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Jannis Ritsos

Introduzione e traduzione di Crescenzio Sangiglio

Cento anni fa nella splendida rocca di Monemvassià, nel Peloponneso orientale, nasceva il Poeta – sì, Jannis Ritsos, colui che spese una vita intera a celebrare l’irrinunciabile dignità dell’uomo, la dignità di essere uomo, la necessità della fratellanza degli uomini, a questo supremo ideale d’amore offrendosi in pegno avverso le più disparate manifestazioni di odio e malvagità.
Il destino volle che fosse proprio un uomo come Ritsos, di una mitezza e dolcezza incomparabili, a trarre dalle mille crudeli offese subìte le più significative note di fraterna compassione e affettuosità, non solo rivolte ai sofferenti e ai loro carnefici, ma a tutta quell’umanità che sragiona e per ciò stesso s’imbestia perdendo ogni connotato di nobiltà e libertà.

Nessuno ha mai cantato con maggior generosità l’amore tra gli uomini:

 

Ed ecco, fratello mio, che abbiamo appreso a conversare

serenamente e con semplicità.

Ora ci intendiamo – non occorre nulla di più.

E io dico che domani saremo ancora più semplici

ritroveremo quelle parole che si caricano dello stesso peso in tutti

i cuori e su tutte le labbra

così da poter finalmente dire pane al pane e vino al vino

così che gli altri sorridano e dicano: “poesie come queste

te ne facciamo cento in un’ora”. Appunto, è ciò che vogliamo.

Perchè noi, fratello mio, non cantiamo per distinguerci dalla gente

noi cantiamo per unire la gente.

ed è giusto dentro questi fondamentali parametri che Ritsos, come afferma in un’intervista rilasciata al sottoscritto, più di ogni cosa intende tramutare “la più assoluta negazione in una universale, indefinita affermazione”.
Ritsos, pur nella formazione di un nucleo di esperienza tutto proprio, ha saputo e potuto conseguire una tale obbiettività valutativa storica ed estetica da porre in atto un complesso poetico qualitativamente contrassegnato da irrefutabili valori ecumenici.
In tal senso la creazione ritsosiana nettamente sopravanza i dati tipici del mondo poetico ellàdico per raggiungere linee d’orizzonte non solo nuove e impegnative, ma sopra tutto aventi generale valenza istitutiva. Ne deriva che, nei limiti della più esaltante concezione dell’uomo, la poetica di Jannis Ritsos esprime una lezione comprensibile da tutta l’oppressa e dolente umanità. I versi or ora letti ne sono la piena conferma.
Nella sua poesia è perfetto il rapporto con le vicende della vita vissuta giorno per giorno, dolore per dolore, speranza per speranza. E i fatti della vita corrente, personale o collettiva, assumono preminente paradigmatico rilievo. Entro di essi la rivolta del poeta – interiore, spesso tacita, sempre lontana da inconcludenti fragori spesso effetti di una ben congegnata mistificazione – trova l’ideale nutrimento, una rivolta mai oratoria, reboante, violenta, ma contenuta nel gesto, discreta ma decisa nella parola, ricca di reazioni psicologiche variabili per tonalità e intensità.
Sarebbe troppo lungo, e comunque il presente spazio non lo consentirebbe, soffermarsi su una produzione poetica di enorme consistenza, non solo per quantità, ma anche per contenuto. Forse in altra, eventuale occasione questo potrà essere possibile. Qui sarà sufficiente ricordare in una minima retrospettiva alcune opere di precisa rilevanza nel panorama della poesia ellenica contemporanea, in particolare legata a coinvolgenti vicende storiche ed esperienze familiari.
Con Epitaffio(1936) Ritsos “esplode” come un fulmine a ciel sereno ed entra di diritto nel novero dei grandi poeti del Novecento. La morte del giovane ucciso nella manifestazione produce la presa di posizione del poeta sull’incombente problema, ormai, della condizione dell’uomo quale ineliminabile entità sociale preminente rispetto all’anonimo ma pure assorbente “sistema”. Per Ritsos non v’è alcun dubbio che l’unità individuale non può e non deve “annullarsi” nella mostruosa polimorfia di tale “sistema” potestativo e di imposizione plutocratico-politica.
Purtroppo i postulati di Epitaffio rimarranno inerti quando nel 1937 il generale Joannis Metaxàs instaura la “dittatura del 4 agosto”, e fino alla conclusione della successiva guerra mondiale subito dopo la quale la Grecia esce con le prime avvisaglie di uno scontro civile che risulterà tra i più sanguinosi e mortiferi della storia mondiale. In questi anni diventa impensabile qualsiasi impegno partitico e ideologico contrario ai vigenti regimi di governo, prima dittatoriale e poi di collaborazionisti con l’occupante straniero.
Ė allora il tempo dell’elegia, dei sentimenti umani, della trasfigurazione lirica – motivi luminosi che coprono e possibilmente aboliscono le nuvole nere che investono e invadono cuori e menti. Ė anche l’epoca in cui inizia nella poesia di Ritsos la pratica della dialettica tra luce e ombra, che ne rappresenterà poi uno dei caratteri cruciali e distintivi. Parimenti intervengono due primordiali situazioni interscambiabili e interconnessi nella polivalente estensione del dolore: la notte e il silenzio.
Nella stupenda Canzone di mia sorella(1937) la morte è pure presente, non s’identifica ancora con la suprema forza etica dell’uomo, continua ad essere un non superato fenomeno di smarrimento fisico. Gli stimoli sentimentali e sensoriali emergono più attivi quasi come contrappeso alla diffusa negatività di uno stato di cose implacabile e mortificante.
Raggi di luce nelle articolazioni di un contesto stridente per angoscia e struggente malinconia sono anche i poemetti che seguono: Sinfonia di primavera(1938), La Marcia dell’Oceano(1940) e Vecchia mazurca sul ritmo della pioggia(1942). Sono l’intonazione di uno splendido inno alla innumerevole vita mediante la trascendenza terrena nel culto dell’amore.
Rigoglio lirico, quindi, della poesia ritsosiana (1937-1942) che coincide peraltro con la fioritura in Grecia delle proposte surrealiste, parzialmente ad esso precedenti, poi contemporanee e in parte successive nelle presenze di Nikitas Randos(Poesie, 1933), Jannis Skarimbas(Ulalùm, 1936), Andreas Embirikos(Altoforno, 1935), Nikos Engonòpulos(Non parlate al conducente, 1938), Odissefs Elitis(Orientamenti, 1940), Nikos Gatsos(Amorgòs, 1943), D.P. Papaditsas(Il fossato con le formiche, 1943) e ancora N. Engonopulos(Bolivar, 1944).
Nel 1942 la realtà si riappropria dei propri diritti. Ė il crollo di una eudemonia troppo a lungo durata, malgrado tutto, la crisi dopo una felice magia amorosa, fors’anche indebita, arbitraria. Specchio di questa realtà è L’ultimo secolo a.l’U.(1942), un anno dopo il più micidiale e indimenticabile anno dell’oppressione nazista, quel 1941 durante il quale la spietatezza del nemico, la fame e la morte colpirono la nazione greca in modo allucinante.
Con L’ultimo secolo a.l’U(dove a.l’U. = prima dell’Uomo, ante hominem) viene riconosciuta ed accettata l’immutabile storia della morte in tutte le sue varianti: morte dell’individuo, della comunità, del tempo e dello spazio, morte umana e morte animale, quotidiana ed eterna.
Entro ed in funzione di questa realtà, inaccettabile quanto si voglia, ma indubbiamente la sola vera, esiste l’Elleno, perenne martire, perenne amante della morte e sopravissuto alla morte, colui che paziente trascina il peso di fatali errori, ma sa anche trasformare la notte della sottomissione in libertà aurorale, si nutre di sole e di mare ed è compagno anzi fratello della terra:

