Facebook

Ilaria Cino su “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

Se per orientarci nella lettura di un’opera poetica ci avvalessimo di una tipizzazione cara
alla Rosselli, collocheremmo Michele Nigro con i suoi Pomeriggi perduti (Edizioni Kolibris, 2019) tra i poeti della ricerca, della ricerca del “segno arcaico”, di quella difficile “Sincronia tra passi e cuore” che ci danno l’idea dell’esperienza creativa. Ma cosa fa di una poesia una poesia, ovvero qualcosa che non esprima unicamente la soggettività del momento ma che abbia in sé la tensione all’universale, che porti dentro un segreto come ci ricorda Ungaretti e prima ancora Leopardi? Ce lo rammenta l’autore nella bellissima lirica “Le cose belle di sempre” dove memorie, tormenti, immagini, neologismi vengono dissotterrati per divenire “sementi di futuro”, per confluire e formare quel plurilinguismo che fa dello stile di Michele Nigro un tratto fresco e inconfondibile: “E prima di partire faccio scorta di immagini e di vento/ di stelle sorgenti/di colori e ronzii/nel silenzio dell’angolo/riempire occhi e mente/con strade deserte/foglie morenti/frutti appesi al tempo…”.
La raccolta si apre con un celebre verso di Withman ad indicarne il filo conduttore, il leitmotiv che si concretizza come “lenta risposta alla vita”: “Che sarei alla vita / se non
avessi / un’intima voce, quella parola / scavata in cerca di / passaggi eterni / come sospiri tra i rumori?”.
È presente in più liriche come in “Finirà” la volontà di voler testimoniare l’esperienza del mondo, i suoi riverberi nella storia privata, e tentare di colmare “le distanze tra la piccola storia e l’infinito”: “Questo fuoco finirà, la sua luce avvolta/dalle tenebre del tempo, / non per volontà umana /. Finirà la storia / questa terra abusata / la gloriosa specie, / finiranno / i nostri anni insieme / e finiremo noi / che agguantiamo il presente / di vita avidi”. 
Ma qual è la segreta aspirazione di una natura indomita come quella di Nigro, una “natura destinata a evadere” così come si racconta nella lirica “Décadent”? Oltre allo sperimentalismo linguistico e alla ricerca dell’estetica, di una struttura formale e musicale che dia il senso del bello, semplicemente che “ritrovando queste mie ossa / modellate a forma di penna / qualcuno possa dire / le hanno amate”.
 
Ilaria Cino
 

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: