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Il popolo fatato del Monte Ngongotaha

 

Traduzione a cura di Chiara De Luca

Fairy Folk Tales of the Maori
by James Cowan

Il mio vecchio amico Arawa Te Matehaere, ex soldato della guerriglia ed esploratore del bosco, vive in un posto molto bello e romantico, l’antica fortezza di Weriweri, munita di fossato e balaustre, affacciata sul tenue azzurro della distesa del lago Rotorua. Weriweri [1] fu costruita cinque secoli fa da Ihenga, grande antenato di Matehaere, ed è tra quelle line fortificate che oggi vive il vecchio guerriero, coltivando patate, kumara e mais, godendosi l’ombra e i prodotti dei suoi alberi da frutto; guardando dall’alto il bel lago calmo; canticchiando le canzoni d’amore della sua giovinezza e i canti della tribù fatata, con la quale il suo antenato fece amicizia in un meraviglioso passato dissolto.

Laggiù a sud di Weriweri, in un ripido slancio, dai distanti pendii scoscesi decorati di felci, si leva il monte fatato di Ngongotaha, e sulla vetta del suo antenato Matehaere si raccontano molte storie curiose. La sua descrizione del popolo fatato, per come è stata trasmessa di generazione in generazione, a partire da Ihenga, è il più dettagliato resoconto della Patupaiarehe[2] che abbia mai sentito da labbra Māori.

“Molto tempo fa”, disse Te Matehaere, “la vetta del monte Ngongotaha laggiù, il vertice del picco chiamato Te Tuahu a te Atua (“L’altare del Dio”) era la principale dimora del popolo fatato di questo paese. Il nome di quella tribù di Patupaiarehe era Ngati-Rua, e i capi di quella tribù ai tempi del mio antenato Ihenga erano Tuehu, Te Rangitamai, Tongakohu, e Rotokohu. Il popolo era molto numeroso; a Ngongotaha c’erano un migliaio di persone, o forse molte di più. Erano una iwi atua (una stirpe divina, un popolo dotato di poteri soprannaturali). All’apparenza, alcuni di loro assomigliavano moltissimo ai Māori di oggi; altri ricordavano la stirpe pakeha. La maggior parte di loro aveva kiri puwhero (pelli rossastre), e capelli di un colore rosso o dorato che oggi chiamaiamo uru-kehu. Alcuni avevano occhi neri, alcuni azzurri, come europei dalla carnagione chiara. Erano alti all’incirca come noi. Alcune delle loro donne erano molto belle, con un incarnate molto chiaro e chiari capelli splendenti. Indossavano principalmente indumenti di lino chiamati pakerangi, tinti di rosso; indossavano anche ruvidi scialli chiamati pora e pureke. D’indole erano pacifici; non erano un popolo feroce e amante della guerra. Il loro cibo consisteva di prodotti della foresta, e scendevao anche al lago Rotorua per catturare inanga (bianchetti). C’è una curiosità che riguarda i Patupaiarehe: avevano una grande paura del vapore emanato dal cibo cotto. La sera, quando i māori che vivevano a Te Raho-o-te-Rangipiere e in altri luoghi vicini alle fatate dimore aprivano i loro forni per cucinare, tutti i Patupaiarehe si ritiravano nelle loro case non appena vedevano le nubi di vapore levarsi, e si chiudevano dentro; avevano paura del mamaoa – il vapore.

“I Patupaiarehe di Ngongotaha non avevano acqua a disposizione vicino al loro villaggio, o pa; la montagna è un luogo molto asciutto, in paricolare vicino alla vetta, il sacro Tuahu a te Atua. Così le donne dovevano percorrere molta strada per attingere acqua a una sorgente sotto i dirupi settentrionali, accanto al fianco dello sperone Kauae – antico luogo di sepoltura della tribù Ngati-Whakaue – da dove risalivano la montagna trasportando l’acqua dentro alle taha (zucche a fiasco). E fu là, lungo i pendii della montagna fatata, che il mio antenato Ihenga, esplorando per la prima volta quelle zone quasi venti generazioni prima, incontrò una donna del popolo dei Patupaiarehe.

