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Hone Tuwhare, Small Holes in the Silence/Piccoli fori nel silenzio

Traduzione di Chiara De Luca

Photos by courtesy of The Hone Tuwhare Charitable Thrust

Hone Tuwhare è il poeta della gente. È stato amato e benvoluto da cittadini neo zelandesi di ogni estrazione sociale e gruppo etnico e religioso. Viaggiando incessantemente, Hone condivideva il suo talento e ispirava il suo pubblico in ogni angolo del paese, dalle scuole primarie e secondarie alle università, dalle fabbriche alle gallerie d’arte, alle prigioni. Durante i suoi viaggi, Hone incoraggiava gli altri a scrivere, a esprimersi, a creare e a celebrare la vita.

Nato nel 1922 nel piccolo insediamento di Kokewai, a sud di Kaikohe, Hone trascorse gran parte della sua infanzia a Auckland, con il padre Ben, a seguito della morte della madre Mihipaea quando aveva soltanto cinque anni.

Hone divenne un calderaio qualificato e, grazie alla sua attività, entrò a far parte del movimento sindacale e del Partito Comunista. Continuò ad avere a cuore i diritti umani per il resto della sua vita. Fu particolarmente attivo negli anni Settanta, quando, tra le altre cose, fu tra gli organizzatori del primo hui (assemblea) degli artisti e scrittori māori a Te Kaha e prese parte alla Māori Land March nel 1975.

Nonostante fosse troppo giovane per combattere in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale, Hone prestò servizio in Giappone  nella forza di occupazione del dopoguerra. Un anno dopo il suo ritorno, nel 1948, sposò Jean Agnes McCormack. Dopo aver vissuto a Wellington, dove era nato il loro primo figlio, Rewi, la famiglia si trasferì a Mangakino e in seguito a Te Mahoe, nel centro dell’Islanda del Nord, dove Hone lavorò nelle centrali idroelettriche e dove nacquero i gemelli Andrew e Robert.

Un trasferimento a Beach Haven sulla riva settentrionale di Auckland nel 1963, con la pubblicazione della sua prima raccolta poetica, No Ordinary Sun, l’anno successivo, cambiò la vita di Hone. No Ordinary Sun riscosse un grande successo e fece di Hone una presenza unica e significativa sulla scena letteraria neo zelandese. Nei successivi quarant’anni, pubblicò altre 12 raccolte poetiche, alcuni racconti e pezzi teatrali e s’immerse nella scrittura, viaggiando e leggendo le sue poesie in Nuova Zelanda e all’estero. Ha ricevuto numerosi fellowship e riconoscimenti e ha vinto due volte il Montana NZ Poetry Award. Hone è stato Poeta Laureato di Te Mata Poet nel 1999 e ha ricevuto due dottorati ad honorem in letteratura. Nel 2003 è stato annoverato tra i dieci più grandi artisti viventi neo zelandesi.

Dal 1992, Hone cercava un posto tranquillo per vivere e scrivere per il resto della sua vita e acquistò una modesta casetta a ridosso del mare a Kaka Point sulla costa meridionale di Otago. Era una figura pittoresca e amatissima nella comunità e continuò a scrivere e a viaggiare per le sue performance, pubblicando le sue ultime quattro raccolte di poesia. Negli ultimi anni, fu assistito dagli amici Norman e Glennis Woods.

Hone morì a Dunedin, il 16 gennaio del 2008.

 

Tuwhare scrive della sua vita. Immortala la gente che incontra, conosce e ama, il loro andare e venire e passare; registra i piccoli eventi dei suoi giorni e le grandi occasioni dei suoi tempi; descrive la terra e le sue creature e stagioni; osserva gli effetti degli anni e mette in parole i suoi sentimenti: generati da amore e perdita, fede, spiritualità, giustizia e ingiustizia. È un cantastorie che trae ispirazione da qualunque posto in cui si trovi e da chiunque sia con lui, assorbendone e riflettendone tessitura, colore, sfumatura, striature di luce e di buio. Come Maui, si gode una bella battuta, e la gioia e la commedia della vita sono sempre presenti.

