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Ilaria Biondi, Mentre sboccia l’ultimo canto

 

Il fiore maledetto del mio ventre

Ho traslocato i ricordi nella stanza chiusa
della mia anima in polvere
resti d’ombra nelle viscere buie –
bimba orfana randagia d’affetto
incrostata al vuoto di una vita negata
volo fragile di cuore senza lacrime.

Nel damasco unto della gonna
raccolgo scampoli gualciti
di miseria e voluttà perduta,
mentre sboccia l’ultimo canto
di una piccola creatura,
il suo invisibile muto pianto.

Nell’ora chiara in cui l’onda vola lontano
fra il lume di nebbia azzurra di Honfleur
cade il mio viso
e sussurra piano.

Amore amaro di madre abortita
singhiozzo sputato fuori dal grembo
Pierre Charles – sgorbio di figlio
vestito di candore sghembo
che mi trafiggi di versi celestiali
di peccati ostinati
non sperperare nel fuoco del rancore
la tua carne, il mio sangue
——sul tuo cuscino del male, la mia eterna espiazione.

Poesia ispirata alla figura di Caroline  Archenbaut-Defayis, protagonista della “biografia romanzata” Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire (2016, Castelvecchi) di Franca Zanelli Quarantini

 

 

 

 

 

Canta mia madre le rose bianche
(leggendo Annie Ernaux)

——all’ospizio
mutande sporche sotto il cuscino
unghielunghecapelliirsuti
quasi-pelo di animale scucito
la mano non riconosce il mento
srotoli bestemmie a un santo
carezze sulle braccia, sulle mani
contro l’anestesia dei ricordi perduti

———————in un inverno come questo
———————non arriva mai la luce
———————piove col cielo asciutto il buio
———————le parole cadono in ginocchio
———————e nell’abbaglio del gelo
———————il tuo alfabeto tace la voce

[non sono uscita dalla notte del tempo
lasciatemi volare e leccare il vento
]

 

 

 

 

 

Salvie rosse mi sbocciano sul cuore
(per Antonia Pozzi)

All’ombra del silenzio della luna                            
fra le ciglia schive delle miosotidi
il vento allaccia lacrime azzurre
alle corolle smemorate dell’autunno.

Intingo la pelle nei grappoli di rosa
nei ventagli trapunti di rugiada
mentre rondini irrequiete di luce
come vergini spose
sussurrano parole di polvere alla tua voce. 

Ho custodito per te
le chiome spettinate del viburno
dove accesi al rosso di boccioli senza seme
penzolano i bisbigli d’acqua dei bucaneve.

Hai posato nel buio collane d’argento                                  
filate con dita nascoste tra le nuvole,
accanto ai fili d’erba
e in quell’odore di cielo che mi porgi
il mio cuore scalzo combacia col tuo pianto.

Sarà fiore di spina sulle sere chiare
a tacere il peso dei mughetti amari
del mio andare lieve incontro ai prati di stelle
che danzano petali bianchi
nel grembo paziente dei giunchi – l’inverno.

(Premio “Per troppa vita che ho nel sangue” edizione 2019 – II classificata)

 

 

 

 

 

Ortografia di un esilio (leggendo Agota Kristof)

I.

Non c’è musica fra gli alberi [qui nell’internato]

Dove il filo dell’infanzia d’argento
si spezza chiaro / e senza pupille
l’acqua fredda e il silenzio costretto
con il peso della memoria negli occhi
camminate la notte sui tetti
la foresta a piedi / con la mia ombra accanto
così chiusa sopravvivo ai giorni
di confine
nella fame delle dita gelate
senza guanti senza penna senza scarpe
ritornano in bocca le parole
come tua e mia preghiera senza dio
chiama la mia voce la vostra assenza
nella gola delle sillabe il vuoto
si scioglie prende forma di foglia
sulla lacrima nel foglio
dove scrivo e cado solitudine
piango madre padre fratelli lasciati
stanze con addosso finestre sconosciute
/ Je pleure surtout ma liberté perdue /

 

II.

Lingua materna matrigne lingue

In questa città frontiera che balbetta
il suono nemico di una lingua nuova
/ au début, il n’y avait qu’une seule langue /
strappo delle labbra morso dei denti
contare le consonanti in fila
come soldati in piedi, intorno
spaccarci il palato su fonemi annodati
di rancore
(dominazione austriaca, occupazione russa)
sto nel buio a vegliare la mia piccola terra
masticare nomi in segreto
dondolando sulla punta delle unghie
la mia lingua interdetta 

 

III.

