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Jean-Aubert Loranger.

 

a cura di Stefano Serri

 

 

LorenagerJean-Aubert Loranger nasce nel 1896 a Montréal, in una famiglia agiata (tra gli avi, un romanziere e un colonnello). Dopo gli studi a Mont Saint-Louis e diversi impieghi (che gli permettono un soggiorno europeo, a Parigi), diventa giornalista per La Patrie, La Presse e Montréal-Matin, ricoprendo anche incarichi diversi, come quello di segretario particolare del ministro della marina a Ottawa. Nel 1920 esce il suo primo volume, Les Atmosphères, una breve raccolta di prose poetiche, e nel 1922 l’unico suo libro edito di versi, Poèmes. Con Le Village, nel 1925, inizia a prendere forma la sua vena narrativa; si tratta di un volume di racconti e novelle legati al suo paese (il sottotitolo recita espressamente “A la recherche du régionalisme”), dove trova posto anche una breve farsa in un atto, L’Orage. L’autore in seguito si mostrerà critico verso questo libro, confermando anche con la produzione successiva la distanza dal movimento regionalista. La sua attività intellettuale di manifesta, oltre che nelle opere, con la partecipazione al gruppo di Nigog e all’Ecole littéraire de Montréal. La parte più cospicua della sua produzione è nei racconti, pubblicati in rivista, (soprattutto per La Patrie). Tra queste prose, si distingue un ciclo di racconti, dedicato a un personaggio, Joë Folcu, mercante di Tabacco, creato nel 1940: le pagine a lui dedicate saranno riunite in un libro postumo. Negli ultimi anni della sua breve vita, torna a lavorare a un progetto poetico. Si tratta di Terra Nova, una suite rimasta allo stadio di abbozzo, da lui definita come una “raccolta di versetti, salmi, odi e canti funebri”, dove è possibile, dai pochi frammenti rimasti, intuire l’influenza di Saint-John Perse. Loranger è morto il 28 ottobre 1942.

Nella opera di Loranger, il viaggio e il dimorare diventano i due poli di una tensione mai esaurita. Se nei versi domina il viaggio, l’evasione e il significato di un ritorno, i racconti sono il regno della concretezza e della quotidianità. La scrittura di un’artista canadese dei primi del novecento si confronta infatti tra la dimensione “provinciale” della propria patria e la grande utopia europea, francese in primis. Per i suoi primi due libri, la critica parla di unanimismo; ad esempio in Les Atmosphères, sono citati espressamente Jules Romains e Charles Vildrac. Influenze della N.R.F. sono evidenti nei suoi primi poemi, così come spicca l’esempio di Apollinaire con uno dei suoi versi più celebri « Ouvrez-moi cette porte où je frappe en pleurant », che diventerà l’incipit della poesia dedicata al figlio prodigo e qui tradotta.

Poèmes si pone in contrasto con la pratica della versificazione tradizionale, dominante nel panorama letterario canadese del tempo, raccogliendo testi diversi per forma e temi: si va dai brevi haiku al poema lungo, come quello qui proposto, fino ai frammenti di poesie mai realizzati; si descrivono angoli di strada e vedute marine, il passare del tempo e l’estasi dell’istante (“moments” si intitola una lunga sezione del libro). Una parola chiave del libro potrebbe proprio essere “momento”, insieme a “immagine”, non solo per la dimensione a tratti impressionista della successione di visioni e suggestioni, ma anche per la scansione del libro, articolata in istantanee e suggerimenti più che in un lungo e articolato discorso. Il ritorno del figlio prodigo, qui tradotto, non contraddice questo impianto: al di là della lunghezza, è un testo composto da frammenti, riprese di versi o intere strofe, articolate in sei capitoli (più quattro poesie sparse che qui non si ripropongono). La parabola evangelica diventa un atto di amore verso la poesia, che permette all’autore di incastonarsi in una terra e in un tempo, combattendo il dominio dell’illusione e della clessidra. Il testo è tratto da “Les atmosphères suivi de Poèmes. Editions HMH 1970 Montréal (con una prefazione di Gilles Marcotte). Édition de référence: 1922, L. Ad. Morissette, Montréal.

 

 

 

 

Il ritorno del figlio prodigo

 

Al dottor René Pacaud

 

 

I

 

Aprite questa porta dove piango.

 

La notte mi s’infiltra nell’anima

Dove si va estinguendo la speranza,

E il mio lamento è così simile al vento

Che nessun cane ha abbaiato.

 

Apritemi la porta, e fatemi

Un’elemosina di quello splendore

Che dà la gioia sotto i vostri lumi.

 

Ovunque, ho cercato l’Introvabile.

 

Su strade che troppi passi

Hanno un tempo macinato in polvere.

 

In una locanda dove il vino rosso

Richiamava crimini innumerevoli,

E sui balconi della credenza,

I piatti, la faccia pallida

Di vagabondi illuminati

Caduti là in fondo al loro sogno.

 

All’aurora, quando le montagne

Si coprono di uno scialle di nebbia.

 

All’incrocio di un vecchio villaggio

Senza amore, in una sera oscura,

E il cuore creduto morto

Sorpreso da un ritorno della fiamma,

 

Un giorno, in cima a una diga,

Dopo una partenza, quando sono tiepidi

Ancora gli anelli della stretta

Delle funi, e che si richiude,

Sul suo proprio orrendo vuoto,

Una mano cercando di afferrare

La forma evasa di un’altra mano,

 

Un giorno, in cima a una diga…

 

Ovunque, ho cercato l’Introvabile.

 

Nei cigolii degli espressi

Dove i silenzi degli arresti

Si riempiono di nomi di stazioni.

 

In una pianura dove gli stagni

Si aprivano al cielo come occhi chiari.

 

Nei libri che sono spazi bianchi

Lasciati in margine alla vita,

Dove ascoltatori hanno scritto,

Della conferenza delle cose,

Confuse annotazioni

Prese quasi di nascosto.

 

Davanti a chi mi guarda fisso,

 

E chi mi giura odio,

E nella ragione indovinata

Dell’odio con cui mi opprimono.

 

Non sapevo più, del paese,

Meritare una pace maturata

Da cose semplici e ben note.

 

Troppi fumi hanno insegnato

Al porto la via dell’azzurro,

E l’acqua pestava i piedi impaziente

Contro le porte delle chiuse.

 

Aprite questa porta dove piango.

 

La notte mi s’infiltra nell’anima

Dove si va estinguendo la speranza,

E il mio lamento è così simile al vento

Che nessun cane ha abbaiato.

 

Apritemi la porta, e fatemi

Un’elemosina di quello splendore

Che dà la gioia sotto i vostri lumi.

 

 

II

 

Non è il cuore che manca,

Né il desiderio appagato,

Ma la rotta che si allunga

Che manca all’improvviso.

 

Ci regge dopo

I primi passi della partenza,

La nostra marcia la svolge

Dietro di noi senza riposo.

 

Ma quando finisce l’ampiezza,

Si irrigidisce d’un tratto

Come un filo di aquilone,

E richiama alla terra

L’incontrollabile ascensione,

Il bisogno smisurato dell’azzurro.

 

Non è il cuore che manca,

Né il desiderio appagato;

Ma è la rotta per cui

La mia anima regge il passato.

 

 

III

 

Le ore si sgranano incessanti

Dall’immobilità del tempo,

E nella clessidra, la caduta,

Senza fine, ricomincia sempre

Dalle mie speranze sbriciolate.

 

Appesantita dai dolori umani,

L’ora crolla insieme alla sabbia

E s’ammucchia in un passato

Che si dovrà vivere di nuovo.

 

Il futuro non è che un ritorno

Perpetuo sopra se stessi,

Vita che si riprende a rovescio

Un passato sempre ripetuto

Come una clessidra che si ruota.

 

Si ammucchia in fondo a tutti i cuori,

Appesantito dai dolori umani,

Un passato da vivere di nuovo.

