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Jannis Dallas

L’invincibile senso della poesia

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A cura di Crescenzio Sangiglio         

 

 

       

Jannis DallasLa prima generazione postbellica del ’60 in Grecia, ovvero il gruppo di poeti nato tra il 1916 e il 1928 comprende certamente, dopo i famosi autori della generazione del ‘30(Seferis, Ritsos, Elitis, Embirikos, Vrettakos, Engonòpulos) una pleiade di poeti che, altrettanto noti, hanno lasciato tracce indelebili nel percorso della contemporanea letteratura ellenica: Anagnostakis, Livaditis, Sinòpulos, Karusos, Patrìkios, Sachturis, Valaoritis, Alexandru).
Nel novero di questi poeti entra di buon diritto e agisce Jannis Dallas, con una particolarità però davvero notevole, impossibile da passar sotto silenzio: egli è l’autore più poliedrico fra tutti i colleghi della generazione e quello i cui interessi letterari svariano in campi di ampi orizzonti in tutti eccellendo nelle trame di una profonda, differenziata sapienza. Così, Dallas oltre che poeta è prosatore, saggista, critico, filologo, studioso e traduttore di poesia greca antica.
In tutta questa abbondanza creativa la poesia occupa il posto d’onore, una poesia che nella longevità produttiva ha avuto ed ha modo di evidenziare esemplari meditazioni e attraversare con immutata valentia ideativa essenziali poetiche del pensiero europeo, scevro da ogni dogmatismo e sempre ampliandosi in pluridirezionali ricerche espressive e analisi multilivellari non solo nella introspezione di se stesso, ma con polisemantiche interpretazioni anche e sopra tutto nella fenomenologia storico-politica e nel vissuto del collettivo umano immerso nell’epocale crogiolo ideologico.
E Dallas, figlio genuino di questa per molti versi tragica generazione postbellica, è sin dall’inizio inserito, si direbbe geneticamente, nel fuoco appunto della predetta politicizzazione ideologica e sociale, non tanto in una “poesia di battaglia”, quanto in una “poesia di idee”.
Eliot e Mayakosvsky costituiscono i precursori ideali delle sue prime indagini letterarie, insieme con la determinante presenza del verbo di Andreas Kalvos, le cui tracce seguirà anche in prosieguo di tempo, e le visioni palingenetiche di Anghelos Sikelianòs. Non bisogna nondimeno dimenticare in particolare la diuturna, profonda lezione degli antichi tragici e i paradigmatici itinerari poetici degli antichi lirici greci.
Com’è noto, la prima generazione postbellica del ’60 è stata definita “generazione della sconfitta”, conto tenuto del fatto, più unico che raro, dell’appartenenza di un idoneo numero di suoi rappresentanti alle fila del mondo ideologico della Sinistra, in generale, e comunista in casi specifici, e pertanto ad una formazione partitica il cui braccio armato uscì sconfitto dopo un triennio (1946-1949, ma meglio sarebbe dire dal 1943 al 1949 con proiezioni ben oltre il 1951) di atroce guerra civile, a conclusione di una serie di eventi politici e militari sin dalla fine del 1944 sfortunati, male analizzati e decisi dagli esponenti di guida emersi dalla lotta partigiana antitedesca, e inoltre aggravati dall’intervento straniero (inglese) indiscriminatamente violento e devastante.
In questa sconfitta, dapprima limitata alla zona della capitale Atene. ma poi, col passar degli anni, estesa in una zona d’azione di vaste dimensioni territoriali, non sono punto estranee, come più tardi si ebbe modo di riconoscere, le fondamentali determinazioni messe in atto dopo il vero e proprio patteggiamento (come si suole fare tra mercanti, solo che nel nostro caso la merce erano intere Nazioni!) avuto luogo nella Conferenza di Yalta(1945), accordi che in definitiva avevano del tutto precluso la possibilità che la Grecia appartenesse, nella “divisione” dell’allora mondo europeo, allo spazio operativo socialista/comunista dell’URSS, essendo stato “concordato” che dovesse stare nella sfera di influenza della Gran Bretagna.
In tal modo la lotta intrapresa dalle forze democratiche contro il primo governo greco conservatore del dopo guerra sostenuto quindi sopra tutto militarmente dai britannici, era in partenza destinata al fallimento ove si consideri l’esclusione di ogni aiuto ai partigiani greci da parte sia sovietica che jugoslava e bulgara(era evidente che nella “spartizione” il “guadagno” di Stalin (Bulgaria, Jugoslavia, Romania, Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia e metà Germania ampiamente compensava la “concessione” della Grecia!).