Janet Hunt – Hone Tuwhare, A Biography [Hone Tuwhare, una biografia]

1964: No Ordinary Sun 
La prima raccolta poetica edita di Hone ricevette un ampio riconoscimento e fu ristampata dodici volte nei successivi quarant’anni, restando una delle raccolte poetiche individuali più lette nella storia della Nuova Zelanda; 1969 e 1974: riceve la prestigiosa Robert Burns fellowship; 1970: Come Rain Hail;
 1972: Sapwood and Milk;
1974: Something Nothing; 
1978: Making a Fist of It; 
1980: Selected Poems; 
1982: Year of the Dog: Poems New and Selected; In the Wildness Without a Hat (On IIkla Moor ba’t ’at) – Pezzo teatrale scritto da Tuwhare e diretto da Don Selwyn;
 1983: Riceve la Hocken Library Research Fellowship;
 1985: Was wirlicher ist als Sterben, una dodici pagine in formato lenzuolo di 31 poesie con la traduzione in tedesco;
 1987: Mihi: Collected Poems;
 1992: Short Back and Sideways, Poems and Prose; scritto durante la sua fellowship in letteratura presso l’Università di Auckland; riceve una borsa di studio in lettere dal Queen Elizabeth II Arts Council of New Zealand; Deep River Talk: Collected Poems;
 1997: Shape-Shifter (vincitore del Montana NZ Book Awards per la Poesia nel 1998);
 1998: Riceve un Dottorato ad honorem in Letteratura dall’Università di Otago; 1999: Nominato Te Mata Poet Laureate;
 2001: Piggy Back Moon (vincitore del Montana NZ Book Awards per la Poesia nel 2002);
 2003: Nominato Icon Artist dallaNamed as an Arts Foundation of New Zealand, ha ricevuto dal primo ministro il premio inaugurale ai meriti letterari;
 2005: Hone pubblica il suo ultimo libro, Oooooo.…!!!; Riceve un Dottorato ad honorem in Letteratura dall’Università di Auckland.

Hone Tuwhare: A Biography di Janet Hunt fu pubblicato nel 1998, nel maggio del 2005 il CD con una selezione di poesie di Hone, musicate da alcuni dei più importanti musicisti di Aotearoa; sempre nel 2005 esce
Hone Tuwhare – The Return Home, DVD a cura di Michele McGregor.

Nel 2011 viene pubblicato Small Holes in the Silence. Collected Works, un libro prezioso anche per cura e fattura, corredato di foto e testimonianze, che riunisce tutto il meglio della produzione poetica di questo indimenticabile poeta che tanto ha dato alla gente con le sue parole, il suo essere e la sua presenza.

Roads

I turn away from roads,
sign-posted hot macadams:
roads on smooth roads curving
looping under, up and yonder
going leading nowhere.

I dream of roads
but seek instead a tumble
stumble-footed course I know
will earn me sad wounds
cutting deep to bone.

I have learned to love
too much perhaps
rough tracks hard of going
poorly lit by stars.

Night-long voyagings
have found no easy path
to the silent gate
that is the dawn —
that truth beyond
that is the banished city.

Hearing only the night-birds
booming ancient blasphemies :
moon-dark ease reflection
in the knocking stones
the river chortling.

 

 

 

Nocturne

And if the earth should tremble
to the sea’s unfathomed rage
it is because the sun has fled
uncupping the stone nipples
of the land.

The moon has torn
from the pulsing arm of the sea
a tawdry bracelet … and I
alone am left
with the abandoned earth
and the night-sea sobbing.

My heart shall limping come
to police the night
so that no surly light
shall flare
nor sad spring blood forth
a despond moon
to limn the swollen night
in anguish.