“Quando Ihenga giunse sulla sponda del ruscello ora chiamato Ngongotaha”, continuò il vecchio custode della leggenda, “vide una voluta di fumo levarsi accanto alla vetta della grande montagna color blu notte che incombeva sopra di lui. Forse il fumo che vide era soltanto una nebbia fatata. Lasciò la moglie ad aspettare il suo ritorno sulla sponda del lago, e scalò la montagna per scoprire che genere di persone vi abitassero. Mentre si arrampicava, dovette aprirsi un varco tra fitte felci sui versanti inferiori della montagna, prima di raggiungere la foresta. Là crescevano molte felci nuove, il cui polline sottile gli entrò in bocca e nelle narici, provocandogli una sete intensa. Ihenga alzò gli occhi alla ricerca di una sorgente o di un ruscello da cui avrebbe potuto bere, ma non ne vide. Continuò a salire arrancando, e quando giunse nei pressi della cima della vetta si ritrovò di colpo in casa dei Patupaiarehe. Guardò con stupore quelle strane genti, che in seguito avrebbe conosciuto bene. Fu in grado di conversare con loro, perché parlavano una lingua molto simile alla sua. Chiese dell’acqua e una bella giovane donna gli offrì da bere da una zucca a fiasco. Di lì il nome che Ihenga in seguito diede alla montagna, una combinazione delle parole ngongo, bere – ma anche il bocchino di legno del recipient utilizzato per bere – e taha, una zucca a fiasco. Il popolo fiabesco fece ressa attorno a lui con grande curiosità, toccandolo, tastandolo dappertutto e ponendogli innumerevoli domande. Alla fine divenne inquieto, forse pensando che potessero ucciderlo e mangiarlo, e si voltò, si aprì un varco tra loro, e fuggì lungo il pendio sul fianco della montagna. La tribù Patupaiarehe si mise al suo inseguimento, ma lui li seminò tutti, eccetto la giovane bellezza che gli aveva dato da bere dell’acqua. Lei voleva catturare lo straniero e fare di lui il proprio marito. Per correre più in fretta, gettò via la maggior parte degli indumenti, e Ihenga, voltandosi mentre si precipitava giù lungo il fianco della montagna, si rese conto che presto lo avrebbero catturato. Adesso sapeva che quelle persone misteriose erano Patupaiarehe ed era anche consapevole del fatto che, se l’atletica dama fiabesca lo avesse afferrato e gli avesse lanciato il suo incantesimo, non avrebbe mai più rivisto la moglie māori.

 “In quel momento gli venne in mente un trucco per seminarli. Portava attaccato sul busto una piccola putea, o borsa a tracolla di lino, contenente un po’ di kokowai, ocra rossa mesolata con olio di squalo, che di tanto in tanto usava per dipingersi il corpo. La aprì mentre correva e se ne cosparse. Adesso, il popolo fiabesco era grazioso in confronto ai māori. Lo haunga, o odore d’olio di squalo, disgustò la giovane donna a tal punto che si fermò, rinunciando all’inseguimento, Ihenga raggiunse sua moglie sulla spiaggia del lago e le raccontò quella strana avventura.

 “Ma in seguito Ihenga divenne molto amico dei Patupaiarehe, e abitava piuttosto vicino a loro nella sua pa Whakaeke-tahuna, sul torrente Waiteti, accanto alla base settentrionale della montagna fiabesca; non è molto distante dal sacro ruscello dove una volta io e te andammo a vedere la pietra con cui Ihenga lucidava l’ascia, il torrente tapu Wai-oro-toki da cui nessuno può bere senza morire”.

 

∗ ∗ ∗ ∗ ∗

 

Anche una vecchia coppia, che viveva presso il torrente Wai-o-whiro, accanto ai piedi della montagna Ngongotaha, narrava storie poetiche sulla montagna Patupaiarehe. Di tanto in tanto andavano a caccia di maiali sui pendii rivestiti di felci del Ngongotaha, e il marito talvolta andava a caccia di kiwi nel folto della foresta, perché sua moglie desiderava le piume di quell’uccello che vagava di notte, per infilarle nei bei tappeti e nelle belle borse che con tanta dedizione intrecciava. Ma nulla avrebbe potuto indurre nessuno di loro due a risalire quella strada in un giorno uggioso, quando la nebbie aleggiano basse sui fianchi della montagna fiabesca. Perché in quei momenti, dicevano, i Patupaiarehe erano in circolazione, e talvolta se ne potevano sentire le voci spettrali, e forse non sarebbe stato bene incontrarli. La loro attitudine mentale nei confronti dei mitici Patupaiarehe sembrava essere un misto di paura e venerazione, e stranamente, un po’ di affetto: esattamente la stessa sensazione dei contadini irlandesi e dei primitive abitanti delle Highland scozzesi, così come ci viene rivelata nelle favole popolari folkloristiche del vecchio mondo. E loro si divertivano a canticchiare le antichissime canzoni delle fiabe. Una di queste era una piccola haka fiabesca. I loro antenati, dicevano, avevano sentito cantare queste canzoni per la danza in alto sulla montagna nebbiosa, in giorni silenziosi e calmi, quando la nebbia avvolgeva la catena. Ecco come faceva il canto haka:

 

Horahia te marino,
Horahia i Rotorua;
Tukua te rangi mo te ruri,
Kia rerehu–i.
E hinawa–e!