Sta di fatto perciò che i poeti di questa (prima) generazione del ‘60, che inizia a produrre sostanzialmente nel periodo 1940-1954, sono stati gli unici, nella letteratura ellenica contemporanea, a sperimentare non solo sulla propria pelle, ma ancor più nella propria coscienza e mente le cocenti delusioni e frustrazioni derivate dalla riscontrata inanità di un conflitto inevitabilmente perso (ma certo essi non sapevano che comunque “dovevano” perderlo), non soltanto sul terreno dei combattimenti, ma in special e più tormentoso modo in ambito politico-ideologico, con quelle conseguenze drammatiche che non tardarono a manifestarsi trascinandosi poi per molti anni ancora (v. le famigerate isole di Jaros, Makrònissos, Ais Stratis), per non dire delle persecuzioni familiari, soprusi, intimidazionmi, ecc.).
Nel clima di quell’epoca “dannata”, dominata dalle subornazioni e corruzioni di ogni genere della Destra, parlamentare e con più sopraffazioni extraparlamentare, vincitrice e sfrenata nelle sue rappresaglie. la poesia di Jannis Dallas, da una parte, e quella di Livaditis e Anagnostakis dall’altra, si completano a vicenda creando poeticamente una nuova, complessiva essenza di etica ideologica ed esistenziale, una nuova linea maestra di vita e di consapevolezza di sè.
Il fervore poetico pur espresso nei modi di una pacatezza grata per lo sfortunato valore di tutti gli sconfitti, non può non porsi di fronte e riproporsi alla riflessione sulla decadenza subìta ma pure sulla ipotesi di una rinascita dalle ceneri.
Finalmente però e comunque la risposta agli interrogativi prodotti in seno a tutta questa generazione – coinvolta, abbandonata e tradita – nel coacervo delle vicissitudini storiche, politiche e ideologiche degli anni di piombo tra il 1945 e il 1974 con i successivi strascichi fino al 1990, sembra ormai permettere considerazioni consuntive che, mentre riconoscono, da una parte, l’onestà delle verità e aspettative di una partecipazione ad un legittimo progetto di liberazione nazionale, riscontrano tuttavia, dall’altra, quello che viene sentito come un tradimento subìto, due sentimenti di difficile conciliazione quando la sconfitta è stata praticamente e cinicamente “imposta”, in contumacia proprio della parte sconfitta, una ferita a lungo rimasta scoperta.
Gli esiti del 1945 e del 1949, poi, tornano a nuova vita negli anni della c.d. dittatura dei colonnelli(1967-1974) non lasciando scampo ormai a nessuna intenzione di recupero della passata idealità rimasta inattuata: e “stato d’assedio” e “una terra alterata” sono le espressioni di Dallas che ben riflettono la stato di deformazione dell’ambiente umano e naturale.
Attualmente quasi tutti quei combattenti – con la penna o con il fucile – non esistono più. Ne rimane sempre però la memoria di un’epopea di tragica, mortale grandiosità (sia pure non del tutto esente da macchie, colpe e vergogne – si direbbe ovvie in simili eventi giganteschi) e la poesia di Dallas, fortemente rappresentativa e sanguignamente allusiva, possiede senza interruzione l’indomabile coraggio, e fors’anche certezza, di chiedersi se insomma, alla fin fine, vi siano stati vincitori e vinti al termine di quello spietato massacro intestino e cosa sia rimasto dopo tutte quelle lotte di idee e morti di uomini.
Ciò che conduce direttamente il poeta all’osservazione che non sia affatto terminato il conflitto e, mutatis mutandis, siano tuttora possibili sviluppi propizi alle prospettive ideologico-sociali rimaste frustrate nel passato: un rinascimento, dunque, della e nella dignità umana e feconda socialità proprio in un momento e in un mondo di serpeggiante disorientamento collettivo – ciò che è la prova concreta della presenza meditativa di Dallas sempre vigile, viva, attuale, tesa al divenire, sempre trasfigurata nella reatà poetica.
Ed è chiaro, in ultima analisi, che l’unica cosa vera e inesauribile che rimane è indubbiamente la vita e il destino dell’arte, la vita e il destino della poesia: una incessante avventura nel perenne, consolatorio e miticamente avvincente. Ed è non meno certo che Jannis Dallas vive questa perennità in un evolversi poetico manifestato sempre in prima persona singolare e in prima persona plurale: l’Io vivo e indissolubilmente connesso con il Noi.