 

 

 

Friend

Do you remember
that wild stretch of land
with the lone tree guarding the point
from the sharp-tongued sea?

The fort we built out of branches
wrenched from the tree, is dead wood now.
The air that was thick with the whirr of
toetoe spears succumbs at last to the
grey gull’s wheel.

Oyster-studded roots
of the mangrove yield no finer feast
of silver-bellied eels, and sea snails
cooked in a rusty can.

Allow me
to mend the broken ends
of shared days :
but I wanted to say
that the tree we climbed
that gave food and drink
to youthful dreams, is no more.
Pursed to the lips her fine-edged
leaves made whistle—now stamp
no silken tracery on the cracked
clay floor.

Friend,
in this drear
dreamless time I clasp
your hand if only to reassure
that all our jewelled fantasies were
real and wore splendid rags.

Perhaps the tree
will strike fresh roots again :
give soothing shade to a hurt and
troubled world.

 

 

 

No Ordinary Sun

Tree let your arms fall :
raise them not sharply in supplication
to the bright enhaloed cloud.
Let your arms lack toughness and
resilience for this is no mere axe
to blunt, nor fire to smother.

Your sap shall not rise again
to the moon’s pull.
No more incline a deferential head
to the wind’s talk, or stir
to the tickle of coursing rain.

Your former shagginess shall not be
wreathed with the delightful flight
of birds nor shield
nor cool the ardour of unheeding
lovers from the monstrous sun.

Tree let your naked arms fall
nor extend vain entreaties to the radiant ball.
This is no gallant monsoon’s flash,
no dashing trade wind’s blast.
The fading green of your magic
emanations shall not make pure again
these polluted skies… for this
is no ordinary sun.

O tree
in the shadowless mountains
the white plains and
the drab sea floor
your end at last is written.

From No Ordinary Sun, 1964

 

 

 

Rain

I can hear you
making small holes
in the silence
rain

If I were deaf
the pores of my skin
would open to you
and shut

And I
should know you
by the lick of you
if I were blind

the something
special smell of you
when the sun cakes
the ground

the steady
drum-roll sound
you make
when the wind drops

But if I
should not hear
smell or feel or see
you

you would still
define me
disperse me
wash over me
rain

 

 

 

Hotere

When you offer only three
vertical lines precisely drawn
and set into a dark pool of lacquer
it is a visual kind of starvation:

and even though my eye-balls
roll up and over to peer inside
myself, when I reach the beginning
of your eternity I say instead: hell
let’s have another feed of mussels

Like, I have to think about it, man

 When you stack horizontal lines
into vertical columns which appear
to advance, recede, shimmer and wave
like exploding packs of cards
I merely grunt and say: well, if it
is not a famine, it’s a feast

I have to roll another smoke, man

But when you score a superb orange
circle on a purple thought-base
I shake my head and say: hell, what
is this thing, called love

Like, I’m euchred man. I’m eclipsed?

 

 

 

City

I walked the City last night
stopping to take everything in:
walking on again in the rain

In the rain in sandals
wet feet slip-slopping: I didn’t mind
barely hearing the whine and throb
of trolley-bus

wriggling my squeegee toes to gawp
at the mill and swirl of people
multi-coloured and lit up like birthday
candles

And the city seemed
the same lovely woman I used to know
grown somewhat more ample more assured
with new baubles on display

So this is you I said embracing her: you
are wearing well
You don’t look too bad yourself she said:
how about some jazz?
I’ll have some of that I said

Come then: in this cellar the music
is clipped and punctual
warm and pulsing underneath she said
clicking her fingers

And my feet slip-slopped as I walked the
City last night with the rain on my rain-coat
tapping

From Come Rain Hail, 1970

 

 

 

To a Ma-ori figure cast in bronze outside
the Chief Post Office, Auckland

I hate being stuck up here, glaciated, hard all over
and with my guts removed: my old lady is not going
to like it

I’ve seen more efficient scare-crows in seed-bed
nurseries. Hell, I can’t even shoo the pigeons off