In basso si estende il lago Rotorua;
E come giace calmo e silenzioso!

È tempo per noi di cantare e danzare.
E quanto lontano si spingerà il suono!

 

“Quando Ihenga,” disse il cacciatore di kiwi, “lasciò questa terra e partì con i suoi seguaci per un viaggio di esplorazione dell’isola, spingendosi fino a Waikato e Kaipara, i Patupaiarehe provarono un grande dispiacere, e intonarono tristi canzoni di lamentazione per il loro amico, che non sarebbe mai più ritornato da loro. Alcuni membri del popolo fatato si misero sulle sue tracce e lo seguirono per tutta la strada fino al lontano Nord, e alcuni di loro lo trovarono a Moehau (Cape Colville), dove quel lungo e alto promontorio si getta nel mare per incontrare Aotea, l’isola della Grande Barriera; e là s’insediarono, così ancora oggi talvolta si sentono le creature fatate intonare i loro canti lassù, sul nebbioso Moehau.”

Āe[3]”, disse Huhia, la moglie, “ma in realtà fu il fuoco a scacciare la gran parte delle creature fatate. Ce ne sono ancora alcune, come sappiamo, ma il grosso della tribù svanì quando i māori, dopo i tempi di Ihenga, appiccarono il fuoco alle foreste che rivestivano l’intera Ngongotaha. Questi fuochi percorsero la catena, come puoi vedere, distrussero le foreste sul fianco orientale e su quello occidentale. E uno dei capi del popolo fatato, Tongakohu, lasciò la sua dimora sulla vetta della montagna, e raggiunse Moehau e il Monte Pirongia, nel Waikato; e così entrambe le montagne divennero patria del popolo fatato. E questo è il canto d’addio che intonò il Patupaiarehe Tongakohu, piangendo la sua amata Ngongotaha –.”

E la vecchia dama tatuata cantò una luttuosa canzone sommessa che io in seguito annotai sul mio taccuino, e ora vi propongo in māori e in italiano:

   
E muri ahiahi Ombre notturne calano;
Ka hara mai te aroha Acuto dolore mi divora il cuore,
Ka ngau i ahau, Pena per la terra che sto lasciando,
Ki taku urunga tapu, Per il luogo sacro del mio sonno,
Ka mahue i ahau Il domestico cuscino che abbandono,
I Ngongo’ maunga Sull’alta vetta dello Ngongo.
Ka tu kau noa ra. Il mio monte si erge tanto solitario,
Te Ahi-a-Mahuika Spazzato dalle fiamme di Mahuika,
Nana i tahu mai-i. Sto andando molto lontano,
Ka haere ai au ki Moehau, Verso le alture di Moehau,
Ki Pirongia ra e, verso Pirongia,
I te urunga tapu e. A cercare un’altra casa.
E Te Rotokohu e! O Rotokohu, lascia che resti un poco ancora,
Kia ata akiaki kia mihi ake au Che dica addio al tempio della mia foresta,
Ki taku tuahu ka mahue iho nei. Il Tuahu che sto lasciando.
He ra kotahi hoki e, Dammi soltanto un altro giorno;
E noho i au; Soltanto un altro giorno
Ka haere atu ai e,   Epoi andrò,
Kaore e hoki mai, Na-a-i! E non ritornerò mai più!

 

Era un “Lochaber No More[4]” māori, dal ricovero ancestrale da cui il vecchio bestiame – non diversamente dai piccolo proprietari delle Highland dall’altra parte del mondo – furono sfrattati con ascia e incendi dai nuovi signori della terra.

“Eppure ci sono ancora creature fatate nei luoghi sicuri del Ngongotaha”, disse Huhia. “In giorni di nuvole e foschia, e quando le nebbie discendono ad avvolgere il fianco della montagna, è possibile sentire le esili voci del popolo Patupaiarehe, in alto sui monti, e anche la musica dei loro flauti, i putorino, dal suono molto dolce, come la musica dell’anima, attraverso la nebbia”.

 

[1] La parola può riferirsi a qualunque villaggio o insediamento difensivo, ma spesso si riferisce a fortezze – insediamenti fortificati con palizzate e terrazze difensive – e villaggi fortificati.

[2] Nella mitologia māori i patupaiarehe sono spiriti dall’incarnato pallido e dai capelli biondi o rossi, che vivono nel folto delle foreste e sulle vette delle montagne e sono spesso ostili agli umani.

[3] Espressione idiomatica per indicare che il parlante sa che qualcuno si troverà in difficoltà, ma che è soltanto colpa sua, perciò non prova per la vittima alcuna empatia.

[4] Anche detto Lament for Limerick, Lochaber No More è un tradizionale canto scozzese.

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