Alcuni suoi versi che confermano l’asserzione, illumineranno qui la riflessione del Poeta:

– chi, prima che / la notte scenda, metterà in ordine queste crollanti / voci dei nostri giorni inani?

– le valli gemono per contenere gli ammazzati

– adesso assesto l’inservibile gloria

– i giardini pubblici sono strapieni di donne / che si danno supine ai cani / e ai

   marinai inglesi

– il diluvio che…ora entra nella tomba della mia generazione

– che non si chiuda la segreta fessura della memoria

 – non sparare…altri traccianti nelle memorie cieche

 – Penso / a quanti sono morti ad esempio per il Ieri / (.)e noi / volendo espatriarci

       nel Domani / spalanchiamo queste nascoste piaghe

– senza i sostegni che conoscevi / le mani insorte

 – a passi grevi i carri armati allungando le loro proboscidi

 – Fischiettando fallite parole d’ordine

– Vivo su una terra alterata

– siamo passati attraverso / le Porte Scee / ma dov’è quella che mi promettesti, / dov’è quella che era attesa?

– Come poter udire i battiti del cuore dopo tanto dissanguamento?

PICCOLA ANTOLOGIA

Ο χρόνος

 

τα πένθιμα εμβόλια

 

Ξημέρωνε μ’ ένα φως που γλιστρούσε σαν κρέπι κι άφηνε

ξέσκεπες οροφές και πλατείες

κι ύστερα μ’ ένα στρας ουράνιου τόξου που άστραφτε

σαν να δρεπάνιζε ως πέρα τον ορίζοντα

αρχίζοντας απ’ τον αυχένα της απέναντι πλαγιάς –

το φως έπεφτε τώρα κάθετα στην πολιτεία και χαράζοντας

από ψηλά το δέρμα της

ο χρόνος βυρσοδέψης το άφηνε να πέφτει αθόρυβα

στα πόδια μας σε ραβδωτές λωρίδες

 

Τότε καθένας έσκυβε και παίρνοντας πειθήνια τη ζέβρα του

τη φόραγε κατάσαρκα σαν ισοβίτης

 

 

 

Σαν μισοφέγγαρα

(Στο τείχος)

 

Όταν καμιά φορά ταξίδευε στην άλλη συνοικία έβλεπε

τα ίδια δέρματα φιδιών στο τείχος που μας χώριζε

και φτάνοντας στην αγορά αντίκρυζε

τους ακροβάτες του άλλου στρατοπέδου

βγαίνοντας κι αυτοί σαν μισοφέγγαρα

από την άλλη βάρδια και τη γαλαρία

της υπεραξίας

 

 

 

Για αποκάλυψη

 

Ξυπνώντας σήμερα φαντάστηκα ένα ποίημα

να καταπίνει και να ξαναχύνει τα πάντα σαν

ένας υποβρύχιος ροφός ένας ανακυκλωτής

ένας σίφουνας μια μηχανική ή αστρική χοάνη

μιά αντιύλη

σαν ένας υποπόταμος

ουρανομήκης

κι εδώ κάτω

κεραυνωμένη γη

για αποκάλυψη

σχίσμα φωνής

και μέσα ο φθόγγος

σπηλαιώδης

αλληλούιος

 

 

 

Τα τελευταία τετράγωνα

 

Είχε περάσει τα σύνορα

τα τελευταία τετράγωνα

την ανατομία των πόλεων

τις συγκλίνουσες κι αποκλίνουσες

τόσες δομές και υπερδομές

τις προδιαγραφές και τα σχέδια

του αόρατου αρχιτέκτονα

 

Είχε περάσει τα σχήματα

τις τεθλασμένες χειρονομίες

τις γωνίες των αποφάσεων

τη χειραψία μισή μαχαιριά

την πυραμίδα της αγοράς

τα σιδερένια χαμόγελα

τους τραπεζίτες και τα λοιπά

σαρκοβόρα

 

Είχε περάσει τα σύνορα

τη διχοτομία του αίματος

 

Είχε περάσει κι ανέβαινε

εκεί που όλα γίνονται φως

γίνονται ηχοχρώματα

και κάτω ο άγνωστος φώναζε

κάποιος να γυμνωθεί να θυσιαστεί

κι αυτός ανέβαινε ανέβαινε

άρχισε να ρίχνει τα ρούχα του

έπεφταν κάτω σαν αλεξίπτωτα

δεν ήταν ρούχα ήταν δορές

απέξω μάσκες κι από μέσα δορές

η δορά του αμνού και του λύκου

κι η μάσκα του μάγου

 

(Τα πρόσωπα μαζί με τα προσωπεία)

 

Κι απάνω θηριώδης ο ήλιος

παμβασιλέας του κόκκινου

κόκκινη γλώσσα κόκκινη φωνή

του μιλούσε

 

Του γύρευε καινούργια κοσμογονία

 

 

 

Από Διαβατήρια ή πορθμεία

 

8.

 

Ανάμεσα στην «Τρίτη» του Μάλερ

και στη σεληνιασμένη Αγαύη

κύλησε κι αυτό το καλοκαίρι

κατρακύλησε μες στις κατηφοριές της μνήμης

σαν το κεφάλι του άμοιρου Πενθέα

πριν καρφωθεί επάνω στο κοντάρι

κι ένα τρομπόνι απ’ τη ρωμαϊκή αρένα

ανηφόριζε και σπάραζε τη νύχτα

 

Ποια μουσική με τα ξυλόφωνα των κούφιων κεραυνών του

μου σκευωρεί ο ερχόμενος χειμώνας;

 

 

 

10.