Me: all hollow inside with longing for the marae on
the cliff at Kohimarama, where you can watch the ships
come in curling their white moustaches

Why didn’t they stick me next to Mickey Savage?
‘Now then,’ he was a good bloke
Maybe it was a Tory City Council that put me here

They never consulted me about naming the square
It’s a wonder they never called it: Hori-in-the-gorge-atbottom-
of-hill. Because it is like that: a gorge,
with the sun blocked out, the wind whistling around
your balls (your balls mate) And at night, how I
feel for the beatle-girls with their long-haired
boy-friends licking their frozen finger-chippy lips
hopefully. And me again beetling

my tent eye-brows forever, like a brass monkey with
real worries: I mean, how the hell can you welcome
the Overseas Dollar, if you can’t open your mouth
to poke your tongue out, eh?

If I could only move from this bloody pedestal I’d
show the long-hairs how to knock out a tune on the
souped-up guitar, my mere quivering, my taiaha held
at the high port. And I’d fix the ripe kotiros too
with their mini-piupiu-ed bums twinkling: yeah!

Somebody give me a drink: I can’t stand it

From Sap-Wood & Milk, 1972

Strade

Abbandono le strade,
d’asfalto bollente e segnaletica:
strade su strade lisce che si curvano
affossano abbassano crescono
vanno senza portarti in nessun posto.

Sogno strade
ma cerco invece un corso
dal fondo dissestato lo so
che mi procurerà tristi ferite
profonde fino all’osso.

Ho imparato ad amare
forse fin troppo
piste irregolari e impervie
in un riverbero di stelle.

Notti di vagabondaggi
su sentieri impervi
verso il muto cancello
che è l’alba –
la verità oltre
che è la città bandita.

Sentii solo uccelli notturni
tuonare antiche bestemmie:
conforto nero di luna riflesso
nelle pietre che cozzano
mentre il fiume ridacchia.

 

 

 

Notturno

E se il mondo dovesse tremare
alla furia insondabile del mare
è perché il sole è fuggito
scoprendo i capezzoli petrosi
della terra.

La luna ha strappato
dal braccio pulsante del mare
un bracciale da poco… e solo
io sono rimasto
con la terra abbandonata
e i singhiozzi del mare di notte.

Zoppicando il mio cuore verrà
a pattugliare la notte
impedendo che rude
arda la luce oppure
che una luna scoraggiata
zampilli ancora tristemente sangue
per contornare la turgida notte
d’angoscia.

 

 

 

Amico

Ricordi
quella striscia di terra selvaggia
con l’albero solitario a difendere la punta
dalla lingua affilata del mare?

Il fortino che costruimmo con i rami
strappati all’albero è ormai legno morto.
L’aria che era densa del sibilo
di lance di toetoe soccombe infine
al volteggiare del gabbiano grigio.

Le radici gremite di ostriche
della mangrovia non offrono più il bel banchetto
di anguille dal ventre argenteo, e lumache di mare
cotte in un bidone arrugginito.

Permettimi
di riparare i frantumi
dei giorni condivisi:
ma volevo dire
che l’albero che scalavamo
che nutrì e dissetò
i sogni di gioventù, non c’è più.
Premute contro le labbra le foglie
dall’orlo sottile emettevano un sibilo
adesso non lasciano più scie argentate
sul fondo d’argilla spaccato.

Amico,
in questo desolato
tempo privo di sogni ti stringo
la mano fosse solo per rassicurarti
che tutte le nostre fantasie tempestate di pietre
preziose erano reali e vestite di splendidi stracci.

Forse l’albero
rimetterà radici fresche:
donerà la sua ombra a lenire la ferita
di questo mondo tormentato.

 

 

 

Non un sole comune

Albero lascia cadere le braccia:
non levarle di getto a supplicare
la nube incoronata di luce.
Che si vuotino d’ogni resistenza
ed elasticità che non c’è più ascia
da smussare, né fuoco da soffocare.

La tua linfa non risalirà mai più?
attratta dalla luna?
Non chinerai più la testa deferente
ai discorsi del vento, né ti muoverai
al solletico della pioggia che scorre.

La tua chioma incolta non sarà
avviluppata più nel delizioso volo
degli uccelli, né riparerà
o rinfrescherà dal mostruoso sole
l’ardore degli amanti disattenti.

Albero, lascia cadere le tue braccia nude
non prolungare vane suppliche alla fulgida sfera.
Questo non è il lampo ardito del monsone,
né la raffica intrepida degli alisei.
Il verde morente delle tue magiche
emanazioni non renderà purezza
a questi cieli inquinati… perché
questo non è un sole comune.

O albero
sulle montagne senz’ombra
le bianche pianure e
il grigio fondale del mare
in ultimo è scritta la tua fine.

Da Non un sole comune, 1964

 

 

 

Pioggia

Ti sento
fare piccoli fori
nel silenzio
pioggia

Se fossi sordo
i pori della mia pelle
si aprirebbero a te
e si chiuderebbero

E io
ti riconoscerei
dal tuo lambirmi
se fossi cieco

quel peculiare
odore di te
quando il sole cuoce
la terra

il tenace
tamburellare
che produci
quando cala il vento

Ma se io
non ti sentissi
né odorassi né
vedessi

tu comunque
mi definiresti
disperderesti
dilaveresti
pioggia

 

 

 

Hotere[1]

Quando offri soltanto tre linee
verticali tracciate con precisione
e immerse in una nera pozza di smalto
è come una sorta d’inedia visiva:

e anche se i miei bulbi oculari
roteano su e giù per sbirciare dentro
me stesso, quando raggiungo il principio
della tua eternità invece dico: maledizione,
facciamoci un’altra mangiata di cozze

Bene, devo pensarci un po’ su, amico

Quando assembli linee orizzontali
in colonne verticali che sembrano
avanzare, recedere, brillare e ondeggiare
come mazzi di carte che esplodono
brontolo solo e dico: bene, se questa
non è carestia è un banchetto

Mi devo rollare un’altra paglia, amico

Ma quando segni un superbo cerchio
arancio sulla base porporina del pensiero
scuoto la testa e dico: diavolo, cos’è
questa cosa, che chiamano amore

Bene, sono fottuto amico. Eclissato?

 

 

 

Prodiga City

Ho vagato per la City l’altra notte
fermandomi per inspirare ogni cosa:
camminare ancora sotto la pioggia

sotto la pioggia nei sandali
i piedi umidi sguazzavano: non m’importava
sentivo appena il fremito e il gemito
dei filobus

contorcendo i piedi pinnati per fissare
instupidito il mulinante vortice di gente
variopinta e accesa come candele
di compleanno

E la città sembrava
la stessa bella donna che avevo conosciuto
divenuta in qualche modo più grande più impudente
con nuovi fronzoli in mostra

Così sei tu le dissi abbracciandola: tu sì
che te li porti bene
Non sei malaccio neanche tu mi disse:
che ne dici di un po’ di jazz?
Non mi dispiacerebbe dissi

Allora vieni: in questa cantina la musica
precisa spacca il minuto
calda e pulsante là sotto mi disse
schioccando le dita

E i miei piedi sguazzavano mentre camminavo nella
City l’altra notte con la pioggia che mi picchiettava
sull’impermeabile

Da Vieni pioggia di grandine, 1970

 

 

 

A una figura ma-ori in bronzo fuori
dall’ufficio della Posta Centrale, Auckland

Detesto starmene bloccato qui, congelato, tutto indurito
privato delle budella, alla mia vecchia moglie
non piacerà

Ho visto spaventapasseri più efficienti nei semenzai.
Cazzo, non riesco a sloggiare neppure i piccioni