…il cielo nemmeno un attimo diminuisce l’olio del nostro occhio

…il sole si carica la metà del peso della pietra che portiamo sempre sulle spalle

si spezzano le tegole senza un ah! sotto il ginocchio del meriggio

camminano gli uomini davanti alla loro ombra come i delfini davanti ai

caicchi di Skiàthos

e poi la loro ombra diviene aquila che tinge le penne nel tramonto

e dopo s’appollaia sulla loro testa e pensa alle stelle.

……….

Questa terra è loro ed è nostra.

Sotto la terra, nelle mani in croce

tengono la corda della campana – aspettano il momento, non dormono,

aspettano di annunciare la resurrezione. Questa terra

è loro ed è nostra – nessuno può sottràrcela.

………

Sempre più le loro mani somigliano alla terra

sempre più i loro occhi somigliano al cielo.

 

E poi gli anni scorrono. Liberazione, guerra civile, persecuzioni iniziano, deportazioni seguono e torture in luoghi infernali, 1945, 1947-1949, isole di Limnos, Ajos Efstràtios, Makrònissos, fino al 1954, anno di Veglia con i poemetti Romiossìni(Grecità), La Signora delle Vigne, Lettera a Joliot-Curie e Il fiume e noi.
In Romiossini l’intero panorama dell’universo greco nelle sue componenti fisico-materiali, storico-leggendarie, mitologico-tradizionali si svolge sulla linea di un canto ricchissimo di immagini e sensazioni, flessuoso alle più sottili sfumature cromatiche.
Per la prima volta nella poesia di Ritsos fa la sua apparizione il paesaggio greco in tutta la sua nuda ampiezza, un paesaggio brullo, calcificato, negli artigli di un’arida solarità (che differenza con la precedente spensieratezza e dionisiaca felicità degli elitisiani Orientamenti e Sole il Primo), dentro il quale l’uomo greco varca i secoli in un riflesso atemporale che accomuna passato e presente nel perpetuo rinnovarsi di una progenie plasmata con un’argilla di inesauribile splendore, oscuro patimento e palpitante umanità.
Questo stesso paesaggio ritroviamo, allargato in una più vasta ambientazione scenica, nel pànico poemetto La Signora delle Vigne(1947). Colori, cadenze, pause, visioni, una ininterrotta successione di immagini quali pannelli di un affresco, di una rappresentazione ora folta di attributi simbolistici ora diluita in sequenze di fascinosa stilizzazione naturalista ora punteggiata da ricorsi a brillanti combinazioni astratte: in quest’opera la poesia di Ritsos diventa sublimazione del sacro e del profano, della deità e dell’umanità, della spiritualità e della terrenità.
Ne coglie l’esatta significazione C. Prokopaki (Yannis Ritsos, Seghers, Paris, 1968, 19732) laddove dice: “La Signora delle Vigne…è una Santissima Vergine, una dea, una Vittoria, è una giovane donna solida e sensuale in mezzo alle sue piante e alle sue bestie. Ė la madre, la sorella, l’amata, dolce e insieme valorosa. Stringe le armi, ma tiene pure la speranza della pace e della felicità. La folgore e la colomba”.
Nel 1948, in piena guerra civile, Ritsos viene arrestato e inizia la quadriennale avventura della deportazione. In questi anni scrive la Lettera a Joliot-Curie, un testo di allucinante orrore, ammirevole testimonianza non solo della tormentosa esperienza personale nelle isole di Limnos e sopra tutto di Makrònissos, ma ideologicamente anche di tutte le pratiche del genere in tutte le latitudini e in tutti i tempi, dell’abbacinante flagello della violenza politica assurta a legittimo sistema di sopraffazione del dissenso, sia esso individuale o collettivo.
Ne scaturisce un urlo e una preghiera, la poesia è singhiozzo e ansito, la voce si trascina, la parola esce convulsa:

 

Molto tempo abbiamo trascorso a Makronìssi

guancia a guancia abbiamo dormito con la morte,

molti vi lasciarono le proprie ossa

molti vi lasciarono i piedi e le mani

ora molti camminano con le stampelle

molti non camminano affatto

di notte molti urlano nel sonno

molti non hanno più favella

molti non possono più vedere

come una nuvola discorre la sua rosea malinconia nella delicatezza

delle acque serotine

molti non possono più intendere la voce della madre –

e tutta la nostra colpa era che amiamo

come te la libertà e la pace.

Là, Joliot, c’erano pietre, molte pietre

soltanto pietre coi denti stretti

soltanto voci più dure delle pietre

e piaghe silenziose come pietre.

Queste pietre portavamo sulle spalle,

queste pietre scavavamo con le unghie.

Non so se esistesse un cielo – non c’era.

Solo pietre, molte pietre,

e pure, Joliot, su quelle pietre

la sera sentivamo di nascosto,

l’orecchio attaccato alla ferita,

sentivamo passeggiare la libertà e la pace.

 

Dopo i tragici giorni della deportazione e dei supplizi, finalmente un ritorno alla serenità con l’amore di una donna e la nascita di una figlia. Ė il 1955: ed è anche il delizioso poema Stella del mattino, la bambina unigenita al di sopra di tutti e di tutto, la bambina dal nome Eleftherìa, Libertà, ma anche Libera, nel centro di un mondo favoloso, esaltante in una illimitata tenerezza.
A questa poesia della luce farà da pendant, due anni più tardi, la poesia della notte, Urna, ancora per una bambina, carissima al poeta e morta per improvvisa malattia. Sarà un poema di una nobiltà davvero unica, in tonalità chiaroscure sfumate nella più tersa dolcezza e ideale fragilità, similmente alla vita della fanciullina scomparsa.
E qui si chiude la fase per così dire “preparatoria” della poesia ritsosiana.
Questa emerge da una parte fecondata dalle istanze di un passato drammatico di avvenimenti e conseguenze, durante il quale toccò al poeta di pagare l’elevato prezzo di una partecipazione dell’anima e del corpo riscattata poi solo con la pratica costante della morte, e dall’altra collocata nel tracciato di un attivo complesso di stimoli ideologici dischiusi tuttavia non in indirizzi unilaterali e personalizzati, ma nella visione di amplissime panoramiche sempre intorno al fulcro “uomo”, imprescindibile misura di confronto e di valutazione di ogni fenomeno politico-sociale.
Perviene, infine, questa poesia, ad una perfetta assimilazione e verifica del puro elemento lirico che viene trattato in termini di un neorealismo oltremodo denso, di immediata presa e incalzante nell’area di un positivismo scandito in ritmi sintattico-lessicali aggressivi e sanguigni, epperò nel contempo anche piegato al flusso di uno straripante impeto fantastico.
La grande, grandissima poesia di Ritsos, poesia di compiuta formulazione e incomparabile apertura concettuale, comincerà con la Sonata al chiaro di luna, che sarà preludio a molte sintesi poetiche spaziose nelle quali sono condotti a perfezionamento il pensiero e l’elaborazione filosofico-estetica ed etico-sociale.
A cominciare da Indomabile città(1958), attraverso Quando giunge lo straniero, sempre del 1958, e Sotto l’ombra della montagna(1962) e gli straordinari affreschi del “ciclo antico” con Filottete(1965), Oreste(1966), Aiace(1969), Persefone, Agamemnone e Chrissòtemis, tutti del 1970, fino a Ismene(1971), Elena e Il ritorno di Ifigenia, entrambi del 19721, nei quali avviene un esemplare collegamento all’antica drammaturgia ellenica classica, nella sua nuova poesia Ritsos tratteggia magistralmente il perseverante impegno di conservazione dei decisivi lineamenti di una dignità umana così spesso sollecitata a degradanti armistizi nello scontro fra verità e compromesso, utilità e dovere, astratte suggestioni di inconcludenti problematiche e cosciente aderenza ad una probativa razionalità.
Vi è in questa articolata produzione l’aspirazione alla genesi di un uomo e di un mondo più che nuovi, rinnovati e risorti dalle ceneri di una realtà deformata da molteplici sfaceli corruttivi.
Altre raccolte, altri poemi arricchiscono la testimonianza poetica ritsosiana fino all’ultima composizione, Riscontri, del 1987. Spigolando ricordiamo Pietre Ripetizioni Sbarre (1972), Corridoio e scala (1973), Graganda(1973), Diciotto canzonette della patria amara (1973), Il muro nello specchio (1974), Pignatta affumicata (1974), Portineria (1976), La Porta (1978), Fedra (1978), Passaggio (1980),Trittico italiano (1982), Statuette di Tanagra (1984), lungo un itinerario che vede il poeta passare ad una visione capillare del mondo sensibile (cose, fatti, comportamenti, gesti, gente anonima), “scoprire” la singolarità degli oggetti, la fantastica realtà in cui avviene la paradossale trasformazione del tragico nel caricaturale, molto vicino al limite dell’assurdo, nella stravaganza

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1) I tre poemi Sotto l’ombra della montagna, Oreste e Agamemnone compongono la c.d. trilogia micenea, un argomento riferito al mondo ed ai personaggi atridi di Micene.

degli aspetti e delle apparenze.

E alla fine la poesia si fa espressione delle minuzie quotidiane, di ciò che, vivendo disperatamente nei dolori sofferenze paure e sospetti, non era stato possibile intravedere, nè tantomeno apprezzare e amare pur essendo intima parte dell’uomo e dei suoi sentimenti più naturali.
Nel contempo la parola si scarnifica, la prosastica poesia (non anche però, beninteso, poetica prosa) si condensa in laconiche essenze, descrive essenziali contenuti: solo così è possibile la figurazione degli oggetti, di per se stessi eternamente nudi, fini a se stessi, vitali in quanto partecipi della loro sola verità.
Nella natura delle cose, nella originaria innocenza delle cose l’uomo – il tormentato, tradito, derelitto uomo – può ritornare, rientrare in sè, ritrovarsi, riconciliarsi con se stesso, reinventare la propria dignità compressa e dissolta nelle trascorse vicende di laceranti esperienze.
Così Ritsos finalmente si acquieta nei nuovi simboli delle cose, nella loro vergine comprensione, perfino nell’idea della loro morte e della morte dell’uomo medesimo circondato dalla benevolenza delle cose, giacchè queste non possono che essere benigne e indulgenti nella loro congenita incolpevolezza.

 

Jannis RITSOS

La sonata al chiaro di luna

 

(Serata di primavera. Una grande stanza di una vecchia dimora. Una donna anziana, vestita di nero, parla a un giovane. Non è accesa nessuna luce. Dalle due finestre penetra una luce inesorabile. Mi sono dimenticato di dire che la Donna in Nero ha pubblicato 2-3 interessanti raccolte di poesia di ispirazione religiosa. La Donna in Nero dunque parla al Giovane):

 

Lasciami venire con te. Che luna stasera!

Fa bene la luna, – non si vedrà

come son diventati bianchi i miei capelli. La luna

li renderà dorati. Non te ne accorgerai.

Lasciami venire con te.

Quando c’è la luna crescono le ombre in casa,

mani invisibili tirano le tende,

un dito evanescente scrive parole dimenticate

sulla polvere del pianoforte – non voglio sentire. Taci.

Lasciami venire con te

un po’ più giù, fino al recinto della mattonaia,

fin dove la strada svolta e appare

la città, di cemento e diafana, incalcinata di luce lunare

così indifferente e immateriale

così positiva si direbbe metafisica

da farti pensare che finalmente esisti e non esisti,

non sei mai esistito, nè il tempo è esistito e il suo logorio.

Lasciami venire con te.

Ci siederemo un attimo sul muretto, sul rialto,

e mentre l’aria di primavera ci sfiorerà

ci passerà anche per la mente di poter volare,

perchè molto spesso, e anche adesso, il fruscio della mia gonna

è come il rumore di due ali potenti che battono,

e allora quando ci s’immerge in quel suono del volo

si sente tutto compatto, il collo, le costole, la carne

e così come si sta serrati nella muscolatura dell’aria cerula,

nella poderosa nervatura dell’altezza,

non fa differenza se si parte o si ritorna

e nemmeno importa che i miei capelli siano diventati bianchi,

(non sono triste per questo – sono triste invece

perchè non è imbianchito anche il mio cuore).

Lasciami venire con te.

Lo so che ognuno da solo si avvia nell’amore,

da solo nella gloria e nella morte.

Lo conosco. L’ho provato. Non giova.

Lasciami venire con te.

Questa casa è piena di spettri, mi caccia via –

voglio dire, è diventata troppo vecchia, i chiodi si staccano,

crollano i quadri come se piombassero nel vuoto,

in silenzio cade l’intonaco

come cade il cappello del defunto dall’attaccapanni nel corridoio buio

come cade lo sdrucito guanto di lana del silenzio dalle sue ginocchia

o come cade una striscia di luna sopra la vecchia poltrona sventrata.

Anch’essa è stata giovane una volta – non la fotografia che stai guardando

così incredulo –

sto parlando della poltrona, molto comoda, ci si poteva sedere per ore intere

e sognare a occhi chiusi tutto quel che poteva capitare

– un arenile spianato, umido, lucido di luna,

più lucido delle mie scarpe patinate che porto ogni mese dal lustrascarpe

dell’angolo

o la vela del peschereccio che svanisce lontano cullata dal proprio respiro,

triangolo di vela come fazzoletto piegato di sbieco solo in due

quasi che non debba contenere o trattenere nulla

o svolazzare tutto dispiegato in un saluto. Ho avuto sempre la fissazione

dei fazzoletti,

non per metterci dentro qualcosa,

semini di fiori oppure camomilla raccolta nei campi al tramonto

o per farci quattro nodi come il berretto che portano gli operai del cantiere

di fronte

o anche per asciugarmi gli occhi – ho conservato una buona vista:

non ho mai portato occhiali. E i fazzoletti, un semplice ghiribizzo.

Adesso li piego in quattro, otto, sedici

tanto per tener le dita occupate, anzi, mi sono ricordata

che contavo le misure proprio in questo modo quando andavo al Conservatorio

col grembiule blu e il colletto bianco e due trecce bionde

– 8, 16, 32, 64, –

tenuta per mano dal mio piccolo amico pesco tutto luce e fiori rosa,

(scusami se mi esprimo così – una brutta abitudine) – 32, 64, – e i miei

riponevano

molte speranze sul mio talento musicale. Dunque ti stavo dicendo della

poltrona –

sventrata – se ne vedono le molle arrugginite, la paglia –

stavo pensando di portarla qui accanto, dal carpentiere,

ma chi ha tempo e soldi e voglia! – e poi cosa aggiustare per prima? –

pensavo di coprirla con un lenzuolo, – mi ha fatto paura

un lenzuolo bianco con questo chiaro di luna! Qui si sono seduti

uomini che hanno fatto grandi sogni, come anche tu e pure io, d’altronde,

ed ora si riposano sotto terra e la pioggia o la luna non li molestano.

Lasciami venire con te.

Ci fermeremo un attimo in cima alla scala di marmo di San Nicola,

e poi tu andrai giù, io tornerò indietro,

mentre sul mio fianco sinistro sentirò il calore del fuggevole tocco

della tua giacca

e alcune luci quadrate di finestre del quartiere

e questo candido alone della luna come un ampio corteo di cigni argentei –

no, non ho paura di esprimermi in questo modo, perchè

in passato durante molte notti primaverili ho indugiato a discorrere con Dio

che mi apparve

vestito con la foschia e la gloria di un chiaro di luna come questo,

e in sacrificio molti giovani gli ho offerto, anche più belli di te,

così bianca e inaccessibile svaporando nella mia candida fiamma, nel biancore

del chiaro di luna,

incendiata dagli occhi voraci degli uomini e dall’esitante fervore degli adolescenti,

assediata da splendidi corpi abbronzati

e rigogliose membra esercitate al nuoto, al canotaggio, all’atletica, al calcio (ed io

fingevo di non vederle)

fronti, labbra e colli, ginocchia, dita e occhi,

petti e braccia e cosce (davvero, non le vedevo)

– sai, talvolta nell’ammirazione dimentichi che stai ammirando, ti basta

ammirare, –

mio dio, che occhi stellati, e mi esaltavo in un’apoteosi di stelle negate

perchè, così assediata dall’esterno e da dentro,

altra via non mi restava se non quella verso sopra o verso sotto. – No, non

basta.

Lasciami venire con te,

lo so, è tardi, ma lasciami,

perchè troppi anni ormai, giorni e notti e meriggi porporini, sono rimasta sola

irremovibile, sola e immacolata,

persino nel mio letto nuziale sola e immacolata

a scrivere versi di gloria sulle ginocchia di Dio,

versi che, ti assicuro, rimarranno come scolpiti su marmo purissimo

oltre la mia e la tua vita, molto più oltre. Non basta.

Lasciami venire con te.

Questa casa non mi sopporta più.

E neanche io ce la faccio a reggerla sulle spalle.

Devi stare sempre attento, sempre attento,

a sorreggere il muro con la grande credenza

e sorreggere la credenza col vecchissimo tavolo intagliato

a sorreggere il tavolo con le sedie

e sorreggere le sedie con le tue mani

a mettere la tua spalla sotto la trave che vacilla.

E il pianoforte, chiuso come una bara nera. Non hai il coraggio di aprirlo.

Stare attento, di continuo stare attento che tutto questo non crolli, che tu

non crolli. Non ce la faccio.

Lasciami venire con te.

Questa casa, con tutti i suoi morti, non ha intenzione di morire.

Insiste a vivere insieme con i suoi morti

a vivere attraverso i suoi morti

a vivere attraverso la certezza della sua morte

e accudire ancora i suoi morti in letti e scaffali rovinati.

Lasciami venire con te.

Qui, per quanto leggermente mi muova nella foschia della sera

in pantofole o scalza,

qualcosa sempre striderà – un vetro che s’incrina o uno specchio,

il rumore dei passi – ma non sono i miei.

Forse questi passi non si sentono fuori, per strada,

la resipiscenza, dicono, porta gli zoccoli

e se guardi in questo o in quello specchio,

distingui dietro lo strato di polvere e le incrinature

più opaco e più frantumato il tuo volto,

il volto che null’altro ha chiesto alla vita se non di essere mantenuto

pulito e integro.

Nella luce lunare luccica l’orlo del bicchiere.

Sembra un rasoio circolare – come accostarlo alle mie labbra?

Con tutta la sete che ho, – come accostarlo? – Vedi?

ho ancora voglia di fare paragoni, – questo m’è rimasto,

questo che mi dà ancora la certezza di non essere latitante.

Lasciami venire con te.

Delle volte, quando viene la sera, ho la sensazione

che fuori dalla finestra stia passando il domatore di orsi col suo vecchio

pesante orso

col tosone pieno di rovi e triboli

sollevando un polverone nella strada del quartiere

una solitaria nuvola di polvere che incensa il crepuscolo

e i bambini sono tornati a casa per la cena e non li lasciano più uscire

malgrado che essi indovinino dietro i muri i passi del vecchio orso –

e l’orso stremato avanza nella saggezza della sua solitudine senza sapere

dove va e perchè –

s’è appesantito, non può più danzare sulle sue zampe posteriori

non può portare la cuffietta di pizzo per far divertire i ragazzini,

i fannulloni, gli esigenti,

e l’unica cosa che vuole è poter sdraiarsi per terra

lasciandosi calpestare il ventre, così facendo il suo ultimo gioco,

mostrando la sua terribile forza di rinuncia,

la sua disobbedienza agli interessi degli altri, agli anelli delle sue fauci,

al bisogno dei suoi denti,

la sua disobbedienza al dolore e alla vita

con la sicura alleanza con della morte – sia pure una morte lenta –

la sua finale disobbedienza alla morte con la continuità e la cognizione della vita

che conoscendo e agendo si eleva al di sopra della sua schiavitù.

Ma chi può continuare questo gioco sino alla fine?

E l’orso si alza ancora e va

ubbidiente al suo capestro, ai suoi anelli, ai suoi denti

con le fauci lacerate sorridendo ai bricioli di soldi dei bei ragazzi ignari

(belli appunto perchè ignari)

e ringrazia perchè gli orsi invecchiati

la sola cosa che hanno imparato a dire è : grazie, grazie.

Lasciami venire con te.

Questa casa mi soffoca. Addirittura la cucina

è come il fondo del mare. Le cùccume appese brillano

come grossi occhi rotondi di improbabili pesci,

i piatti lentamente si muovono come le meduse,

alghe e conchiglie s’ impigliano ai miei capelli – e poi non ce la faccio a staccarle,

non ce la faccio a risalire in superficie –

senza rumore il vassoio mi cade dalle mani, – precìpito

e vedo le bollicine del mio respiro salire, salire

e cerco di distogliermi osservandole

chiedendomi cosa direbbe qualcuno che si trovasse di sopra e vedesse queste

bollicine:

che qualcuno forse sta affogando o che un tuffatore esplora il fondo?

Davvero, non sono poche le volte che, annegando nel profondo,

vi scopro coralli e perle e tesori di navi naufragate,

imprevisti incontri, cose di ieri, di oggi e di domani,

quasi una conferma di eternità,

un certo sollievo, un certo sorriso d’immortalità, come si usa dire,

una felicità, una ebbrezza, perfino un entusiasmo,

coralli e perle e zaffiri:

solo che non so offrirli – ma no, li offro:

solo che non so se possono riceverli – io comunque li offro.

Lasciami venire con te.

Un attimo, prendo il mio soprabito.

Con questo tempo così incerto dobbiamo pur essere prudenti.

La sera fa umido, e la luna

non ti dà forse l’impressione che veramente accentui la frescura?

Lascia che ti abbottoni la camicia – come è forte il tuo petto!

– com’è forte la luna, – la poltrona, voglio dire – e quando porto via la tazza

dal tavolo,

vi rimane un buco di silenzio, ci metto subito la mano sopra

per non guardarci dentro, – e rimetto di nuovo la tazza al suo posto:

e la luna un buco nel cranio del mondo – non guardarci dentro,

c’è una forza come una calamita che ti attrae – non guardarci, non guardate,

sentite me che ve lo dico – ci cadrete dentro. Questa vertigine

bella, lievissima – ci cadrai,

un pozzo marmoreo la luna,

ombre vi si muovono e ali silenziose, voci misteriche – non le sentite?

Profonda la caduta, profonda,

profonda la risalita, profonda,

l’aerea statua compatta nelle sue ali dischiuse

profondo profondo l’inesorabile beneficio del silenzio, –

bagliori tremolanti dell’altra sponda mentre stai fluttuando nella tua stessa

onda,

respiro di oceano. Bella, lievissima

questa vertigine, – attento, ci cadrai. Non guardare me,

il mio posto sta nella fluttuanza – la squisita vertigine.

Così al calar di ogni sera

ho un po’ di mal di testa, un capogiro.

Spesso faccio un salto alla farmacia di fronte per una aspirina,

altre volte mi scoccia e rimango col mio mal di testa

a sentire il rumore vuoto delle condutture dell’ acqua dentro i muri,

oppure mi faccio un caffè, anzi, distratta come sono,

non ci penso e ne preparo due! – l’altro chi lo berrà? –

davvero, buffo, lo lascio raffreddare sul davanzale

o talvolta bevo pure quello mentre osservo dalla finestra l’insegna verde

della farmacia,

come il proiettore verde di un treno silenzioso che viene a prendermi

insieme ai miei fazzoletti, le mie scarpe dai tacchi storti, la mia borsa nera,

le mie poesie,

senza nessuna valigia – che farmene?

Lasciami venire con te.

Ah! te ne vai? Buona notte. No, non verrò. Buona notte.

Io esco fra poco, grazie. Insomma, devo pur uscire

da questa casa che crolla.

Devo pur vedere un po’ la città, – no, non la luna –

la città dalle mani nodose, la città del salario giornaliero,

la città che giura sul suo pane e sul suo pugno

la città che tutti ci sorregge sul suo dorso

con le nostre piccolezze, cattiverie, rancori,

le nostre ambizioni, la nostra ignoranza e la nostra vecchiezza .-

udire i grandi passi della città,

non udire più i tuoi passi

nè i passi di Dio e nemmeno i miei passi. Buona notte!

(Il buio si diffonde nella stanza. Come se una nuvola abbia nascosto la

luna. D’un tratto, come se una mano abbia alzato il volume di una radio

nel vicino bar, si sente una frase musicale molto nota. Allora capii che,

era stata la “Sonata al chiar di luna”(solo la prima parte)ad aver accom-

pagnato in sordina tutta quella scena. Adesso il Giovane, starà avviandosi

giù per la discesa con un sorriso ironico e forse compassionevole sulle

labbra ben disegnate e con una sensazione di liberazione.

Quando arriverà esattamente davanti a San Nicola, prima di scendere la

scala di marmo, riderà, – una risata forte, incontenibile.La sua risata non

apparirà per nulla sconveniente. Forse la sola sconvenienza sta nel non

essere affatto sconveniente. Poco dopo il Giovane tacerà, si farà serio

e dirà: “La decadenza di un’epoca”. Così, ormai del tutto tranquillo,

si sbottonerà di nuovo la camicia e andrà per la sua strada. Quanto alla

Donna vestita di Nero, non so se finalmente sia uscita da casa. Ritorna

di nuovo il chiaro di luna. Agli angoli della stanza le ombre si   rattrap-

piscono in un insopportabile rimorso, quasi una rabbia, non tanto perla vita, quanto per l’inutile confessione. Sentite? La radio continua):

Misure 30, 31, 32   della Sonata “Al Chiar di Luna” di Beethoven

Atene, giugno 1956

 

ritsosJannis RITSOS nasce a Monemvassià, nel Peloponneso sud-orientale, nel 1909.Nella cittadina di Ghithio compie i suoi studi liceali. Successivamenmte si trasferisce ad Atene dove prosegue una attività poetica, iniziata alla tenera età di otto anni, che, nella stimolante atmosfera della capitale e nel fuoco di esperienze che in seguito si riveleranno fondamentali, raggiunge forme di sviluppo in ogni senso straordinarie.
La congiuntura storica degli anni immediatamente antecedenti alla seconda guerra mondiale, la situazione politico-sociale in Grecia durante quel periodo e il personale travaglio generato da un’esistenza sottoposta all’arbitrio e all’ingiustizia conducono Ritsos alla meditazione e all’accoglimento della dottrina marxista.
Il Poeta partecipa attivamente alla Resistenza. Prima della fine della guerra civile (1947-1949) viene arrestato e deportato nelle isole di Limnos, Aghios Efstràtios e sopra tutto Makrònissos dove viene sottoposto a molteplici torture fisiche e morali. Vi rimarrà quattro anni, fino al 1952. Dal 1956 al 1966 viaggia in Europa orientale e a Cuba. Nel 1956 gli viene assegnato il I Premio Statale di poesia per il poemetto La Sonata al chiar di luna. Nel frattempo la sua produzione poetica è inesauribile e lo rivela come uno dei maggiori poeti europei di questo secolo.
Nuovamente arrestato dalla “dittatura dei colonnelli” del 21 aprile 1967, subisce ancora la deportazione, questa volta alle isole di Leros e Jaros, nonchè il confino a Samos.
Vincitore del Gran Premio Internazionale di poesia di Knokke-Le Zoute(1972) e del Premio Dimitrov (il massimo premio bulgaro)nel 1974, Ritsos è stato nominato anche Membro dell’Accademia di Scienze e Letteratura di Mainz e della Accademia Mallarmé.
Nel 1975 gli viene conferito il Premio Alfred de Vigny, nel 1976 il Premio Etna-Taormina e il Premio Seregno Brianza.
Ė stato più volte proposto candidato al premio Nobel per la poesia, che probabilmente non gli è stato attribuito per discutibili opportunità politiche avendo Ritsos ricevuto il Premio Lenis per la Pace il 1977.
Attraverso tutte le manifestazioni di violenza sperimentate e subite durante tutta la sua vita Ritsos si è sempre proteso nella instancabile esaltazione della libertà e della fratellanza, orgoglioso e indomabile ad onta delle persecuzioni e del carcere duro, delle torture e della oppressione di parte e di regime.
In questa posizione la sua statura morale e artistica si erge gigantesca.
Ritsos muore ad Atene nel 1990.

 

BIBLIOGRAFIA

I titoli qui di seguito riportati non costituiscono l’intera produzione ritsosiana, ma solo le opere di maggior interesse, a parere del curatore, quanto a espressione poetica e contenuto.

POESIA:  Trattori(1934), Piramidi(1935), Epitaffio(1936), La canzone di mia sorella(1937), Sinfonia di primavera(1938), La marcia dell’Oceano(1940), Prova(1943), Romiossìni(1945), Veglia(1954), Stella mattutina(1955), La Sonata al chiar di luna(1956), I quartieri del mondo(1957), Trasparenza invernale(1957), Indomabile città(1958), L’architettura degli alberi(1958), Le vecchie e il mare, corale(1959), Sotto l’ombra della montagna(1962), L’albero della prigione e le donne, corale(1963), Testimonianze, I(1963), Filottete(1965), Testimonianze II(1966), Oreste(1966), Pietre, Ripetizioni, Sbarre(1972), Elena(1972), Chrissòtemis(1972), Ismene(1972), Diciotto canzonette della patria amara(1973), Corridoio e scala(1973), Graganda(1973), Il massacro di Milos, corale(1974), Pignatta affumicata(1974), Il muro nello specchio(1974),Poesie di carta(1974), Diari d’esilio(1975), Portineria(1976), Il battaglio(1978), Dunque?(1978), La Porta(1978), Il mostruoso capolavoro(1978), Fedra(1978), Grafia di cieco(1979), Trasparenza(1980), Traversa(1980), Trittico italiano(1982), Monovassià(1982), Il corale dei pescatori di spugne(1983), Tiresia, corale(1983), Statuette di Tanagra(1984), Corrispondenze(1987).

TRADUZIONI: A. Blok, I Dodici(1957), A. Josef, Poesie(1963), V. Majakovskij, Poesie(1964), N. Hikmet, Poesie(1966), I. Erenburg, L’albero(1966), S. Esenin, Poesie(1981).

PROSA: Arìosto l’Attento narra momenti della sua vita e del suo sonno(1982), Che cose strane(1983), Fors’è anche così, (1985), Il vecchio con gli aquiloni(1985), Non solo per te(1985), Sigillati con un sorriso(1986), Arìosto si rifiuta di diventare santo(1986).

SAGGISTICA: Saggi(1974).

TEATRO: Oltre l’ombra dei cipressi(1958), Una donna accanto al mare(1959).

L’intera produzione poetica di Jannis Ritsos è stata altresì raccolta sinora in quattordici volumi contrassegnati con numeri (es. Vol. I, Vol. II, ecc.) e con titoli generali (es. Quarta Dimensione, Divenire, ecc.).

D’altra parte, molte poesie di Ritsos sono state messe in musica in Grecia(Theodorakis, Mamangakis, Xarchakos, ecc:) e all’estero.

Di grande importanza risulta il fatto che opere poetiche di Ritsos(specie quelle inserite nei cicli “Corali” e “Quarta Dimensione”) sono state adattate in forma teatrale e rappresentate in teatro, TV e radio oltre che in Grecia, anche in Francia, Paesi Bassi, Belgio, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Repubblica Slovacca, Russia, ecc.

Non pochi poemi (tra l’altro: Epitaffio, La sonata al chiaro di luna, Pignatta affumicata) sono stati presentati anche in teatro in forma coreografica.

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