Facebook

Interpretarci nel mondo. “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

Stefano Serri su Pomeriggi perduti di Michele Nigro. In stampa per Edizioni Kolibris

 

O diario, o mappa. Tra questi due modi di incasellare la vita, scegliendo se eleggere il tempo come voce narrante o piuttosto stabilire lo spazio come legenda della realtà, tra questi due paradigmi utili per tenere sotto controllo la vastità dei chilometri e la brevità degli attimi, potremmo, per gioco critico o serissima scommessa, classificare gli scrittori e ancor meglio i poeti del nostro recente e ancor contemporaneo novecento: a ben vedere, la maggior parte delle opere di sperimentazione poetica oscillano tra questi due tentativi di incolonnare i mondi e gli io.

Per cominciare, mappa è, ad esempio, a dispetto dell’incedere per date e annotazioni cronologiche, quello che Campana delinea con i suoi Canti, in un peregrinare liquido e insorto; diario totale è invece l’opera di Mario Luzi o Cesare Viviani, che il tempo sembrano conoscerlo da sempre e per sempre. Schierate voi, qua o là, gli autori più cari, gli artefici di mappamondi come Walcott, o i costruttori di cronografie come Sbarbaro. Certo, ci sono tentativi di incrociare con grazia e competenza le due dimensioni del vivere, qui prese a pretesto per ripensare a come usiamo le parole per fermare la vita. Sereni, ad esempio, o Giudici, che mappano il tempo vestendolo di Storia; o Amelia Rosselli che recinta in uno specchio di carne cerebrale (o viso d’interlocutore doppio) tutta la vita esplorabile, salvo accorgersi che mai all’uomo è dato essere insieme tempo e spazio. Un raro equilibrio è raggiunto da Saba nel suo Canzoniere: anche se a volte il poeta si sbilancia verso uno dei due poli (più spesso verso l’astrazione di un tempo vago, perché il paesaggio in Saba è quasi sempre documento vivo), il poeta lo trovi sempre lì, con certezza, all’incrocio tra presenza e cronos.

Non si tratta di classifiche storiografiche, né di stabilire quali esperimenti siano meglio riusciti o addirittura definitivi. La varietà delle soluzioni trovate nel corso del nostro secolo brevissimo è entusiasmante e ci conferma quanto la poesia, proprio nei sistemi falliti e nelle architetture squilibrate, sia ancora inutilmente necessaria per interpretarci nel mondo, consegnandoci opere più spalancate che aperte, libri fatti per ospiti in cerca di scomodità.

Pomeriggi perduti di Michele Nigro dichiara con franchezza e più volte la necessità di un combattimento tra spazio e tempo, senza lasciar spadroneggiare troppo uno di questi due campioni del senso e dei sensi, sempre in fuga nella vaga signoria della nostra esistenza rizomatica e frattale.

come un ladro non inseguito
se non da se stesso
che interrompe schemi marci

Da un lato, nei titoli o nei testi di Nigro proliferano i luoghi, indicati con cura, puntando bene il dito sulla cartina, legandoli a nomi e ricorrenze; da Padova a Istanbul, gli spazi non vengono né dilatati a universali né rimpiccioliti a simboli, ma rimangono tappe necessarie, passages severi e ineludibili privi di qualsiasi monumento all’eternità. Un viaggio puntiforme, che non rimpiange i vagoni e i giorni, ma con tanta attenzione per le rotaie, le ferrovie e la strada. La strada, soprattutto, perché è proprio sulla strada che, alla fine, il viaggiatore, «viandante eretto / ma non eretico», deve restare, senza speculare su dove venga portato: un viaggio senza vettori, fatto di bandierine piantate nel globo, incuranti su quale forma descriveranno viste dall’alto, alla fine.

Dall’altro lato, senza mai accontentarsi di biografismi né di schegge memorialistiche, in ogni luogo l’autore testimonia che il tempo ha fatto esperienza di lui. Il momento perfetto è una piccola poesia manifesto sull’intenzione di vivere del poeta, dove il verso si fa singolarmente irregolare, per aiutarci a raggiungere, oltre nomi, cognomi, numeri civici e di telefono, una sorta di limbo che sa di paradiso: larve, sì, ma con il futuro dentro.

Esisteranno, un giorno che non chiameremo più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)

La maggior parte dei testi tende, pur nella ricchezza dei riferimenti extra-testuali, all’autonomia estetica, celebrando più il singolo testo che la complessità del canzoniere: ogni poesia cerca di bastarsi, senza alludere di continuo a un più grande discorso. Ogni giorno-poesia ricomincia con un’affermazione nuova, così come la mappa di questi Pomeriggi non vuole contenere tutti i luoghi, perché tra due punti lo sguardo del poeta può infilarne sempre nuovi, per misurare e insieme colmare «le distanze / tra la piccola storia / e l’infinito».

Ma se il coraggio di trovare senso uno non se lo può dare, neppure si può eludere la necessità di dare un ordine ai giorni, alle esperienze e alle poesie. Nigro, pur nella precisione di lemmi e della specificità degli esemplari ritratti, non si accontenta di un vago e neo-umanistico enciclopedismo; neppure si perde in numerologie cabalistiche, né ricalca forme di altre arti, ad esempio quelle musicali, pur mostrandone qualche traccia, come in quel preludio-corale-fuga che è partenza, sera, notte. E così procedendo, possiamo escludere (la poesia di Nigro ha un’ampia pars destruens) tante categorie e classificazioni.

Proporrei al proposito un altro piccolo gioco di associazioni, per chi crede ancora che giocare possa condurre alla conoscenza, addomesticando il tempo.

