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Jorge Reis-Sá, Istituto di antropologia

di Giuseppe Ferrara

 

Se in ogni opera poetica, come sembra, esiste una parola chiave che agevola l’ingresso e il percorso nel mondo di un poeta, quella che senza dubbio ci aiuta nel caso di Jorge Reis-Sá e della sua raccolta poetica qui presentata in traduzione, è sicuramente la parola “Dio” nelle sue differenti declinazioni: Signore, Padre, Figlio, padre. Nelle 60 poesie di Istituto di Antropologia, raccolte dall’autore e tradotte da Chiara De Luca, “Dio” – con Signore, Padre, Figlio, padre – occorre più di 60 volte: una non-parola, come si dirà più avanti, che diventa strumento di poesia tanto da rendere possibile tutti i versi. Se volessimo seguire il poeta portoghese nei suoi scherzi scientifici, a cominciare dai titoli delle sue raccolte qui tutte tradotte e pubblicate, potremmo effettuare anche noi un esperimento scherzoso: Biologia dell’Uomo, che è la prima opera di Reis-Sá, per assonanza semplice potrebbe diventare benissmo una Diologia dell’Uomo e rappresentare l’ingresso in casa di Dio Nostro Signore come lo rappresenta appunto il poeta, tra le braccia di un prete (padre): un figlio dunque vestito da padre che porta in braccio un Padre come se fosse il Figlio! Questa immagine potente in Dharma & Greg è all’ingresso della “casa” ed è così perfettamente circolare da suggerire l’idea che da sempre la biologia, lo studio della vita, è di fatto anche una diologia, lo studio di Dio. E ancora di più: sempre lo studio, la ricerca, la meditazione sulla parola e quindi sulla vita è anche meditazione, ricerca e studio sulla non-parola (silenzio) e sulla non-vita (morte). Se ci “affidiamo” effettivamente a “Dio” quale parola chiave per entrare nella poesia di Jorge Reis-Sá, non possiamo evitare di notare che la parola Dio è in fondo una non-parola; secondo la teoria linguistica moderna, infatti, una parola è definita come la minima unità isolabile all’interno della frase, composta da uno o più fonemi dotata di un significato autonomo fondamentale o di una funzione sintattica. Ma la parola Dio è, per questo motivo, anche una non-parola e, secondo quanto suggerito da Borges, essendo l’unica parola/cosa che non possiamo definire è l’unica parola/cosa che conosciamo. Siamo quindi al solito, inevitabile paradosso della tigre assenza di Emily Dickinson, di Cristina Campo, insomma, dell’esistenza stessa: meditare sulla vita è anche meditare sulla morte ovvero sulla presenza e sull’assenza contemporanea dell’una e dell’altra. Qui la sofferenza di un figlio per la morte del padre è come sempre la morte della coppia; la separazione è separazione per entrambi. Ma questa poesia ci pone di fronte a un altro paradosso in cui le parole stesse e il loro significati sono coinvolti: pochi si soffermano sul fatto che il contrario di morire non è vivere ma nascere! La vita, lo studio che di essa fa la poesia di Jorge Reis-Sá – la biologia dell’uomo, dunque – è un unicum che racchiude ma non conclude sia vita che morte.

 

Senta-te aí

A cadeira está vazia, um corpo ausente não aquece
a madeira que lhe dá forma. E não ouço o recado
que me quiseste dar, nem a tua voz forte que grita
meninos na hora de acordar. Ouço o teu abraço, no
corredor, em Gaia, e os olhos molhados pela inusitada

despedida. O sol foge. Mas o crepúsculo desenha
a sombra que tenho colada aos pés. Ou o espelho,
coberto com a tua face. Pai: a minha sombra és tu.

 

 

 

A Morte Continuada

Para o meu irmão Pedro

Não te permitiu a idade consciência da morte.
Foste-a aprendendo à medida que os anos passavam
pela repetida ausência ao chamamento do seu nome.
De nada valia dizer pai e pedir a ceia na escuridão
da madrugada. Já não existia quem se levantasse,
aquecesse o teu e o seu leite, to levasse à cama,
o tomasse na cozinha com algum pão que teria

sobrado do jantar. Eras pequeno demais para
a ausência, quando morreu. Foste crescendo,
sentindo que a casa tinha ficado para sempre
vazia, nunca mais surgiria para te levar, de manhã,

a infância até à escola. E doeu mais essa morte
continuada do que o dia em que desapareceu.
Porque apresentada dia-a-dia, sem a recordação
do motivo, como se pudesses viver na esperança
de ouvir já vou ao teu pedido, noite luminosa
na partilha da vossa ceia. Entras em casa, és já

um homem. Rodas a chave da porta, o crepúsculo
desenha linhas do horizonte na janela da cozinha.
E pensas se será possível ele anuir apenas mais
uma vez ao teu pedido na madrugada que se adivinha.

 

 

 

A Definição do Amor [2]

Já gastámos as palavras pela rua, meu amor,
e o que nos ficou não chega
para afastar o frio de quatro paredes.

Eugénio de Andrade

Escrevi tantas vezes a palavra pai que lhe gastei todo
o significado. Quando agora escrevo pai, já não sinto
as barbas a roçarem a minha mão macia, as rugas
que os anos transportaram para a sua face, os óculos,
os dedos, a voz com que me chamava filho como se lhe

escrevesse pai. Gastei-a em maus poemas e em maus
romances, com a Foz ao fundo e a mãe segurando-me
o corpo pequeno sobre o muro que ladeava a praia.

Gastei-a definindo-lhe as letras, alargando-lhe
o significado. Gastei-a tirando-lhe a dízima
infinita e não periódica e colocando, depois da
letra que se salvou, o mar fechado no seu interior.

Gastei-a a tentar definir o amor.

Siediti lì

La sedia è vuota, un corpo assente non scalda
il legno che le dà forma. E non sento il messaggio
che mi chiedesti di dare, né la tua voce forte che grida
ragazzi all’ora del risveglio. Sento il tuo abbraccio, in
corridoio, in Gaia, e gli occhi inumiditi dall’insolito

congedo. Il Sole fugge. Ma il crepuscolo disegna
l’ombra che ho incollata ai piedi. O lo specchio,
coperto dal tuo volto. Padre: la mia ombra sei tu.

 

 

 

La morte prolungata

Per mio fratello Pedro

Non ti concesse l’età coscienza della morte.
La apprendevi a mano a mano che gli anni passavano
dalla ripetuta assenza al chiamare il suo nome.
A nulla serviva dire papà e chiedere la cena al buio
dell’alba. Non esisteva più chi si alzasse,
scaldasse il tuo e il suo latte, te lo portasse a letto,
o prendesse in cucina un po’ di pane che aveva

conservato dalla cena. Eri troppo piccolo per
l’assenza, quando morì. Crescevi,
sentendo che la casa era rimasta per sempre
vuota, mai più si sarebbe alzato per portarti, al mattino,

l’infanzia fino a scuola. E mi duole questa morte
prolungata più del giorno in cui lui scomparve.
Perché esibita giorno dopo giorno, senza ricordo
del motivo, come se tu potessi vivere nella speranza
di sentire vengo alla tua richiesta, notte luminosa
nella spartizione della vostra cena. Entra in casa, sei già

un uomo. Gira la chiave della porta, il crepuscolo
disegna linee dell’orizzonte sulla finestra della cucina.
E pensi se sarà possibile che lui annuisca anche solo
una volta alla tua richiesta nell’alba che si preannuncia.

 

 

 

La definizione dell’amore [2]

Abbiamo già perso parole per la strada, amore mio
e ciò che ci resta non basta
a scacciare il freddo di quattro pareti.

Eugénio de Andrade

Scrissi così tante volte la parola padre da sprecarne tutto
il significato. Adesso quando scrivo padre, non sento più
la barba a sfiorarmi la mano morbida, le rughe
che gli anni gli trasposero sul volto, gli occhiali,
le dita, la voce con cui mi chiamava figlio come se gli

scrivessi padre. Lo sprecai in brutte poesie e in brutti
romanzi, con la Foce in fondo e la mamma che mi teneva
il corpo piccolo sul muro che circondava la spiaggia.

Lo sprecai definendogli le lettere, ampliandogli
il significato. Lo sprecai nel sottrargli la decina
infinita e non periodica e collocando, dopo la
lettera che si salvò, il mare chiuso al suo interno.

Lo sprecai tentando di definire l’amore.

 

Traduzione di Chiara De Luca

In stampa per Edizioni Kolibris

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