 

Με την πιστή σκυλίσια σου ζωή

δειλέ πώς βγήκες σε κυνήγι λιονταριών;

 

 

 

14.

 

Είσαι το ναι που ξεδοντιάστηκε και σπαρταρά

έξω από τα δόντια

το ναι μιά σκουριασμένη κι άχρηστη λεπίδα

– ούτε χαρτοκόπτης! –

μιά μεταχειρισμένη λάμα του ξυρίσματος

μιά λάμα που ξυρίζει κοσμικότητες

την καθημερινή σου φάτσα

 

 

 

17.

 

Ρινίσματα αστεροειδών σ’ όλα τα βλέμματα

κι αυτοί μεταλλωρύχοι του διαστήματος

κάθε πρωί στα καταλύματά τους επιστρέφοντας

πόρτα την πόρτα για να εκτίσουν την ποινή

της συμβιώσεως

 

(Σαν τους ξενύχτηδες των παιδικών μας αναμνήσεων

που τους τραβολογούσαν ζαλισμένους μέχρι κλίνης

οι συμβίες)

 

 

 

27.

 

Άφησες τη φωνή στη μαύρη πίσσα

κι είχες τα κοφτερά γυαλιά στη γλώσσα

κι όμως ο χτεσινός σου λόγος βγήκε αναίμακτος

σαν μιαν απόφαση που δεν λογάριασε τη μοίρα

 

Πρώτα η φωνή σου κι ύστερα τα αίματα

 

Σαν ένα αυλάκι που για μιa στιγμή διχάστηκε

και φάνηκε ο κολυμβητής ολόσωμος

κρατώντας το μαργαριτάρι ντου βυθού

ενώ οι άλλοι με τα μεταλλίκια μες στα δόντια τους

πορεύονταν με μαύρους κύκλους στον Καιάδα

 

 

 

Γήινες νύχτες

 

Γνώρισα κι άλλες νύχτες εδώ κάτω γήινες

 

Τη νύχτα που έγινε ο σεισμός και φάνηκε ο πυρήνας

της καρδιάς μας κόκκινος

τή νύχτα του ληστή που έγινε κλέφτης στα βουνά

κι αυτοπυροβολήθηκε

τη νύχτα του άγριου κυνηγιού μες στα διασταυρούμενα

πυρά των πόλεων

του βουτηχτή που δεν επέστρεψε του ουρανοβάτη

που γκρεμοτσακίστηκε

 

Τη μια νύχτα μες στην άλλη νύχτα ως την πρώτη και

βαθύκολπη

απ’ όπου βγήκε ο ποιητής και πίσω του

τελώνες καταδότες πόρνοι κι άλλοι

προσωπιδοφόροι

 

 

 

Το σχήμα της απουσίας

 

Οι άνθρωποι

έφυγαν

βούλιαξαν ή πέταξαν

με τα λοφία

και τα κουρέλια τους

πέταξαν ή βούλιαξαν

κι έμεινε το σχήμα τους

όπως στους παλιούς

σιδερένιους σομιέδες

το βούλιαγμα των κορμιών

και στ’ άδεια κλουβιά

το χέρι

που φτερούγισε

των μονομάχων

 

 

 

Οι τρυφηλοί βόες

 

Αυτούς

δεν θα τους βρεις

στα μαυσωλεία

ή στα μουσεία

Φυσικής προϊστορίας

με τ’ άλλα συντηρητικά

μες στη φορμόλη

 

Όταν εσύ κοιμάσαι

βγαίνουν απ’ τις λόχμες τους

κι ανακλαδίζονται

στα φιλιατρά της λίμνης,

όπου ανεβαίνουν και

τυλίγονται στις σπείρες τους

με στεναγμούς

και με σπασμούς εξαίσιους

οι κόρες των βυθών

οι βιασμένες

κι ενώ γλιστρούν δυό-δυό

ξανά στις κρύπτες τους

η λίμνη του Ζηρού

γυαλίζει κόκκινη

σκάζουν αυγά

κι από τ’ αυγά πετάγονται

τέρατα κι άλλοι σαλτιμπάγκοι

του εμφυλίου

 

(Κοντά στην πόλη Φ.

όπου γεννήθηκα)

 

 

 

Το πλάγκτον

 

Το πλάγκτον ενός υδροβιότοπου έχει

μεγάλη σημασία για τα διαστημικά

ταξίδια: η ύπαρξη του διοξειδίου του

άνθρακος μεταβολίζεται σε ουσία ορ-

γανική κατά την εισπνοή του αστρο-

ναύτη, ενώ η απελευθέρωση του οξυ-

γόνου με τη φωτοσύνθεση ζωογονεί τη

διαστημική αναπνοή του.

ΤΑ ΕΓΚΥΚΛΟΠΑΙΔΙΚΑ ΛΕΞΙΚΑ

 

Κι εκεί που πλέαμε

ο χρόνος πισωπάτησε

το σκάφος έγινε σκαφίδι

και πιρόγα

κι εμείς ντυμένοι με δορές

πλειοστόκαινες

στον έλεος του τιμονιέρη

που μας φώναζε:

κοιτάξτε εκεί

την άπλαστη μορφή

κι εκείνη τη μισοπλασμένη

αρθρόποδα πτερόποδα

ακτινόποδα

ανάμεσα ένας νεροβούβαλος

και με φτερά φανταστικά

αργυροπελεκάνοι ερωδιοί

να τρίζει στους αρμούς

ο σίδηρος

να σπινθηρίζει

ο πυριτόλιθος

σε κάθε βλέμμα

η σκόνη η αστρική

και το πλάγκτον βαθιά

να φωσφορίζει

 

Και κάθε νύχτα απ’ το στερέωμα

σαν εξωγήινος αρχάγγελος

να κατεβαίνει ο αναμενόμενος

ν’ ανανεώσει την πνοή

για την καινούργια πτήση του

ο αστροναύτης

 

 

 

Νικόπολη

 

Δεν είδε ο δυτικός ελληνισμός παρόμοια πόλη

με ηρώα και ναούς και πρυτανεία

τέτοια πρωτεύουσα σαν τις λαμπρές των Επιγόνων

 

Ούτε πρωτεύουσα ούτε σαν… Μια παρωδία!

 

Πόλη ιδρυμένη από στυγνές μετοικεσίες

χωρίς βασιλικήν αυτή ή βουλευτήρια

καπιταλιστική σαν τις δικές μας, μ’ εμπορεία

και στις δυο θάλασσες… Μια νοθή ομοσπονδία

που η Ρώμη εκ του μακρόθεν την πρακτόρευε

 

Για να τη στήσει ερήμωσε είκοσι πολίσματα

γυμνή από τους λαούς τους έτσι να υπερέχει

εύκολη λεία συγκαλυμμένη από μνημεία

να λάμπουν και να προκαλούν τη βουλιμία

κάθε εισβολέα, από στεριάς και από θαλάσσης

 

 

 

Απειρωτάν

 

Πήρε απ’ το χώμα της ανασκαφής

το νόμισμα

το γυάλισε με το μανίκι κι έλαμψε

με την καινούργια επιγραφή: Απειρωτάν

 

Το γύριζε στις Τράπεζες… Καμμιά

δεν δεχόταν να το πριμοδοτήσει

τα σύμβολά σας στα Μουσεία, του ‘λεγαν

 

Δεν είναι σύμβολα… Είν’ η αρχαία συνταγή

μιας νομισματικής κοινής πολιτικής

 

Κι οι μαντικές περιστερές που πέταξαν

κι ενώσαν δυο ηπείρους δυο ιερά

πώς δεν τη νοιώσαν δεν τη μάντεψαν

την επερχόμενη κατάρευση;

 

(Καιροί πτωχεύσεων καιροί της Αγοράς

η Ενωμένη Ευρώπη φύλλα και φτερά

ο σώζων εαυτόν σωθήτω)

 

Κι οι συνταγές σας στον Καιάδα, απάντησαν

 

 

 

 

 

 

Πίσω από κείνα τα βουνά

 

Είδες τον σφάχτη, πριν να φέξει, απάνω

στο Μακρύ Λιθάρι

να γονατίζει το κριάρι ανάμεσα στα σκέλια του

και μπήγοντας με την ανάστροφη την κάμα

ολομεμιάς στην καρωτίδα του

να πιδακίζει μες στα μούτρα του το αίμα και να βάφει

όλον τον ορίζοντα

το αίμα φλέβα σκοτεινή και κατακόκκινη;

 

Έτσι είναι όταν σκάει ο ήλιος τα χαράματα

πίσω από κείνα τα βουνά, του εμφιλίου…

 

 

 

Σαν μια ιδέα…

 

Σαν μια ιδέα που επιχείρησες

να τη σφηνώσεις μες στο ποίημα

κι αυτό κλωτσά και την απέρριψε

με τ’ άλλα απόβλητα του άστεως

 

Τώρα διπλώνεται κι απλώνεται

μες στη χαβούζα του εγκεφάλου σου

έρπει σαν τέρας κι αποπάνω της

απ΄ τους καιρούς των δεινοσαύρων

σφυρίζει ένας μετεωρίτης

 

 

 

