amici pronunziavo! (gh.39)

 

 

 

 

 

 

17. Si sciolse quest’anima perché il cuore allo scopo giungesse: ma niente

sino in fondo ardemmo in questo desiderio sì acerbo: ma niente

Ahimé, alla ricerca affannosa del registro del tesoro agognato

un mondo rovinò ai miei occhi per la passione sì piena: ma niente

Me poveretto, che cercando il tesoro della presenza di lui

a lungo andai mendicando presso i più nobili: ma niente

Con dentro la voglia di baciare nell’ebbrezza il rubeo suo labbro

ah, quanto sangue non scorse dalla “coppa” del cuore: ma niente!

Lui ci annunciò: sì, venire io voglio tra voi libertini

allora corse pel mondo la mia fama di ebbro e libertino: ma niente

Per burla mi disse: sarò una notte per te il re del festino!

allora mi feci nelle veglie il suo servo più umile: ma niente!

… …

Mille e più trucchi Hâfez s’inventò rimuginando ognora

dalla voglia che aveva di farsi amico quel bello: ma niente! (gh. 37)

 

 

 

 

 

 

20. Re di quelli qual bosso graziosi, re di quelli con labbra di miele

con le ciglia il cuore lui schianta di ogni schiantatore d’eserciti

Passò dunque ubriaco e uno sguardo lanciò su di me poveretto… (gh. 125)

 

 

… Allora il mio bello, mercante di vino, una moina mi fece

con cui subito al sicuro io fui dagli inganni del mondo… (gh.74)

 

 

Ti supplico, lanciami uno sguardo: a me innamorato

più nulla riesce, senza l’aiuto sollecito della tua grazia (gh.97)

 

 

Il mondo, di subbugli e malefatte d’Amore, non aveva notizia

i tuoi sguardi di mago nel mondo eccitarono ovunque rivolta! (gh. 105)

 

 

 

 

 

 

21. Amore e giovinezza e vino qual rubino vermiglio

Incontri segreti e teneri amici e bevute eterne

Un coppiere dalla bocca dolcissima, un menestrello facondo… (gh. 172)

 

 

Sono amante impudico, occhieggiante: a tutti lo dico

In giro si sappia che d’arti siffatte sì, io, vado ornato! (gh.77)

 

 

 

Ah, le bocche dolci che mai una sola promessa mantengono!

no, l’anima non salvano i veggenti dalle insidie d’Amore (quartina 13).

 

 

 

Chi può trarre vantaggi dell’unione dall’Amore di un re

che all’amore gioca con se stesso, al modo di un abile mago?

Amico, menestrello e coppiere: ma tutti non sono che lui:

fantasie di acqua e d’argilla… (gh. 74)

 

 

 

 

22. In principio soffiò l’epifania d’un raggio tuo leggiadro

così comparve Amore e al mondo intero allor s’apprese!

La dote sua mostrò, la vide l’angelo, ma non la resse

fuoco divenne Amor per ciò furioso e l’uomo tutto prese

Pretese Ragione da tanto bagliore d’accender, lei, una luce

balenò allora il lampo di Gelosia e al mondo attonito s’apprese

Qualcuno allora s’intromise nel teatro di tanto Arcano:

calò la mano dell’Invisibile e il petto della spia sorprese

I dadi della sorte lanciarono gli altri un dì sul Piacere

il cuore nostro, solo, in pena a scommetter sul Dolore imprese! (gh. 14)

 

 

 

 

 

 

23. Per Dio, lascia perdere quelli che indossano la tonaca

ma il volto non stornare da noi libertini di tutto già spogli!

O tu che natura sei graziosa, di certo non tolleri

le lagne di quella congrega che la tonaca ostenta

In quelle tonache, oh, quanta sozzura si nasconde

abito migliore è quello dei mercanti di vino!

In quei falsi asceti io non vidi Dolore sincero

ma limpida è la Gioia di quelli che si bevono feccia!

Poiché ebbro m’hai reso, ora a me non nasconderti

dopo dolce bevanda, non porgermi adesso veleno amaro!

O tu, qui rifugiati, e guarda – per l’inganno degli ipocriti –

la coppa del cuore di sangue ricolma e il liuto piangente!

Ma guàrdati dalle vampe del cuore di Hâfez:

un petto possiede ch’è simile a pentola bollente! (gh. 71)

 

 

 

 

 

 

 

24. Gioia incessante ho dal labbro dell’amico

sia lode a Dio: lo scopo ho raggiunto!

O Fortuna mia ribelle, su stringilo forte al tuo petto, e poi

ora un calice di vino afferra, ora i bramati riccioli!

Subdolamente a noi favole belle raccontarono

quei maestri ignoranti, quelle guide smarrite

Oh sì, ci pentimmo di ascoltare i sermoni degli asceti

e dalle pratiche degli eremiti, ci guardi Iddio! (gh. 44)

 

 

 

 

 

 

25. La favola delle genti son io, pel gioco d’Amore

io che terso ho lo sguardo pur quando traviso

Il Vino adorando vi sbattei la mia immagine

per demolire il culto di questa mia faccia

Orsù, da questa assemblea alla Taverna volgiamo!

non c’è prescritto ascoltare degli inetti la predica

Noi teniam fede e sol biasimo abbiamo, pur eccoci lieti:

chi tiene il cruccio nel nostro decalogo è un empio!

Al Vecchio io chiesi di questa Taverna: “Come salvarci?”

Una coppa di Vino pretese e poi disse: “Il Segreto mantieni!”

Quale lo Scopo del cuore che rimira il giardino del mondo?

Spiccar del tuo volto la rosa, con l’agili mani di questa pupilla!

Nella pietà io confido d’un solo tuo ricciolo

(ché, se a lui non piacessi, a che vale il mio affanno?)

Conosci l’amore dal tratto d’amico che ha vago sembiante

ché intorno alle gote dei belli è pur dolce indugiare!

O Hâfez, coppe di Vino tu bacia e labbra di Coppiere

ché vile peccato è la mano baciare ai bigotti! (gh. 3)

 

 

 

 

 

Nota

I testi sopra riportatati sono presi da Hâfez, Il libro del Coppiere, a cura di C. Saccone, Luni, Milano-Trento 1998 (nuova ed. Carocci, Roma 2003). La sigla gh. sta per ghazal, ed è seguita dal numero d’ordine in cui compare in questa edizione italiana.

 

 

 

 

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