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Il gran segreto: una presentazione alla Poesia di C. Gamberoni

di Giuseppe Ferrara

 

C’è qualcosa in queste poche righe (diciassette sillabe)
che mi ha sempre attratto:

vecchia
palude

una
rana si tuffa

rumore
d’acqua

Si tratta del famoso haiku della “rana” del poeta giapponese Matsuo Bashō (1644-1694). Avverto che in questa poesia, breve ma intensa, c’è un segreto e che, come diceva il nostro Ungaretti, «la poesia è poesia quando porta in sé un segreto».

Questa è la sensazione che si prova alla lettura della Poesia di Claudio Gamberoni. Leggere poesia, come si sa, non è propriamente leggere. E Claudio, che questo lo sa bene, propone sempre nelle sue presentazioni la diversificazione di questa impresa che è la lettura poetica. Già perché  la poesia si declama, si canta, si ascolta si recita, si sussurra, etc…ma non SI legge.

Chi pretende di trovare (capire?) la poesia leggendola e smontandola strofa per strofa, verso per verso, parola per parola, fa esattamente lo stesso errore del bambino di un racconto di Roland Barthes che smonta un orologio per scoprire e comprendere cosa è il Tempo.

Evidentemente il segreto non è necessariamente solo quello del Poeta: anche il cosiddetto lettore ha il suo segreto. E qui arriviamo alla vera “natura” della esperienza poetica.

La Poesia è un frutto ma il poeta non è un albero. Lui vi chiede di prendere le sue parole e di mangiarle all’istante, di assaporarle. Poiché non può produrre da solo il proprio frutto. Occorre essere in due per fare Poesia. Chi parla è il padre, chi ascolta è la madre. La Poesia non ascoltata è un seme perso, o finito su un terreno inadatto.

Come un frutto la Poesia si mostra e dice qualcosa ma nel contempo nasconde e tace. Sembra voler mostrare, parlare e svelare; invece, soprattutto, protegge, racchiude e occulta.

Ciò che il poeta “dichiara” è alla portata di tutti perché in fondo la “materia” che lui usa è la stessa che usiamo noi ma in una forma differente che potremmo definire vuota all’interno, cioè cava cosicché ciascun lettore potrà, volendo, potrà riempirla con la propria specifica, personale, inconfondibile (talora segreta e inconfessabile persino a lui stesso)
esperienza di vita.

Per questo motivo mi riferisco alle parole come a ciotole vuote!

Neppure il poeta riesce sempre a leggere fino in fondo oltre le proprie parole e immagini: a lui tocca costruire relazioni senza saperlo. La poetessa Cristina Campo offre una descrizione pratica e luminosa di questa esperienza:

«…stend[i] un elenco di appunti (citazioni) e il discorso che li deve legare crescerà in mezzo da solo, come un rampicante tra i sassi…».

La parola (scritta o letta) si fa così filosofica, scientifica, poetica per la presenza di una componente autoriflessiva nonché per un giusto equilibrio di narrazioni a metà strada tra la sfera interiore (l’autobiografia) e quella storico-sociale (la biografia) ovvero per una com-prensione tra verità e contemplazione.

La Poesia di Claudio Gamberoni ha questo pregio di mostrarsi e nascondersi contemporaneamente; dichiara chiarendoci: «grazie per avermi fatto conoscere qualcosa di me». Tace quando ci avviciniamo al suo sapore, per proteggerlo.

La poesia di Gamberoni suona e nello stesso tempo tesse quelle relazioni che ci tengono insieme e che ci fanno riconoscere.

Si avverte che questa poesia ha quel segreto della “rana” che si tuffa nella vecchia palude (l’anima nel corpo? Il silenzio nel suono? La parola nella pagina? Il cosmo nel cielo?…), un segreto che può essere svelato ad ognuno di noi ma non a tutti perché non parla o meglio parla quando tace.

Il silenzio è l’origine, la materia e il fine della musica” [V. Jankélévitch]

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