Κυκεών

 

Άλει, μύλ’ άλει

και γαρ Πιττακός άλει…

 

Χαράζοντας πήρε τη δόση του και ρίχτηκε στο χωνευτήρι των

δρόμων

και τι ήταν;… Πολυσπόρια του Ψυχοσάββατου κι ο μέλας

ζωμός μιας Βακχίδας

επιδρομέας σε πόλη αναρχούμενη που όρμησε και ξεδιψά

απ’ το αίμα μας

με τους ζωντανούς άνω-κάτω στις πλατφόρμες και στις κυλιόμενες

σκάλες

τις ψυχές αναβράζουσες μέσα τους και τα συλλογικά τους κουρέλια

μετέωρα στις ηλεκτροστήλες των δέντρων σαν λάβαρα και στων

καλωδίων τ’ ακρόκλωνα

 

Άλεθε μύλε μου άλεθε!… Πανσπερμία των εποχών κάθε ηλικίας

και γένους

η γερουσία παραλυμένη ψελλίζοντας τη λύση των ιστών στο κορμί

της

οι άντρες ευνουχισμένοι ξεσπάθωτοι κι οι δεσποσύνες κλιτές

κι απειρόγαμες

με τους δονητές στους λωβούς τους εγκεφαλικές μέχρι μυελού

όστεων

 

Πού πήγαν οι καβαλλάρηδες του άλλου καιρού… Άλεθε μύλε

μου άλεθε

να μη μείνει σπυρί της σαρκός μου καρπός της κοιλίας τους

να ξαναφυτρώσουμε σαν τους Σπαρτούς απ’ τη μήτρα της γης

μακριά απ’ τις σαρκοβόρες αγορές και απ΄ τ΄ άσπονδα

πολιτ-μπιρώ του κόσμου

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ο τρίτος εαυτός

 

Ένοιωσα ξαφνικά να σπάζει η αλυσίδα

η μαρμαρόγλυπτη της δεύτερης ζωής μου

 

Να λύνονται οι ιστοί και να υποφώσκει,

στη σάρκα που άνοιξε, ο τρίτος εαυτός μου

ο νοητός κι εκεί αλλάζοντας το δέρμα

ν΄ αναγεννιέμαι κι η ψυχή μου ν΄ ακονίζεται

ολόγυμνη μες στους τροχούς της ιστορίας

αλώβητος απ΄ τις τροπές του χρόνου

 

Χρόνος του μέλλοντος ασπόνδυλος για πάντα

και στον αέρα να αιωρούνται λέξεις

λέπια και θρύψαλα του λόγου

και του χρόνου

 

 

 

Ύστατη έκκληση

 

Είστε να πάμε σ΄ άλλους ουρανούς στην αγκαλιά του ανέκφραστου

μακρυά απ΄ την πολυγαμική ζούγκλα των λέξεων;

 

Il tempo

 

funebri vaccini

 

Albeggiava con una luce che scivolava come crespo

scoperti lasciando tetti e piazze

e poi con uno strass d’arcobaleno a balenar come se

falciasse fin oltre l’orizzonte

a cominciar dal valico del versante di fronte –

adesso la luce cadeva verticale sulla città e dall’alto

incidendo la sua pelle

il tempo conciatore lasciandola cader senza rumore

in strisce scanalate ai nostri piedi

 

Allora ognuno si chinava ad afferrar docile la propria

zebra a fior di pelle indossandola come un ergastolano

 

 

 

Come mezzelune

(Sul muro)

 

Talvolta viaggiando all’altro sestiere scorgeva

le stesse pelli di serpenti sul muro che ci separava

e giunto al mercato s’imbatteva

negli acrobati dell’altro schieramento

che uscivano anch’ essi come mezzelune

dell’altro turno e galleria

del plusvalore

 

 

 

Per rivelazione

 

Oggi svegliandomi immaginai una poesia

che ingoiava e ributtava tutto come una

cernia sotterranea un riciclatore un vortice

un crogiolo meccanico o astrale

una antimateria

come un ippopotamo

alto fino in cielo

e quaggiù

terra fulminata

per rivelazione

fessura di voce

e dentro il suono

cavernoso

alleluiante

 

 

 

Gli ultimi isolati

 

Aveva oltrepassato i confini

gli ultimi isolati

l’anatomia delle città

le convergenti e le divergenti

tante strutture e superstrutture

le progettazioni e i disegni

dell’invisibile architetto

 

Aveva oltrepassato le forme

i gesti rifratti

gli angoli delle decisioni

la stretta di mano mezza coltellata

la piramide del mercato

i sorrisi di ferro

i bancari e gli altri

carnivori

 

Aveva oltrepassato i confini

la dicotomia del sangue

 

Aveva oltrepassato e saliva

là dove tutto diventa luce

suono e colore diventa

e di sotto gridava lo sconosciuto

si spogli qualcuno si sacrifichi

ed egli saliva saliva

cominciava a gettar i suoi vestiti

cadevano di sotto come paracaduti

vestiti non erano pelli erano

fuori maschere e dentro pelli

la pelle dell’agnello e del lupo

e la maschera del mago

 

(I volti insieme con le maschere)

 

E in alto mostruoso il sole

sovrano del rosso

lingua rossa voce rossa

gli parlava

 

Una nuova cosmogonia gli chiedeva

 

 

 

Da Passaporti o traghetti

 

8.

