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Il girone degli arabi scomparsi… e ritrovati

traduzione di Chiara De Luca

Abdellatif_2Qui è la voce degli arabi liberi. La voce degli uomini e delle donne che hanno deciso d’infrangere la legge del silenzio, combattere contro la menzogna, ridonare voce a chi l’ha persa, far sentire le grida di chi viene giustiziato, rifiutare le catene della sottomissione, denunciare le grandi e piccole bassezze, mettere a nudo i meccanismi del saccheggio e della corruzione, sollevare il velo che cela le miserie materiali e morali, in breve, ribellarsi alla fatalità e aprire la strada alla speranza. Da qualche luogo ci esprimiamo. Da un luogo inconcepibile per l’immaginazione dei tiranni. Deserto primordiale dove la parola ribelle fu concepita, dove l’albero della memoria spuntò, affondò le radici nella terra assetata di giustizia, spiegò le sue fronde per accogliere la parola dei cercatori di verità con le labbra screpolate dagli enigmi. Qui è la voce degli arabi liberi. Uomini e donne che rifiutano l’uniforme scimmiesca, il mettersi sull’attenti, l’inno di vendetta, i tonfi degli stivali, il filo spinato della patria, la stupidità dei consensi, la peste dell’orgoglio, la prigione di una lingua unica, di una religione unica, il folklore avvilente dei segni distintivi: copricapo, scialle, barbe, medaglioni, rosari, e tutta la chincaglieria antiquaria che dalla notte dei tempi è servita a ingannare popoli innocenti. E altrettanti sudari previsti per noi Abdellatif1fin dalla culla, che laceriamo e gettiamo sul volto orrendo dei moloch che hanno voluto seppellirci vivi.
 Perché vivi lo siamo, e amiamo la vita insopportabilmente. Noi, i desiderosi, i languenti, gli arsi interiormente, i folli d’amore, noi siamo sulle tracce della vita, ne seguiamo l’odore, il rumore anche. 
Noi mendichiamo alla sua porta senza nulla perdere della nostra dignità. Ah! Che banchetto le briciole si degna di gettarci! Qui è la voce degli arabi liberi. Gemelli e gemelle siamesi di tutti gli esseri umani liberi. Come loro candidati allo sradicamento e all’esilio. 
D’apprima in patria, quando ci si rifiuta inorriditi di ululare coi lupi, di applaudire con la massa, di piegare la schiena coi servi. Quando l’identità si limita a un luogo di nascita, a un nome, a una fede. Quando la differenza esclude e stigmatizza. Quando l’estremo diviene l’unico luogo vivibile e vi condanna al carosello cieco della sventura. Poi all’estero. Oh i sentieri minati dell’esilio! E alla fine dell’esodo, la terra promessa che immediatamente vi si apre sotto i piedi. L’eterna incrinatura. Non sarete mai davvero qui, ne veramente là. Ma, a poco a poco, ve ne fate una ragione. È un apprendistato che ricomincia da capo. Abitate il rifugio precario del provvisorio. E soprattutto scoprite di non essere soli. Che da ora in poi fate parte di un popolo cangiante, di una tribù fraterna esentata dal prezzo del sangue, che se la ride delle frontiere, innamorata delle domande, abitata dall’infinito, non quello geografico degli orizzonti, bensì quello umano plasmato da spirito e carne, che soltanto l’occhio del cuore può scrutare. 
Qui è la voce degli arabi liberi. La nostra voceAbdellatif_Jocelyne_BN proviene da qualche luogo, e abbiamo il tempo contato. Perché, non abbiamo remora nel dirlo, facciamo parte di una specie minacciata d’estinzione. L’aria si va rarefacendo attorno a noi nella misura in cui l’inquinamento è generalizzato, perché il rogo predisposto per noi è quello del linguaggio. Quanti uccelli sporchi di nafta faticano a muovere le ali nelle nostre gole. Quante rose assediate dai rifiuti non ci tengono più a liberare il loro profumo. Quante parole nobili e sincere sono trascinate nel fango, prostituite e vendute all’asta sui cartelloni pubblicitari. Noi insorgiamo contro questa afasia programmata il cui fine, fin troppo evidente, è il condizionamento delle coscienze prima di condannarle a morte. Così il nostro messaggio, se uno ce ne deve essere, si riassume in una sola parola: resistenza! Si, i pericoli aumentano, anche dentro «la casa dell’anima». 
Noi ci appelliamo al sussulto dell’umano nell’uomo. Si tratta di riconquistare, nel nucleo ottenebrato dell’identità umana, questa parte luminosa che tanti messaggeri si sono sforzati di rivelarci e di cui i nostri predecessori più ispirati sono riusciti a fare buon uso, erigendo così delle rare Andalusie che ai nostri giorni attirano ormai soltanto ciclopi dal grilletto facile, sfrenati consumatori dell’effimero e del nulla. 
Qui la voce degli arabi liberi. Per ragioni etiche, noi ci esprimiamo di notte piuttosto che di giorno. Noi vogliamo onorare il nostro giuramento di custodi della condizione umana. Tenere per questo gli occhi aperti, le facoltà in agguato, coltivare l’insonnia, mantenere in vita il fuoco sacro, i pascoli del sogno, il dono della visione, affilare senza tregua la lama della parola, per accogliere all’ora prevista le sue onde ispirate, i suoi tamburi di richiamo all’insubordinazione, i flauti e violini che fanno rizzare i capezzoli, i liuti che disperdono il torbido segnale di resa delle crisalidi sul ciglio dello slancio vitale. Ogni notte, ci esprimeremo fino all’alba. Contrariamente agli altoparlanti del martellamento sonoro, intervalleremo i nostri programmi con spiagge di silenzio. Perché non esiste parola autentica al di là di quella fecondata dal silenzio consentito. Spazio e tempo del ritorno a sé, dell’esame, del dubbio, delle piccole luci e dell’illuminazione, del respiro evanescente della grazia. Ecco che la mano dell’alba sta per cancellare la tavola ispirata della notte. È ora che i discendenti di Shéhérazade si ritirino in punta di piedi. E domani si dovrà ricominciare. Perché la spada sarà di nuovo sospesa sulle nostre teste. Fino a quando?