Io: tutto cavo dentro che mi struggo per il marae1[2] sulla
scogliera di Kohimarama, dove puoi guardare le navi
arrivare curvando i bianchi mustacchi

Perché non mi hanno piantato vicino a Mickey Savage?
“Senti un po’ ”, lui era un bel tipo
Forse è stato un Tory City Council a mettermi qui

Non mi hanno mai consultato sul nome da dare alla piazza
è un miracolo che non l’abbiano chiamata: Hori-nella-gola-ai-piedi
della-Collina. Perché è proprio così: una gola,
che blocca fuori il sole, col vento che ti soffia attorno
alle palle (le tue palle amico) e di notte, come
mi mancano le fan dei beatles con gli amici dai capelli
lunghi che leccano loro le gelide labbra patatinose
speranzosi. E io che nuovamente sporgo

le sopracciglia tese, come una scimmia d’ottone con reali
preoccupazioni: tipo, come cazzo fai a salutare
il Dollaro Estero, se non puoi aprire la bocca
per cacciar fuori la lingua, eh?

Se solo potessi lasciare questo schifo di piedistallo mostrerei
ai capelloni come cavar fuori un motivo dalla chitarra
truccata, sventolando la mere, puntando la taiaha2[3]
a due mani. E sistemerei anche le kotiros[4] in fiore
con quei loro sederini ammiccanti in mini piupiu[5]: sì!

Qualcuno mi paghi un giro: Non ne posso più

 

1 marae, luogo sacro comune destinato a scopi religiosi e sociali.
2 taiaha, tradizionale arma maori composta di un lungo bastone in legno terminante in una punta metallica.
3 kotiros, ragazzine.
4 piupiu, tradizionale gonna usata dalle danzatrici nei balli popolari.

Da Alburno & latte, 1972

Snowfall

It didn’t make a grand entrance and I nearly
missed it—tip-toeing up on me as it did
when I was half asleep and suddenly, they’re there
before my eyes—white pointillist flakes
on a Hotere canvas—swirling about on untethered

gusts of air and spreading thin uneven
thicknesses of white snow-cover on drooping
ti-kouka leaves, rata, a lonely kauri, pear
and beech tree. Came without hesitation
right inside my opened window licking my neck,

my arms, my nose as I leaned far out to embrace
a phantom sky above the house-tops
and over the sea: ‘Hey, where’s the horizon?
I shall require a boat you know—two strong arms?
… and snow, kissing and lipping my face

gently, mushily, like a pet whale,
or (if you prefer) a shark with red bite—sleet
sting hot as ice. Well,
it’s stopped now. Stunning sight. Unnerved,
the birds have stopped singing,

tucking their beaks under warm armpits: temporarily.
And for miles upon whitened miles around,
there is no immediate or discernible movement,
except from me, transfixed, and moved by an interior
agitation—an armless man applauding.

‘Bravo,’ I whisper. ‘Bravissimo.’ Standing ovation.
Why not… Oh, come in, Spring.

From Mihi. Collected Poems, 1987

 

 

 

Toroa ~ Albatross

Day and night endlessly you have flown effortless of wing
over chest-expanding oceans far from land.
Do you switch on an automatic pilot, close your eyes
in sleep, Toroa?

On your way to your home-ground at Otakou Heads
you tried to rest briefly on the Wai-o-te-mata
but were shot at by ignorant people.
Crippled, you found a resting place at Whanga-nui-a-Tara;
found space at last to recompose yourself. And now

without skin and flesh to hold you together
the division of your aerodynamic parts lies whitening
licked clean by sun and air and water. Children will
discover narrow corridors of airiness between, the suddenness
of bulk. Naked, laugh in the gush and ripple—the play
of light on water.

You are not alone, Toroa. A taniwha once tried to break out
of the harbour for the open sea. He failed.
He is lonely. From the top of the mountain nearby he calls
to you: Haeremai, haeremai, welcome home, traveller.
Your head tilts, your eyes open to the world.

