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Intervista a Michael Schmidt. Di Steffy Ubah

 

the original English text is available on the website I Don’t Call Myself a Poet

 

1. Mi racconta qualcosa in più di sé?

Sono nato in Messico, DF nel 1947 e sono cresciuto là. Sono storico della letteratura, traduttore, narratore e poeta.

2. Quando si è reso conto che la sua aspirazione era la poesia?

Da ragazzino, in Messico, m’innamorai della poesia inglese, e cominciai a leggere e a scrivere quando avevo circa sei anni. Iniziai a scrivere versi quando avevo sei anni. Il primo dei miei scritti che si può considerare una poesia vera e propria risale probabilmente a quando avevo vent’anni e me ne andai a studiare negli Stati Uniti.

3. Qual è stata la prima poesia in assoluto che ha scritto?

Non ricordo. A un certo punto, quando avevo otto anni, scrissi un sonetto per ogni giorno stampato in rosso sul calendario e mandai il libro a mia nonna. La prima che ricordo è una poesia alla maniera di William Carlos Williams, che aveva per argomento un ragno.

4. Come definirebbe la poesia?

Come Frank O’Hara, rifuggo dalle definizioni perché nel momento stesso in cui dai una definizione, limiti, riduci, e, ancor peggio, predetermini lo spazio e la struttura che la poesia può occupare.

5. Dove traggono ispirazione la sua creatività e la sua opera e che cosa significa per lei?

Continua a usare il singolare, come se ci fosse una diretta correlazione tra un dove e un cosa, e una poesia. Traggo stimoli dalla poesia antica e come scrittore ho attraversato numerose fasi di apprendistato. È ciò che in genere fanno i poeti, penso, del Quattordicesimo, così come nel Venunesimo secolo. In genere traggo stimoli dalle sfide formali, sillabiche, dall’evitare il piede giambico, ecc. Credo che il lasciarsi affascinare dalla lingua, da come funziona e da ciò che è in grado di fare sia più importante, nel lungo termine, che la questione del contenuto. Non appena una poesia ha un contenuto, inizia a desiderare di avere un utilizzo.

6. Quali sono i poeti che personalmente ama e quale di questi l’ha ispirata?

Se visita il sito di Carcanet Press troverà circa mille poeti che amo. Tra quelli che pubblico, in particolare Sisson, Davie, Ashbery, O’Hara. Tra quelli che non pubblico (parlo del Ventesimo secolo e del contemporaneo, non dei secoli passati, cui appartengono molti dei miei poeti preferiti) Wallace Stevens, Elizabeth Bishop, Keith Douglas.

7. Mi dice una delle sue opere preferite tra quelle che ha realizzato?

Una poesia dal titolo “The Resurrection of the Body” [La resurrezione del corpo]

8. È stato il suo risultato più alto come poeta?

Sì.

9. Quali abilità sono necessarie per scrivere una poesia?

Dipende dalla poesia. Poeti come Williams o Creeley avranno abilità differenti, irriducibilmente differenti, da poeti come Larkin o Bishop.

10. Quali oggetti, persone o ambientazioni la fanno sentire in pace quando scrive?

Solitamente se scrivo lo faccio quando dovrei fare qualcos’altro; trovo che il riposo non contribuisca all’attività di scrittura. La pace arriva quando la poesia è stata scritta, non prima.

11. Da scrittore, che procedimento mette in atto prima di iniziare a scrivere un pezzo creativo?

Non ho un rituale. Scrivo in modo molto discontinuo quando ho un’idea o una commissione.

12. Della sua opera si è detto che possieda “un forte senso dell’inernazionalismo e della ‘correlazione culturale’” Perché?

Perché non sono inglese e perché per me i grandi modernisti anglo-americani parlano ancora con la massima lucidità, e la Gran Bretagna è uno spazio che si fa sempre più ristretto.

13. Lei è editore di Carcanet e direttore della consolidata rivista «PN Review». Il suo editoriale sembra essere scettico rispetto ai poeti che servono il mercato piuttosto che le muse. Potrebbe approfondire questo discorso?

C’è oggi, come mai prima in passato, un mercato della poesia di natura ampiamente didattica, e i poeti possono scrivere per quel mercato. L’insegnamento della scrittura creativa ha innalzato il livello di credibilità degli aspiranti poeti, che imparano i trucchi utili ad adescare gli editori senza mai padroneggiare l’arte della poesia, che non è un’arte commerciale, come può esserlo la narrativa. Il poeta che vende in pubblico e sul mercato potrà guadagnarsi da vivere, ma alla fine scrivere poesia non è altro per lui che una sorta di copywriting.

14. Che cosa consiglierebbe a un aspirante poeta?

Leggere, leggere i poeti contemporanei, e risalire alle origini, e fuori dai nostri territori di comodo. Leggere e imitare i grandi poeti per un po’, giocare con le parole, le frasi, i paragrafi, le strofe.

15. Attualmente sta lavorando a qualche nuovo progetto?

Una storia del romanzo di lingua inglese cui mi sto dedicando da otto anni.

[L’opera di cui parla Michael Schmidt è uscita di recente con il titolo The Novel. A Biography per Harvard University Press]

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