Créteil, 5 agosto 2001

abdellatif_featAbdellatif Laâbi è nato nel 1942, a Fès. La sua opposizione intellettuale al regime ha fatto sì che fosse arrestato e condannato a otto anni di carcere. Liberato nel 1980, va in esilio in Francia nel 1985. Da allora vive (con il Marocco nel cuore) nella banlieu parigina. Il suo vissuto è la sorgente primaria di un’opera plurale (poesia, romanzi, teatro, saggi) posta alla confluenza di culture differenti, radicata in un umanesimo combattivo, intriso d’ironia e tenerezza. Ha ricevuto il Prix Goncourt per la poesia nel 2009 e il Grand Prix de la francophonie dell’Académie française nel 2011.

Tra le sue opere, pubblicate per la maggior parte dalle, Editions de la Différence, ricordiamo i romanzi: L’Œil et la nuit (2003), Le Chemin des ordalies (2003), Chroniques de la citadelle d’exil (2005), Les Rides du lion (2007), Le Livre imprévu (2010), tra i romanzi ricordiamo; le raccolte poetiche: Le soleil se meurt (1992), L’Etreinte du monde (1993), Le Spleen de Casablanca (1996), Les Fruits du corps (2003), Tribulations d’un rêveur attitré (2008), Œuvre poétique I et II (2006 ; 2010). Gallimard ha pubblicato il suo romanzo Le Fond de la jarre (2002 ; collection Folio 2010).

Sue opere sono tradotte in molte lingue, tra cui arabo, spagnolo, tedesco, spagnolo e turco. Ha tradotto in francese le opere di molti poeti e scrittori di lingua araba (Mahmoud Darwich, Abdelwahab al-Bayati, Samih al-Qassim, Mohamed al-Maghout, Ghassan Kanafani…).

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