From Year of the Dog, 1982

Nevicata

Non fece un’entrata alla grande e io quasi
me la persi – raggiungendomi in punta di piedi mentre
ero ancora mezzo addormentato e all’improvviso, eccoli
davanti ai miei occhi – bianchi fiocchi puntinisti
su una tela di Hotere – turbinando su libere

raffiche d’aria e spandendo strati ineguali
e sottili di bianco manto nevoso su foglie
appassite di ti-kouka , rata, un kauri solitario,
un faggio e un pero. Vennero senza esitazione
dritti dentro la finestra aperta per leccarmi collo,

braccia, naso mentre mi sporgevo ad abbracciare
un cielo spettrale sopra i tetti delle case
e sopra il mare: ‘Ehi, dov’è l’orizzonte?
Mi ci vorrà una barca, giusto – un paio di braccia forti?
… e la neve, che mi baciava e mi lambiva il volto

morbida, gentile, come una balena addomesticata,
o (se preferite) uno squalo dalle fauci rosse – nevischio
che pungeva rovente come ghiaccio. Bene,
ora è finita. Vista strepitosa. Snervati,
gli uccelli hanno smesso di cantare,

infilando i becchi al caldo sotto l’ala: per ora.
E nel giro di miglia e miglia imbiancate,
non c’è movimento percettibile o immediato,
a parte me, paralizzato, e sconvolto da un’interiore
agitazione – un uomo inerme che applaude.

“Bene”, sussurro. “Benissimo.” Standing ovation.
Perché no . . . Oh, vieni, primavera.

Da Mihi. Tutte le poesie, 1987

 

 

 

Toroa ~ Albatross

Giorno e notte hai volato senza tregua né sforzo
d’ali al largo di oceani che dilatano il petto.
Inserisci il pilota automatico, chiudi gli occhi
nel sonno, Toroa?

In viaggio per la tua terra natia sulle cime di Otakou[6]
volevi riposare un poco sulla Wai-o-te-mata[7]
ma gente ignorante ti sparò contro.
Storpio. Ti rifugiasti a Whanga-nui-a-Tara[8];
trovasti infine spazio per ricomporti. E ora

senza pelle e carne per tenerti insieme
la divisione delle tue parti aerodinamiche sbiadisce
mangiata dal sole e dall’aria e dall’acqua. I bimbi
vi scopriranno stretti corridoi di levità nel mezzo, la repentinità
della massa. Nuda, risa in fiotto e increspatura – il gioco
della luce sull’acqua.

Non sei solo, Toroa. Un taniwha[9] una volta provò a fuggire
dalla baia verso il mare aperto. Non ci riuscì.
Si sente solo. Dalla cima del monte vicino chiama
te: Haeremai, haeremai[10], bentornato a casa, viaggiatore.
La tua testa s’inclina, i tuoi occhi si aprono al mondo.

 

Thoughts On A Sufi Proverb

A long time ago I was an atom. A one-ness in two, superbly put together.
Full of potential, I was close to my essence. I died as an atom and
progressed to another form. I became a stone just off the melt. I was
cooling off.

I died as a stone and became a water-plant. As a plant, I learned to trap
and eat meat. I died as a plant and became fish. As a fish I grew
wings flying low over the heaving waters. Then I aspired to circle
high above greening turret-lands.

When I died as a plant, another branch of me I liked grew legs and
crawled out of the sea – on all fives. Or was it sixes and sevenses?
No matter, I had arms, legs, and two hands with which I learned
to pick up stones, sharpen a stick

That other flying branch of me tried to pick out my eyes. They mocked me
for not choosing a flying career. I ignored the jibes, ducking out of
sight to avoid danger. I learned to throw stones. And soon, with a
developed accuracy I could bring down my tormentors. I ate them feathers
and all, only learning later to save the feathers to adorn myself.

I progressed from a plant, and became animal. I died as an animal and
became man. Now… never did I grow less by dying, you understand?