 

 

IV

 

Meraviglioso preludio abbagliato

In questi bei mattini sicuri di loro stessi,

Quando nell’anima ancora persiste

L’illusione di gioie accessibili.

 

Tutto il meglio del futuro

Si svelava allora indifeso,

E l’alba che assediava il temporale

Era troppo pura per credere all’ombra.

 

I cammini insegnavano la speranza,

E io non volevo sapere altro

Che questa cara congiunzione

Dei miei sogni che troncano lo spazio.

 

I miei passi, nella polvere, segnavano

Una decisione implacabile

Di cui nessuno avrebbe detto

Che ignoravano tutto della vita.

 

Chi avrebbe potuto dire allora

Che una così gloriosa andatura

Annunciava la via sulla china

Di un Golgota doloroso?

 

E che in un ritorno pentito,

Questo pellegrino della conquista

Non sarebbe altro che un vagabondo

Che cerca le sue tracce nel vento.

 

 

V

 

Eppure…

Cosa sarei diventato

Non più incastonato nel tuo amore…

 

Il ciondolo, di cui svanisce,

Al ricordo, il vestigio

Che ravvivava del passato,

Non si paga a peso d’oro,

Sul piatto della bilancia.

 

E per averti tanto amato,

Dentro la teca del tuo abbraccio,

Questo cuore, che hai disconosciuto,

Non si ringiovaniva

Dell’oro per cui era stato usato.

 

VI

 

Com’è corto tutto questo

Quando lo vedo ormai alla fine.

 

Non mi ricordo

D’essere stato vagabondo,

E non ci credo alla strada,

E alla promessa che feci.

 

Come posso controllare,

Con la mia memoria soltanto,

I passi intercettati:

Un passato che si riduce

Nella mia memoria stanca.

 

Sono stabile, adesso,

Circoscritto in un esergo

Questo grande muro tutto attorno

Alla casa del ritorno.

 

Che m’importa l’orizzonte,

E che indietreggi ogni giorno

Davanti a colui che ci si vota.

 

Ora che io dimoro,

La distanza maggiore

La misura il mio occhio.

 

 

 

 

Le retour de l’enfant prodigue

 

Au docteur René Pacaud


 

 

I

 

Ouvrez cette porte où je pleure.

 

La nuit s’infiltre dans mon âme

Où vient de s’éteindre l’espoir,

Et tant ressemble au vent ma plainte

Que les chiens n’ont pas aboyé.

 

Ouvrez-moi la porte, et me faites

Une aumône de la clarté

Où gît le bonheur sous vos lampes.

 

Partout, j’ai cherché l’Introuvable.

 

Sur des routes que trop de pas

Ont broyées jadis en poussière.

 

 

Dans une auberge où le vin rouge

Rappelait d’innombrables crimes,

Et sur les balcons du dressoir,

Les assiettes, la face pâle

Des vagabonds illuminés

Tombés là au bout de leur rêve.

 

À l’aurore, quand les montagnes

Se couvrent d’un châle de brume.

 

Au carrefour d’un vieux village

Sans amour, par un soir obscur,

Et le coeur qu’on avait cru mort

Surpris par un retour de flamme,

 

Un jour, au bout d’une jetée,

Après un départ, quand sont tièdes

Encor les anneaux de l’étreinte

Des câbles, et que se referme,

 

Sur l’affreux vide d’elle-même,

Une main cherchant à saisir

La forme enfuie d’une autre main,

 

Un jour, au bout d’une jetée…

 

Partout, j’ai cherché l’Introuvable.

 

Dans les grincements des express

Où les silences des arrêts

S’emplissent des noms des stations.

 

Dans une plaine où des étangs

S’ouvraient au ciel tels des yeux clairs.

 

Dans les livres qui sont des blancs

Laissés en marge de la vie,

Où des auditeurs ont inscrit,

De la conférence des choses,

De confuses annotations

Prises comme à la dérobée.

 

 

Devant ceux qui me dévisagent,

 

Et ceux qui me vouent de la haine,

Et dans la raison devinée

De la haine dont ils m’accablent.

 

Je ne savais plus, du pays,

Mériter une paix échue

Des choses simples et bien sues.

