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Il fondamento speranza di Silvia Belcastro

di Giuseppe Ferrara

Oltre all’occasione in poesia esiste anche un’urgenza.

Se la prima apre alla possibilità di trovare un varco, una epifania attraverso ciò che, appunto, ac-cade in un preciso spazio-tempo, la seconda, che preme e sollecita, chiede che questa inestricabile ma(ta)ssa di Materia-Verbo si tramuti in un verso (giusto); che questi emerga sulla carta , su una parete, su uno schermo quasi che fosse esso stesso a scriversi e… prendersi vita.

Occasione e urgenza (caso e necessità dunque) spingono il poeta a cercare un foglietto nelle tasche mentre cammina o a fissare su un’agenda una veloce serie di parole per “commemorare” un evento; a ex-muoverlo per rendere fisica quell’ “illuminazione” momentanea e fugace, perché non sfugga come il sogno che si dimentica al mattino.

Ma se l’occasione si svolge nell’attimo e se non è colta (in tutti i sensi) potrebbe scomparire per sempre e mai fare ritorno (per lo meno nelle stesse identiche condizioni), l’urgenza resta, perdura, convive con il poeta a lungo. Molto a lungo. Tanto da diventare il motore dell’Occasione.

Nella città di formiche di luce opera finalmente ultima(ta) di Silvia Belcastro (Edizioni Kolibris, Ferrara 2018) Occasione e Urgenza si danno convegno per donarci una delle raccolte poetiche più intense di questo comune spazio-tempo e lo fanno cercando di mettere ordine in questa inestricabile matassa di Pieno e Vuoto che ci vede tutti, indistintamente, aggrovigliati.

Come è già stato detto da Loredana Bondi «In questa città delle formiche di luce, in fondo, c’è la storia di un’umanità che cerca di comprendere il non senso dell’immane dolore che ci circonda, per trovare qualche frammento di luce in tanti piccoli segni e cantarne la bellezza, scoprendo le voci, i suoni e colori che stanno nell’aria e provare a vivere».[1]

Ma questo viaggio seppur comune a tutti non può che cominciare e terminare nello stesso modo: da soli. 

La partenza di Ulisse (p. 27)

Alle mie spalle un feticcio di sterpi
legato in bianche catene di luce,
cicatrici di un baco che tesse
dell’infanzia il profumo di mille ferite.

Ho scavato una fossa sotto la quercia antica.
Ho sepolto il manufatto degli dei.
È un’opera d’arte il mio dolore amuleto
a cui ho appuntato un fiore rosso.

Rosso fiore di giugno.
Anima mia hai gettato una pietra
sul tempo passato a parole
che salivano al buio come fumo.

Il tuo ventre covava una gemma, l’Inizio
nel silenzio attonito della nostra Fine.
Sono partito! Gravido anch’io di un
frammento di luce, nel buio.

Questa solitudine con cui la poetessa si accompagna e ci accompagna in questo viaggio (che riveliamo essere iniziatico) ha delle sfumature e un retrogusto diversi: varrà la pena ricordare che secondo il filosofo Ibn Abī Sufyān tre sono le occasioni in cui l’anima sperimenta una intensa solitudine: «…il giorno della nascita perché vede la sua anima dipartirsi; il giorno della morte, perché vede esseri che non conosceva; il giorno della resurrezione, perché vedrà la sua anima in un assembramento intenso» [2]

Nella Prima parte della raccolta (La notte del riformatorio) la solitudine è, per così dire, infantile. Nella Seconda parte, La città e il vuoto, si sperimenta una solitudine particellare, di abbandonati, di cani randagi: potremmo pensare a quella solitudine liquida che
tenta di convincerci, soprattutto digitalmente, di una vicinanza che non c’è

Sera di fine gennaio (p. 37)

Un uomo suona in piazza
le sue bottiglie di birra.
Tintinna nella nebbia
il valzer dei sopravvissuti,
come un ricordo tenuto in vita
in un bicchiere di whisky.

Un’anziana coppia passeggia,
lenta lenta, sull’orlo
di una nuvola opaca.

Lui le cinge la vita, fra le briciole
che anche i piccioni hanno dimenticato
e via!, nella piazza,
attraversano la nebbia
a passo di mazurca.

Questa nebbia a cui volevamo male
è il nostro discorso preferito.
Ci aggrappiamo a questo dolore sfilacciato,
afferriamo il nulla
pur di continuare a parlare un altro po’.

Questa solitudine adulta diventa però un’occasione per l’abbandono inteso come azione tanto transitiva (essere abbandonati) che intransitiva (abbandonarsi)

Nella foresta (p. 42)

Nella foresta, mentre vi affannate
per uno straccio sudicio di gloria,
il sole tramonta nella più sacra cattedrale.
Dio se ne sta a dormire
sotto una foglia bagnata di pioggia,
e non sa nulla di voi. 

 

Il seme di primavera (p. 46)

Ora so che non ho scampo.

Ho cercato fino ad oggi
questa quiete, questo acquazzone
di speranza nella notte.

In verità non voglio sopravvivere
ai tuoi occhi, preferisco rinascere

domani

Nella Terza parte, la fine del viaggio dunque, troviamo la solitudine di chi si è liberato dalla solitudine: tutta un’altra storia. Una storia più lunga della Storia.

Amal (p. 57)

Il tuo nome
è come gioco di conchiglia.
Non nata,
già vivi;
non sei, ovunque sei
– come il vento.

Come l’aria d’aprile bisbigli
una promessa senza nome.
Ci scompigli i capelli,
ci fai voltare
per poi nasconderti
dietro un cespuglio appena fiorito.

Assente,
sei una presenza.
Figlia mia,
speranza.

Se caso e necessità – l’occasione e l’urgenza della poesia – possono sembrare il più delle volte tesi ad affermare fieramente e in modo disincantato la solitudine dell’uomo, straniero all’Universo, la Belcastro ha invece fatto della sua Urgenza il motore delle Occasioni illuminando la parola Speranza come se riempisse la ciotola piena di te della famosa storiella zen [3] per svuotarla.

Se la speranza viene posta come Fondamento – non principio – della ragione significa che senza Questa speranza non possiamo darci delle buone ragioni per le cose che accadono, anche per quel dato dolore irragionevole e senza alcuna spiegazione.

La speranza, come dice anche S. Paolo, non è un principio logico ma è una disposizione del cuore umano e senza questa disposizione ogni spiegazione, ogni ragionamento ogni tentativo di comprensione è privo di fondamento.

L’ occasione-urgenza poetica di Silvia è (scusate se è “poco”) tutta qui: nel fondamento speranza.

La collana (p. 61)

Ultimo resta il corallo,
quel che chiamiamo speranza,
rosso su bianco.

 

Originariamente pubblicato in Il Post delle Fragole

Riferimenti


[1] – Loredana Bondi, Ferrara Italia 08 giugno 2018;
[2] – cit. in Hervé Clerc A Dio per la parete nord, Adelphi, 2018;
[3] – 101 Storie Zen pg. 13, Adelphi 1973 a cura di N. Senzaki e P. Reps.

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