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Jorge Reis-Sá, Tutti i giorni (anticipazione)

AURORA

Mi alzo? Vedo già il sole che vuole entrare dagli spiragli della persiana. I suoi raggi toccano il letto, l’armadio, la sedia dove ho lasciato appoggiati gli abiti di António. Ed entrano senza chiedere permesso, tutti i giorni. La stanza è rivolta a levante, e siamo noi, io e António, che i raggi vengono a toccare per primi.
Mi alzo. Devo liberare le galline, ci vado cantando. Sono molto mie le galline. Il capanno, il pollaio, l’orto, il pezzo di terra sul retro della casa dove spesso mi trattengo. È la mia terra. È in lei e per lei che mi alzo con l’alba che inonda la casa. E ho la cagna, sta già abbaiando. Devo liberarla, lasciarla correre nell’aria dell’alba, tra i cavoli, abbaiando alle galline e spaventando i pulcini.
Mi alzo, poi, come tutti i giorni: letto, pavimento, stanza, abiti, zoccoli, lavandino, acqua, aria. Freddo, tutti i giorni, l’aria. Lascio António in consegna al sonno e ai sogni che può portare con sé. Disteso sul letto, la notte è ancora buia per lui, anche se gli spiragli della persiana lasciano già entrare un po’ di luce. Dorme. Lo lascio dormire, vado in bagno. Ancora prima di lavare un poco in terra, con l’alba che mi lava il corpo, prima di tutto, mi guardo allo specchio.
Mi dico che gli anni sono passati per te, Justina, come frecce nella vegetazione. Sono passati sfiorando le foglie e le foglie non ci hanno fatto caso. Hanno avvertito soltanto una brezza lieve, una brezza che ne muoveva lo stelo. Tutti i giorni, è da quando ti conosci, Justina, che guardi lo specchio quando l’alba si leva. Da quando eri bambina, dalla scuola elementare, da quando trascorrevi tutti i giorni in aula con la maestra Preciosa, lo specchio è la prima cosa che finisci per vedere al mattino. Se ti vedi sempre, non hai sentito comparire la vecchiaia? I primi occhiali a dieci anni? Le gradazioni che crescono a mano a mano che cresci anche tu? Le prime mestruazioni, la prima volta, la prima gravidanza? E il primo nipote? E la pensione? E la vecchiaia? E la vecchiaia, Justina?
No, non l’ho sentita. Può darsi che se non mi fossi vista per qualche mese mi sarei sentita diversa. Adesso no. Adesso sembro la stessa ragazzina che andava a scuola a prenderle dal bastone di legno a tre becchi della maestra Preciosa, mi sento come se stessi ancora imparando le prime lettere. Il viso è già segnato dalle rughe della vita. Le mani sono già marchiate dalla terra. Il corpo è già caduto, aspettando la fine.

 

*

Mi sveglio negli occhi degli altri quando si aprono. Non dormo, mi deposito, inerte, tra le palpebre e le retine delle persone. Le persone sono i miei, soltanto loro. Possiamo solo essere lo sguardo di chi amiamo e di chi ci ha amato. Il resto del mondo non esiste, è altri giorni e altre albe.
All’alba sono in Justina. È lei che si alza per prima. Apre gli occhi con rapidità e io sono sveglia altrettanto rapidamente. Appena vede un raggio di sole, non c’è già più letto che possa trattenerla nel sonno.
Si alza e vorrebbe aprire le persiane fino a portare tutto il giorno dentro casa. Non l’ha mai fatto per rispetto di mio figlio. Ma è una pulsione violenta, questo sento in lei. Si alza, indossa i vestiti che il giorno richiede, prendendoli distrattamente dall’armadio. Guarda mio figlio António, e io lo vedo con gli occhi azzurri della donna dove, come immerso in acqua limpida, mi sono trattenuto durante il sonno. Lo vedo dormire, sognare, esistere nella prigione della notte.
Justina esce dalla stanza, entra in bagno. Lo guarda come una preoccupazione, un esempio del giorno che verrà. Pur avendo pulito in questi giorni le piastrelle e il marmo, ci vede la sporcizia che finisce sempre per restare indietro. Oppure la notte, con la sua oscurità, che riporta nello straccio quello che lei ha tolto più e più volte.
E ne esce rapidamente, aspettando, là fuori e in un’altra preoccupazione, che António si svegli e lei possa, finalmente, pulire quello che la notte ha sporcato.

 

*

Tutti i giorni mi sveglio di notte, mi alzo nella pece. Sebbene la luce del giorno sia già apparsa, la prima immagine che ho davanti agli occhi non esiste. È oscura, chiusa, nera. Mi sveglio con il sole che brilla là fuori e il cuore al buio. Mi alzo e raggiungo la finestra a tentoni. Tocco la persiana, la apro in un lampo, e il Sole, che si alza sempre prima di me, e mi sveglia il corpo dalla notte nella stanza, riluce finalmente in fondo all’immagine. So che un giorno costruiranno edifici davanti casa. So che un giorno dovrò cercarmi un altro posto dove potermi svegliare con il sole che riluce in fondo all’immagine.
Tutti i giorni, tra il letto e la finestra, prima di vedere il Sole, prima che, almeno nei giorni nuvolosi, avverta a malincuore la stessa chiarezza e chieda dove sei? Dove sei finito? Mi alzo e penso a te. Ho Rafael, lo so, è a lui che dovrei pensare. Ma è a te che penso, e non so come né perché. Forse perché nessuno mi è mai morto tanto quanto te, Augusto. Perché sei mio fratello maggiore, anche se la morte non ti ha permesso di contare gli anni di vantaggio rispetto a me, anche se un anno riuscissi a raggiungerti in età e finissi per superarti fino alla vecchiaia. Penso anche a nonna Cidinha, ti dico. Ma tu, Augusto, tu sei morto più di lei. Perché mi manchi di più, perché lei è stata raggiunta dalla morte quando doveva, quando non aveva più speranze e fu soccorsa.
Tu sei morto così presto, Augusto. E io sono rimasto qui, felice, senza nessuno davanti, senza quest’albero d’ombra frondosa, pronto a crescere. Non comprendo il motivo della morte perché non comprendo il motivo di questo sentimento ambiguo nella vita.
Ho desiderato così tante volte che morissi, che, quando finalmente finisti per accontentarmi, mi ritenni un assassino crudele.
Per questo, tutti i giorni sarei obbligato a svegliarmi con la notte negli occhi perché il Sole appaia soltanto dopo aver pensato a te, Augusto, a te e alla tua maledetta morte che mi rabbuia il cuore.

Jorge Reis-Sá, da Tutti i giorni. Romanzo

In uscita per Edizioni Kolibris.

Traduzione e introduzione di Chiara De Luca

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