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Il quartetto della domenica: riflessioni sulla Parola

Un confronto tra esseri pensanti che si pone al di là del dualismo antico, ma sempre attuale, tra atei e credenti. È con questo spirito che sei anni fa nascono Le Riflessioni della domenica, l’iniziativa che si propone come un’occasione di scambio tra persone che hanno scelto di percorrere un cammino comune e consapevole verso l’orizzonte del senso.
Ma Le Riflessioni sono il frutto di un percorso ancora più antico, che da quindici anni (la prima edizione risale al 2005) propone a un ampio numero di amici e colleghi delle brevi riflessioni quotidiane durante il periodo della Quaresima, da sempre inteso come Ricerca dell’Uomo, Ricerca di Dio. Quaranta giorni che ogni anno trascorriamo insieme alle persone che amano farsi domande, al di là della possibilità di trovare risposte.

A darsi appuntamento ogni settimana per Le Riflessioni sono Michele Tartaglia, teologo, parroco della cattedrale della Santissima Trinità di Campobasso, Lodovico Balducci, oncologo geriatra e ricercatore universitario che da anni opera e vive in Florida, Giovanni de Gaetano, medico e ricercatore, presidente dell’IRCCS Neuromed di Pozzilli (Isernia), ideatore dell’iniziativa quaresimale e Marialaura Bonaccio, ricercatrice epidemiologa presso l’IRCCS Neuromed, specialista in Dieta mediterranea, laureata in filosofia e giornalista.  

LE RIFLESSIONI DELLA DOMENICA

23 GIUGNO 2019

 

Tutti mangiarono a sazietà (Lc 9,11-17).

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Gesù quando predicava, non chiedeva ai suoi ascoltatori il pedigree, non si preoccupava di parlare solo alle persone che stavano a posto con la loro coscienza o che si ritenevano in pace con Dio. Se c’erano tanti tra i reietti, i peccatori, gli etichettati dai benpensanti che lo ascoltavano è perché non si sentivano giudicati da un moralista, ma si sentivano incoraggiati a dare il meglio di sé da chi aveva una buona notizia (vangelo) da dare: Dio ci ama nonostante i nostri fallimenti e le nostre contraddizioni e ci dice che se diamo il meglio di noi siamo più felici, anziché vivere nella paura di vederci tolte le cose a cui ci attacchiamo. E quando si è trattato di prendersi cura di quelle folle non ha chiesto loro il certificato di buona condotta per ritirare la razione di pane, ma lo ha dato gratuitamente e in abbondanza; anzi ne aveva preparato così tanto che ne sono avanzate diverse razioni, anche per coloro che per qualsiasi motivo quel giorno non erano lì ad ascoltarlo. Quando penso allo scandalo suscitato dalla sola ipotesi di poter far accedere all’Eucaristia i divorziati risposati che fanno un cammino di fede (somigliando così alle “brave persone”), mi accorgo che forse del vangelo, come cristiani che difendono la tradizione, non abbiamo capito nulla: come si fa a proibire di accogliere quel Gesù che non ha mai voluto chiudere la porta in faccia a nessuno? Il vangelo dice che tutti mangiarono e furono addirittura satolli, perché Gesù, e con lui Dio Padre, desidera solo che noi possiamo fargli posto nella nostra vita; sarà la frequentazione con lui, l’acquisizione del suo stile che ci farà fare le scelte più giuste, anche se non sempre corrispondenti a regole e dettami che spesso ci incatenano anziché darci vita.

Michele Tartaglia

 

Il Corpus Cristi per lenire ogni sofferenza

Qual è la relazione tra il “Corpus Cristi” e la moltiplicazione dei pani e dei pesci narrata nel vangelo di oggi? Dopo averli nutriti della Parola viva, Gesù si è preoccupato di nutrire i suoi seguaci con pane e pesci, che miracolosamente si sono moltiplicati grazie alla sua benedizione. I cesti riempiti con gli avanzi suggeriscono che la moltiplicazione è avvenuta realmente, anche se non possiamo escludere che la fratellanza proclamata da Gesù abbia convinto le persone a mettere in comune gli spuntini che si erano portati con loro, prevedendo la lunga giornata. In ogni caso il messaggio coinvolge la relazione tra vita e sopravvivenza. La vita si nutre della Parola, la sopravvivenza di cibo concreto.  Senza vita, la sopravvivenza non fa senso, come dimostra l’epidemia di obesità nel mondo occidentale dove il cibo è divenuto una causa di malattie paragonabile al fumo, ma senza sopravvivenza non c’è vita.  In un libro poco conosciuto, “Il mistero Frontenac”, François Mauriac afferma: “sei destinato a cibarti di un cibo che non può alleviare la tua fame…” e riflette i commenti di Osea e di Gesù stesso (non di solo pane vive l’uomo). In altre parole la sopravvivenza deve sostenere la vita. La confusione tra vita e sopravvivenza avviene a molti livelli e in molti casi non è discernibile con chiarezza. Qual è il valore di un trattamento costosissimo per una malattia mortale, quando la fame è l’epidemia più letale nel mondo? Non credo si possa dare una risposta univoca a questa domanda. Però si può sostenere che la Parola vivente, il “Corpus Cristi” è disponibile nella sua forma sacramentale e in quella mistica per soddisfare ogni fame, per lenire ogni sofferenza.

Lodovico Balducci

 

Nessuno escluso

Forse perché si è fatto riferimento a una frase di San Paolo ai Corinti “chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore” (1Cor 11, 27), l’invito di Gesù a tutti, riportato nel vangelo odierno e nelle parole della “consacrazione”, è stato disatteso e circondato di divieti e paletti. San Paolo in realtà si riferiva agli abusi contro la carità che i Corinti facevano verso i più poveri e indigenti. A quei tempi banchetti fraterni precedevano l’Eucaristia ed erano l’occasione per occuparsi delle necessità dei bisognosi della comunità; si assisteva invece a divisioni e comportamenti mancanti di amore e attenzione verso i più poveri, i quali avevano poco o niente da mangiare, mentre i ricchi banchettavano dinanzi a loro. Non era quello il modo giusto per disporsi alla Cena del Signore e per riceverne il corpo e il sangue. La dissociazione tra eucarestia e amore (carità) è divenuta sempre più una prassi che ha reso lo spezzare del pane un rito circondato da definizioni teologiche e digiuni preparatori, fino a farlo precedere obbligatoriamente dalla pratica post-tridentina della confessione. Se confessato, il padrone poteva fare la comunione insieme all’operaio che sfruttava, l’italiano accartocciato su stesso e le sue paure insieme al migrante, se pure quest’ultimo era ammesso in chiesa…Il “corpus Domini” non si è accampato con una tenda provvisoria in mezzo alla gente, ma è stato isolato in tabernacoli preziosi tempestati di diamanti. Abbiamo inseguito miracoli eucaristici per rassicurarci della presenza del corpo del Signore, senza riconoscerLo nei milioni di rifugiati dell’ONU e dei poveri delle nostre città. Prendete e mangiate tutti. Tutti, ha detto il Signore.

Giovanni de Gaetano

 

Liberi tutti

Probabilmente questo è uno dei vangeli che maggiormente disvela l’essenza del Cristianesimo. Non una relazione uomo-Dio, bensì comunità (di uomini) – Dio. Se qualcuno si imbattesse per la prima volta in questo testo, anche se non sapesse nulla di Gesù e della sua storia, due cose gli sarebbero subito chiare. Per prima cosa, la naturale tendenza degli uomini a proteggere se stessi e la propria individualità anche a danno degli altri opportunamente motivata con limiti obiettivi (Non abbiamo che cinque pani e due pesci); in secondo luogo, la straordinaria opera di disvelamento da parte del Cristianesimo, che invece di dare una consolatoria pacca sulla spalla, mostra agli uomini quanto i limiti che sembrano invalicabili siano in realtà superabili se solo si cambia prospettiva. Ecco, il senso di questo vangelo, oltre a uno straordinario omaggio allo spirito di comunità, è anche un invito accorato a lasciarsi alle spalle una visione del mondo unicamente vincolata ai nostri limiti, che siano essi fisici, morali oppure culturali. E in questo senso il Cristianesimo è davvero la religione della liberazione. Per tutti, nessuno escluso.

Marialaura Bonaccio

 

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