 

Tra la “Terza” di Mahler

e l’epilettica Agave

è trascorsa anche questa estate

rotolata sui pendii della memoria

come la testa dello sventurato Penteo

prima di piantarsi sulla lancia

e un trombone dalla arena romana

saliva e straziava la notte

 

Quale musica di xilofoni delle sue rauche folgori

contro me sta tramando l’inverno veniente?

 

 

 

10.

 

Con la tua fedele vita da cani

vigliacco come uscisti a caccia di leoni?

 

 

 

14.

 

Sei il sì sdentato che palpita

fuori dai denti

il sì una lama arrugginita e inutile

– neppure tagliacarte! –

una lametta da barba utilizzata

una lametta che rade mondanità

la tua faccia quotidiana

 

 

 

17.

 

Limature di asteroidi in tutti gli sguardi

e minatori dello spazio questi

di ritorno ai loro alloggi ogni mattino

porta dopo porta per espiare la pena

della convivenza

 

(Come i nottambuli dei nostri ricordi d’infanzia

che le mogli trascinavano intontiti nei loro letti)

 

 

 

 

27.

 

Lasciasti la voce nel catrame nero

e sulla lingua avevi vetri taglienti

eppure esangue uscì il tuo discorso di ieri

come decisione che conto non tiene della sorte

 

Dapprima la tua voce e poi il sangue

 

Come un alveo per un attimo biforcato

tutt’intero svelando il nuotatore

a stringer la perla del profondo

mentre gli altri con le monete tra i denti

in cerchi neri si avviavano al precipizio

 

 

 

Notti terrestri

 

Anche altre notti, terrestri, ho conosciuto quaggiù

 

La notte che avvenne il terremoto e rosso apparve

il nucleo del nostro cuore

la notte del brigante diventato ladro sulle montagne

e si sparò

la notte della caccia selvaggia in mezzo ai fuochi

incrociati delle città

del tuffatore che non fece ritorno del sognatore

che precipitò

 

Una notte dentro l’altra fino alla prima e

profonda

donde uscì il poeta e dietro a lui

doganieri spie prostituti ed altri

mascherati

 

 

 

La sembianza dell’assenza

 

Gli uomini

sono partiti

sono affondati o volati

con i pennacchi

coi loro cenci

sono volati o affondati

ne è rimasta la sembianza

come sulle vecchie

reti metalliche

l’incavo dei corpi

e nelle gabbie vuote

la mano

aleggiante

dei gladiatori

 

 

 

I voluttuosi boa

 

Questi

non li troverai

nei mausolei

o nei musei

di Preistoria Fisica

con quant’ altro conservato

nella formalina

 

Quando tu dormi

sbucano dai loro forteti

e si distendono

alle foci del lago,

dove risalgono e

nelle loro spirali s’avvolgono

sospirose

squisitamente spasimando

le fanciulle delle profondità

le violentate

e mentre scivolano due a due

nuovamente nei loro ipogei

il lago di Ziròs

luccica rosso

uova si schiudono

e balzano dalle uova

mostri ed altri saltimbanchi

della guerra civile

 

(vicino alla città di F.

dove sono nato)

 

 

 

Il plancton

 

Il plancton di un parco marino

è molto importante per i viaggi

nello spazio: il biossido di carbonio

si metabolizza in sostanza organica

all’atto dell’inspirazione dell’astro-

nauta, mentre l’emissione dell’os-

sigeno con la funzione clorofilliana

vivifica il suo respiro spaziale.

I dizionari enciclopedici

 

E durante la navigazione

il tempo arretrò

lo scafo divenne barchetta

e piroga

e noi vestiti di pelli

del pleistocene

alla mercè del timoniere

che gridava:

guardate lì

l’informe forma

e quella a metà formata

artropodi pteropodi

radiopodi

nel mezzo un bufalo

e con ali fantastiche

argentati pellecani aironi

alle giunture il ferro

a stridere

a scintillar

la selce

in ogni sguardo

la polvere stellare

e il plancton profondo

fosforeggiare

 

E ogni notte dal firmamento

come arcangelo extraterrestre

scendere atteso

per rinnovare il soffio

del suo nuovo volo

l’astronauta

 

 

 

Nikòpoli

 

Non vide mai simil città l’ellenismo occidentale

con monumenti ai caduti e templi portici e municipi

simil capitale come quelle splendide degli Epigoni

 

Nè capitale nè come… Una parodia!

