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Il rito del fuoco

[…] La meraviglia della diciassettesima casa, quella che ancora adesso rimpiango, fu il camino, che ci permise la scoperta del fuoco. Se un camino lo avevo sempre sognato, non avrei mai potuto immaginare cosa significhi conviverci. C’era un camino anche nell’epica casa di campagna lasciataci da zio Riccardo a Mignano di Montelungo, ma non lo vedevamo mai acceso, perché tra gli ulivi andavamo a trascorrere l’estate. Lo vedemmo vivere soltanto una volta, quando nonno Michele venne a trovarci da Roma con nonna Teresina. Era settembre e di sera il primo freddo si faceva sentire. Da ruvido ex poliziotto, con due guerre sul groppone, nonno Miche’ non esitò a demolire un vecchio mobile per darlo in pasto alle fiamme e dare il via alla grande festa del fuoco, cui noi bambini assistemmo con timore reverenziale.

Dapprima, al cospetto della severità d’altri tempi del focolare, l’emozione e la paura m’impedivano di realizzare il sogno e di godermelo. Poi, con il passare dei giorni e con l’aumentare del freddo, presi coraggio e mi procurai tutto l’essenziale per accendere il fuoco.

La prima accensione fu memorabile. Utilizzai dei fogli su cui erano stampate alcune poesie. All’inizio la legna non ne voleva proprio sapere di prendere fuoco. Dovetti aggiungere carta, poesie, pensieri, respiro, preghiere, provare e riprovare, finché non vidi levarsi una fiamma sottile. E furono gioia e sorpresa. Gioia e sorpresa crescevano nella misura in cui la fiamma diventava più alta. Quando aggiunsi un po’ di legna, la fiamma sottile s’ingrossò in una lingua di fuoco. Poi la lingua si spaccò e moltiplicò.

Quella sera restammo a lungo seduti sul tappeto davanti al camino, a osservare il fuoco in silenzio. Avevo l’impressione che, oltre a godersi il tepore, anche gli animali folssero magnetizzati dalla bellezza del fuoco, dalla sua furia divoratrice, dall’alchimia con cui alimentava se stesso per non morire.

Non c’è nulla di più caldo del fuoco nelle giornate d’inverno. Niente a che fare con la stufa o con il termosifone. Il fuoco è calore ancestrale, è canto di legna che si consuma nella scrosciante cascata verticale. È odore che viene da lontano, calore da un corpo che è stato vivo e che ancora racconta di rami e di foglie e di stagioni. È un tepore che ti entra dentro e tocca le corde del profondo.

Il fuoco ipnotizza e attrae nella sua energia. Nel suo bruciare, il corpo di legno, ti riporta al sentore di radici delle braci, che covano a lungo la luce prima di morire.

Davanti al camino mi sembrava di essere tornata indietro nel tempo fino alla mia epoca. Ma le prime volte che lo accendevo ne avevo paura. Mi sembrava che quelle lingue guizzanti potessero sporgersi oltremisura in un soffio, uscire dai loro confini, divorare la casa come un ciocco di legna. Non riuscivo a rilassarmi né allontanarmi neppure per un istante. Poi imparai che il fuoco non è cattivo, e che sa stare benissimo al suo posto. Mi piaceva il fatto che avesse sempre fame, che chiedesse legna per dare calore, e che fossi io a doverlo alimentare, per non lasciarlo morire. Nutrire il fuoco è prendersi cura. E prendersi cura è guarire.

Accendere il fuoco divenne un rito da ripetere più volte durante la giornata. La prima accensione si officiava al mattino, al ritorno dalla lunga corsa con Eva nella nebbia. Bastavano pochi minuti davanti al camino per sciogliere il ghiaccio nel sangue e avvertirne il tepore nei muscoli stanchi. Poi mi sedevo alla scrivania per lavorare, con il fuoco alle spalle, Eva e Sunny stesi sul grande tappeto davanti al camino, Titti nella cuccia, al mio fianco. Scrivevo al ritmo del coro dei respiri, che si univa all’assolo senza pari del fuoco.

Quell’anno piovve molto e scoprii la meraviglia unica del concerto grosso d’acqua e di legna, quando i passi precisi e insistenti delle gocce sui vetri e il liquido scalpiccio sul selciato sposano le frustate lievi e irregolari e il passo scattante della fiamma nel focolare. Al mattino scoprii il sollievo di lasciarsi asciugare dal fuoco al ritorno dalle nostre corse sotto la pioggia battente, quando hai l’impressione che il calore ti sfiori le ossa e le consoli.

Dopo pranzo il rito si ripeteva. Bisognava ravvivare il fuoco dalla brace annidata sotto le ceneri, perché bruciasse alle mie spalle mentre lavoravo nei lunghi pomeriggi invernali.

Ma il rito più bello e più alto era quello celebrato dopo cena. La notte è la casa del fuoco, che nel buio si manifesta in tutto il suo furioso splendore. Quando la fiamma era stabile e fiera, accendevo anche le candele e i lumini posizionati in cerchio attorno al focolare, spegnevo le luci artificiali e ci trasferivamo tutti sul divano: Titti sulla pancia e Sunny sul bracciolo a farmi la pasta sulla spalla, con espressione cucciola e beata, emettendo un ronzio cullante di alveare.

Eva era sempre l’ultima a raggiungerci. Restava a lungo seduta davanti al camino, ipnotizzata dal fuoco, magnetizzata dal calore. Io restavo ipnotizzata dal fuoco di mogano del suo mantello, che guizzava in onde nella penombra come un incendio speculare.

Infine anche Eva veniva a stendersi accanto al divano, e non mancava più nulla. Mi piaceva restare lì, a scaldarci a vicenda, e lasciarci scaldare dal fuoco, senza fare nient’altro che stare vicini ad ascoltare quel canto, con la fiamma dentro le pupille.

Il rito mattutino della pulitura del camino mi provocava sempre un misto di malinconia e tristezza. Mi chiedevo dove fossero finite tutte quelle fiamme guizzanti, dove fosse evaporata la loro potenza, la furia del corpo di fuoco. Raccogliendo le residue schegge di legno bruciato e ammucchiando la cenere con lo scopino, per metterla in un grande secchio di metallo in giardino, mi sembrava impossibile che tutta quella vita si fosse dissolta, che avesse lasciato soltanto pochi frammenti e cenere fredda. Mi sembrava impossibile che il gelo fosse tornato nella stanza.

A volte però scoprivo qualche scintilla in cova nel silenzio: sotto il mucchio di cenere spenta, un po’ di brace pulsava calda nel buio. Avrebbe contribuito a dar vita all’incendio della giornata nascente. […]

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