 

Trop de fumées ont enseigné

Au port le chemin de l’azur,

Et l’eau trépignait d’impatience

Contre les portes des écluses.

 

Ouvrez cette porte où je pleure.

 

La nuit s’infiltre dans mon âme

Où vient de s’éteindre l’espoir,

 

Et tant ressemble au vent ma plainte

Que les chiens n’ont pas aboyé.

 

Ouvrez-moi la porte, et me faites

Une aumône de la clarté

Où gît le bonheur sous vos lampes.

 

 

II

 

Ce n’est pas le coeur qui manque,

Ni le désir rassasié,

Mais la route qu’on étire

Qui fait défaut tout à coup.

 

Elle tient à nous depuis

Les premiers pas du départ,

Notre marche la déroule

Derrière nous sans relâche.

 

Mais quand finit l’amplitude,

Elle se raidit soudain

 

Comme un fil de cerf-volant,

Et qui rappelle à la terre

L’incontrôlable ascension,

L’immense besoin d’azur.

 

Ce n’est pas le coeur qui manque,

Ni le désir rassasié ;

Mais c’est la route par quoi

Mon âme tient au passé.

 

 

III

 

Les heures s’égrènent sans cesse

De l’immobilité du temps,

Et dans le sablier, la chute,

Sans fin, recommence toujours

De mes espoirs pulvérisés.

 

Alourdie des douleurs humaines,

L’heure s’écroule avec le sable

Et s’entasse dans un passé

Qu’il faudra de nouveau revivre.

 

 

L’avenir n’est rien qu’un retour

Perpétuel sur soi-même,

La vie qu’on reprend à l’inverse,

Un passé toujours ressassé

Comme un sablier qu’on retourne.

 

Au fond de tous les coeurs s’entasse,

Alourdi des douleurs humaines,

Un passé qu’il faudra revivre.

 

 

IV

 

Merveilleux prélude ébloui

Dans ces beaux matins sûrs d’eux-mêmes,

Quand persiste encore dans l’âme

L’illusion des joies accessibles.

 

Tout le meilleur de l’avenir

Se livrait alors sans défense,

Et l’aube qu’assiégeait l’orage

Était trop pur pour croire à l’ombre.

 

 

Les chemins enseignaient l’espoir,

Et je ne voulais rien savoir

Que cet environnement cher

De mes rêves tronquant l’espace.

 

Mes pas marquaient, dans la poussière,

Une implacable décision

Dont personne aurait pu dire

Qu’ils ignoraient tout de la vie.

 

Qui donc aurait pu dire alors

Qu’une si glorieuse démarche

Apprenait la vie sur la pente

Douloureuse d’un Golgotha ?

 

Et qu’en un retour repenti,

Ce pèlerin de la conquête

Ne serait plus qu’un vagabond

Cherchant ses traces dans le vent.

 

 

 

V

 

Et pourtant . . .

Que serais-je devenu

Desserti de ton amour…

 

La breloque, dont s’éteint,

Au souvenir, le vestige

Qu’elle avivait du passé,

Ne vaut que son pesant d’or,

Au plateau de la balance.

 

Et pour t’avoir tant aimé,

Enchâssé dans ton étreinte,

Ce coeur, que tu désavouais,

N’allait pas se rajeunir

De l’or dont il était usé.

 

VI

 

Comme tout cela est court,

Quand je le vois par la fin.

 

Je ne me souviens pas

D’avoir été vagabond,

Et je n’en crois pas la route,

Et le voeu que je lui fis.

 

Comment puis-je recenser,

Sans plus rien que ma mémoire,

Des passés qui s’interceptent :

Un passé rapetissé

Dans ma mémoire lasse.

 

Je suis stable, maintenant,

Circonscrit dans un exergue

Qu’est ce grand mur tout autour

De la maison du retour.

 

Que m’importe l’horizon,

Et qu’il recule toujours

Devant celui qui s’y voue.

 

Maintenant que je demeure,

La distance la plus grande

C’est ce que mon oeil mesure.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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