I want to become stone again, but not of the kind that is as cold as the
forever night—the unlit side of the moon.
For a stone is as good a shape or form as any other. Compact and
smoothened to become a million whispering grains of sand just
crumbling quietly away to whatever ancestral dust; and all in
good time, too, precisely, and with a resigned elegance.

I have a small niggle. I am assailed by a recurrent thought that it is
a diminishment of the dignity of all our kind if we were to join
our common ancestor—the atom—with such unseemly and
precipitate haste.

From Short Back & Sideways, Poems and Prose, 1992

 

Riflessioni su un proverbio sufi

Molto tempo fa ero un atomo. Una unicità spezzata, superbamente riunita.
Pieno di potenziale, ero vicino alla mia essenza. L’atomo che ero morì
e progredì verso un’altra forma. Divenni una pietra appena colata. Mi stavo
raffreddando.

La pietra che ero morì e divenni pianta idrofita. Da pianta, imparai a catturare
carne da mangiare. La pianta che ero morì e divenni pesce. Da pesce misi le
ali per volare radente sopra acque montanti. Poi aspirai a volteggiare in alto
sopra le terre turrite che inverdivano.

Quando la pianta che ero morì, un altro ramo di me che amavo mise le gambe
per strisciare fuori dal mare – su tutte e cinque. O erano sei e sette?
Non importa, avevo braccia, gambe, e due mani con cui imparai
a raccogliere pietre, affilare un bastone.

Gli altri rami volanti che amavo provarono a scuotermi. Mi prendevano in giro
per non aver scelto la carriera del volo. Io ignoravo le beffe, sgattaiolando fuori
visuale per evitare il pericolo. Imparai a gettare pietre. E ben presto, con
studiata precisione riuscii ad abbattere i miei torturatori. Me li mangiai
con penne e tutto, solo in seguito imparai a mettere da parte
le piume per ornarmene.

Ero progredito e da pianta divenuto animale. L’animale che ero morì e
divenni uomo. Ora… morire non mi aveva mai sminuito, chiaro?

Voglio ridiventare pietra, ma non quel genere di pietra fredda come
la notte eterna – la faccia in ombra della luna.
Perché la pietra è una figura o forma come un’altra. Compatta e levigata
per diventare un milione di fruscianti granelli di sabbia che
si sgretolano placidi e riducono a una qualche polvere ancestrale; e tutto
per tempo, anche, con precisione, e con una rassegnata eleganza.

Ho un chiodo fisso. Di continuo mi assale il pensiero ricorrente che sia
una riduzione della dignità di questa nostra specie il fatto di doverci
riunire al nostro comune antenato – l’atomo – con simile avventata
fretta indecorosa.

Da Alla mohicana, Poesie e prose, 1992

[1] Ralph Hotere è uno degli artisti neozelandesi più celebrati e riconosciuti.È stato molto amico di Hone Tuwhare. [N.d.T.]

[2] Marae, luogo sacro comune destinato a scopi religiosi e sociali.

[3] Taiha, tradizionale arma māori composta di un lungo bastone in legno terminante in una punta metallica.

[4] Kotiros, ragazzine.

[5] Piupiu, tradizionale gonna usata dalle danzatrici nei balli popolari.

[6] Otakou, piccolo villaggio di pescatori posto a una ventina di chilometri dalla città di Dunedin, Nuova Zelanda

[7] Wai-o-te-mata è il nome māori del porto di Aukland.

[8] Whanga-nui-a-Tara è il nome Māori del porto di Wellington.

[9] Taniwha, nella cultura maori sono creature soprannaturali, a volta benigne, altre volte maligne, che vivono nelle acque profonde. In alcune tradizioni tribali sono descritte come rettili o draghi, in altre prendono la forma di animali (squali, balene, octopus). http://www.teara.govt.nz/en/taniwha/page-1

[10] Haeremai, espressione maori che significa “benvenuto”.

Da Anno del Cane, 1982

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