La mia anima analfabeta
(réfugiée en Suisse)

La camera calda e il letto
luce accesa sulle piastrelle gialle
burro latte il pane sulla sedia
odore di casa sulla gonna

———————Avevo ventun anni e un neonato
———————gambe forti a solcare la frontiera
———————chiuso l’uscio dei miei giorni andati
———————ho cancellato l’orma dei miei passi
———————neanche il tempo di un arrivederci
———————chiodo appeso alla mia carne giovane

———————in quel novembre consumato di gelo
———————schiaffo di pioggia sulla frangia scura
———————ho perso il mio villaggio nella nebbia
———————con le ossa spaccate del ricordo
———————non mi appartiene più, il mio popolo
———————naufraga radice che galleggia sulla pietra

la radio grida un vecchio dolore
un passatore un bimbo clandestino
morto di freddo di fame di fatica
non tace la memoria conta la croce
l’addio la partenza s’estirpa il silenzio
dal rumore del lutto nel mio cuore

———————mia lingua perduta
———————non avevo valigie solo un sacco di iuta
———————lì sei rimasta, sepolta insieme alla paura

———————lottano le mie dita con un nuovo alfabeto
———————posso parlare scrivere senza alcun divieto
———————/ cette langue, je ne l’ai pas choisie /
———————studio fino a stringere al petto le parole
———————della lingua che rammenda la mia seconda vita
———————lingua della fuga della promessa
———————del destino amaro
———————lingua nemica
———————che uccide adagio la mia voce antica.

(Premio “Novella Torreggiani” edizione 2020, I classificata)

 

 

 

 

 

Con-tesa parola
(scoppierà in singhiozzi il verso)

Chi custodisce
il rammendo delle zanzare
che presso il fiume in attesa
tessono ragnatele di aghi di pino
mentre la betulla sussurra redenzione
all’ora azzurra
di un mattino senza sandali né peccato?
C’è ancora il pianto di un’allodola
a spegnere sugli aceri
——-il volo bianco delle stelle.

Voglio riposarti nel silenzio
fra i petali chiari del cielo
nei capelli morsicati dalle streghe
all’ombra delle sillabe
che mi tramontano sui fianchi.

Tienimi, Poesia, nelle ossa
————————–spaurite dal buio
da sentirle fremere sui versi delle conchiglie
a seminare anafore tra le cellule in letargo
al riparo dalla doglia / soffia le mie colpe                                                                  
aggiusta il bisturi che nega l’espiazione
lavami l’esilio che m’intinge la lingua
e nell’ora insonne di spine e sudore
allacciami alla lenza di un canto
dove – sgocciolando dolore –
traccio a matita la morte delle lucciole

(Premio “Nika Turbina” edizione 2020 – Menzione d’onore)

 

Ilaria Biondi vive in un piccolo borgo dell’Appennino Parmense.

È laureata in Lingue e Letterature Straniere e ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Letterature Comparate.

Attualmente si dedica all’insegnamento, con incarichi presso la Scuola Primaria e come titolare di corsi di lingua straniera e di letteratura per adulti.

Ama lavorare con i bambini e organizza letture animate, laboratori poetici e ludico-creativi presso biblioteche.

Si occupa di poesia e traduzione letteraria (in collaborazione con la Community “La Bottega dei Traduttori”), con particolare interesse per la letteratura al femminile, fantastica e per l’infanzia.

Ha collaborato per diverso tempo con blog e siti letterari con articoli e recensioni. 

Nel 2011 pubblica il volumetto a carattere biografico-critico, Raymond Radiguet. Giovinezza perduta, eterna giovinezza (Delta Editrice).

Nel marzo 2017 esce la sua prima silloge poetica, In canti di versi (Edizioni Il Papavero) e nel dicembre dello stesso anno la raccolta di haiku L’età dell’erba (FusibiliaLibri).

Nel settembre 2018 pubblica la sua terza silloge di poesie, Corpo di vento (Controluna Edizioni).

Suoi componimenti sono presenti in diverse antologie.

Sensibile alla tematica della violenza di genere, ha partecipato con suoi racconti alle antologie Mille voci contro la violenza (2018, La Strada per Babilonia) e Caro maschio… che mi uccidi. Poesie e lettere romanzate di donne morte ammazzate (2019, FusibiliaLibri) e con sue poesie ad un’antologia di cui è anche co-curatrice insieme a Ilaria Negrini e Maria Cristina Sferra (Golem Edizioni, 2020).

Un suo racconto per bambini è inserito nell’antologia Favolando – I colori della diversità (2017, Apollo Edizioni), di cui è anche co-curatrice insieme a Liliana Sghettini.

Nel 2018 pubblica Lettera alle Parole (FaLvision Editore, con illustrazioni di Serena Mandrici), un testo per bambini di cui è disponibile anche la trascrizione in lingua Braille.

Nel 2020 esce la silloge di poesie per bambini (illustrata da acquarello da Marta Vecchi) Le stagioni nascoste con Apollo Edizioni.

In corso di stampa presso le Mezzelane Editrice la silloge Il silenzio degli alberi che rappresenta per l’autrice un ritorno profondo e necessario al tema della Natura, a quella Natura dimessa – caratterizzata da semplicità austera e selvatichezza umile – dell’Appennino parmense, che rappresenta la sua Terra-Madre.

Suoi temi di predilezione sono la memoria (personale, collettiva e dei luoghi), l’indagine dell’animo femminile, la violenza di genere, la maternità (soprattutto nelle sue derive dolorose e nei suoi aspetti oscuri), la ricerca di uno spiraglio d’invisibile nell’infinitamente piccolo di una Natura bella, semplice, austera e selvatica, in risposta a un insaziato e insaziabile bisogno d’Altrove, la letteratura migrante e dell’esilio (e tematiche ad essa connesse: metissaggio linguistico e contaminazione, sradicamento e questione identitaria, plurilinguismo, exofonia).

 

 

 

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