 

Una città fondata da odiose migrazioni

senza una corte reale o un parlamento

capitalistica come le nostre, con porti commerciali

su entrambi i mari…Una federazione bastarda

un’ agenzia da lungi diretta da Roma

 

Per impiantarla venti cittadine devastò

senza i loro abitanti sì da esser preminente

facile preda mascherata da monumenti

che risplendono e provocano l’avidità

di ogni invasore, per terra e per mare

 

 

 

Απειρωτάν1

 

Dal terriccio dello scavo afferrò

la moneta

lucidandola sulla manica brillò

con la nuova iscrizione: Απειρωτάν

 

La portò in giro per le banche…Nessuna

accettò di avvalorarla

i vostri simboli nei musei, gli dicevano

 

Ma non sono simboli!.. È l’antica formula

di una comune politica numismatica

 

E le colombe divinatorie che volarono

due continenti unendo due sacrari

com’è che non hanno percepito, indovinato

l’avvicinarsi del crollo?

 

(Tempi di bancarotta tempi di Mercato

l’Europa Unita tutto sottosopra

si salvi chi può)

 

E le vostre formule allo sfascio, risposero

 

1) L’etimologia del termine Epiro, Ήπειρος, deriva dall’espressione dorica ΑΠΕΙΡΟΣ ΧΩΡΑ. La parola, quindi, απειρωτάν che appare sulle monete antiche è il genitivo dorico των Ηπειρωτών, ossia “degli Epiroti”.

 

 

 

Dietro a quelle montagne…

 

Hai visto il macellatore, prima dell’alba, sopra

il Masso Lungo

piegare tra le gambe il montone

e affondando la coltella in torsione

tutt’intera nella sua carotide

il sangue zampillar sulla sua faccia e tutto

l’orizzonte tingere

il sangue oscura vena e porpora viva?

 

Similmente quando il sole spunta all’alba

dietro a quelle montagne, della guerra civile…

 

 

 

Come un’idea…

 

Come un’idea che cercasti

di incuneare nella poesia

e questa recalcitrante la rigetta

insieme con gli altri rifiuti urbani

 

Adesso si piega e si distende

nella cisterna del tuo cervello

striscia come mostro e su di lei

dai tempi dei dinosauri

sibila un meteorita

 

 

 

Guazzabuglio

 

Màcina, mulino, màcina

anche Pittaco màcina

 

Sul far del giorno prese la solita dose e si gettò nel

crogiolo delle strade

e cos’era?.. Multisemi del Sabato delle Anime e il brodo nero2

di una Baccante

assalitrice in città scompaginata scagliàtasi a dissetarsi

col nostro sangue

con i viventi su e giù negli ascensori e sulle scale

mobili

le loro anime in sè ribollenti e i loro cenci collettivi

a mezz’aria sui pali elettrici degli alberi come stendardi

e alle estremità dei fili

 

Màcina mio mulino màcina!..Multisemenza delle epoche

di ogni età e genere

il senato paralizzato a farfugliar la soluzione dei tessuti

nel suo corpo

gli uomini csatrati snudati e le damigelle declinanti

e nubili

con i vibratori nei loro lobi cerebrali sin nel midollo

delle ossa

 

Dove sono i cavalieri di altri tempi…Màcina mio mulino

màcina

nè ci rimanga un granello della mia carne frutto del

loro ventre

e germogliamo di nuovo come i Seminati dall’utero

della terra

lontano dai mercati carnivori e invertebrati

politburo del mondo

 

 

2) Sabato delle Anime: Ψυχοσάββατο: nel culto Ortodosso sono due sabati destinati alle preghiere in favore dei defunti.

Brodo nero: μέλας ζωμός: piatto preparato presso Sparta antica, simbolo della frugalità dei costumi spartani. Conteneva uno spezzatino di maiale reso scuro dall’aggiunta di sanguinaccio e vino.

 

 

 

Il terzo se stesso

 

D’un tratto sentii spezzarsi la catena

sculta nel marmo della mia seconda vita

 

Disfarsi i tessuti e nella carne

dischiusa apparir il terzo me stesso

intelligibile e lì cambiando pelle

rinascere e la mia anima acuirsi

tutta nuda negli ingranaggi della storia

illeso nei tramutamenti del tempo

 

Tempo del futuro invertebrato per sempre

e svariare a mezz’aria parole

squame e tritume del parlare

e del tempo

 

 

 

Estremo appello

 

Ci state che andiamo in altri cieli nell’abbraccio dell’inesprimibile

lontano dalla poligamica giungla delle parole?

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