Tanta poesia, nei secoli, può essere ripercorsa proprio passando in rassegna i diversi tentativi di sistemazione dell’esistenza, attraverso un criterio privilegiato. Ad esempio, il censimento monologante di Spoon River, il salterio di Rilke, la fonoteca di Zanzotto, le Sacre Rappresentazioni (limpide o barocche) di Testori, il cinegiornale di Pasolini, la collezione di cartoline di Ungaretti, le partiture seriali di Sanguineti: ogni poeta sceglie il suo modo di catalogare, chi l’erbario, chi il registro di classe, oppure la cartella clinica, il decalogo, il ricettario, senza contare i poeti che, da Brecht a Magrelli, hanno usato proprio la parodia di forme e generi per archiviare il secolo e il mondo.

In un testo chiave, Décadent, Nigro esplicita con chiarezza i limiti di un simile esercizio.

Lascio ad altri
l’ossessione tassonomica
l’ordine delle cose per
sentirsi in pace
e il controllo sulla morte

Sul rapporto con le cose e la loro posizione nel cosmo, una poesia come Archivio è paradigmatica, per capire cosa conservare e perché no, così come Le cose belle di sempre (La dispensa) ci regala un limpido elenco di quello che ci fa bene ed è da salvare, con la memoria e con la poesia. «Ogni cosa mi istruisce sulle distanze / tra la piccola storia / e l’infinito», sigla Notturno breve.

Eppure anche in Nigro, guidato più da una ricerca del simile che da una speculazione analitica, si può rintracciare una cifra privilegiata per catalogare la realtà ed è quella, non così frequente come potrebbe sembrare, del libro stesso: Pomeriggi perduti somiglia a una biblioteca, una famiglia di scaffali dove ogni opera può essere letta – e ne vale la pena.

Il corpo, il volto, come ci ricorda Palestra di vita, «è come un libro / letto e riletto, unto, macchiato / trascritto, abbandonato / strappato, da qualcuno amato / sottolineato / sfogliato dal vento / di nuove avventure […]»

I libri scandiscono una storia d’amore in Ad libritum e diventano il pretesto per scandirne le tappe, un parallelo fallimentare perché non basta comprare nuovi volumi per creare nuove occasioni d’amore: «ci separeremo quando / avrò letto tutti i libri / che mi hai regalato, goccia a goccia». Anche altri testi, come Segnalibri e Florilegio, ci guidano in questo piccolo cosmo bibliotecario, chiuso ma non troppo, perché, come ci ricorda C’è solo la strada, «scorre testarda l’esistenza non scritta».

Il linguaggio in Nigro non si fissa su un registro, accogliendo lemmi più che post-moderni (di quelli che ci vuole coraggio ad usare perché tra tre giorni nessuno potrebbe più ricordarli) insieme al più ortodosso e non ancora frusto repertorio lirico, senza sdegnare l’omaggio alla tradizione e a un passato ben riconoscibile, più crepuscolare che modernista. Non mancano, in questi «coaguli di frasi raminghe / che chiami poesie» termini stranieri o neologismi, immersi in un repertorio lessicale più che vario, un vocabolario che ama la precisione, «glabro come un glande», e che, tra “gualchiera” e metoo, arriva, tentando «un nuovo approccio jazz all’esistenza», a voci come aperimorte o informosfera.

Ci servono precise, le parole, e molto. Ci servono, ad esempio, per abbarbicarci ai ricordi (non quelli vaghi, ma quelli nostri) prima di lasciarli andare. Nella poesia di Nigro abbiamo inneschi di memorie in ogni dove, che siano voci entrate dalla finestra (le urla deliranti in tarda estate o la registrazione di «è arrivato l’arrotino») o suoni apparentemente innocui di luoghi familiari. Ne nascono ricordi che non sono mai pretesto per ghirigori narcisisti, ma che hanno rispetto di chi li ha trascurati, hanno occhi consapevoli delle distanze, hanno ironia e pietà, pietà prima di tutto per se stessi.

ricordi blandi di
una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù,
da qualche parte insomma […]
Ignoti, ignoranti e ignorati in eterno.

Questa memoria è “analogica”, termine che intitola un testo e che si afferma più volte nel libro, con la sua grana sensibile, esibendo come trofeo la Rosabella di Quarto potere di Welles, l’oggetto irrecuperabile ma solido, che da solo vale le cataste di inutilità accumulate con l’esistenza. In una simile direzione si muove anche un altro testo chiave del libro, Pomeriggi perduti (elogio della lontananza), un inno al vago e all’indefinito, più minimalista che leopardiano: un invito a sconnettersi, a spegnere il superfluo per scordarci la città, con le voci dei potenti e gli ostacoli alla bellezza. Dobbiamo, ci dice Nigro in Informosfera, tornare a credere ai nostri sacri sensi, alla pietra, alla ruvidità più che alla bufera levigata e informe di notizie che ci circonda: «Se lesiono / marmi barocchi / riscopro la fede / nell’invisibile.»

Questo poeta non ignora l’oggi. Lo vive, lo indaga, lo abita, senza farsene conquistare. Conosce la dimensione civile e storica, omaggiando Levi, Neruda o i poeti partigiani, fino a tentare una fotografia di questa nostra Bella Italia; poesia civile, certamente, perché non ignora il qui e l’oggi anche quando si rivolge alla natura, al piccolo posto e alla piccola storia che l’uomo vi occupa, alla relazione etica che si crea tra l’individuo e l’universo. Una relazione dove, più dei tanti segnali di fumo della comunicazione di massa, serve, anzi urge, un canto «senza spartiti / o glorie studiate»: urge, in breve, una poesia sempreumana.

il giovane
che non divenne rinomata
tavola di quercia tarlata
dagli obblighi
ma agile desco
per frugali banchetti
su cui bere vino
e fare versi

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: