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KINSELLA, Thomas

kinsellaLa pace della pienezza

Sulla poesia di Thomas Kinsella

Thomas Kinsella, nato a Dublino nel 1928, è una delle voci più intense e originali della poesia irlandese contemporanea. Oltre che poeta, è anche editore, instancabile traduttore dall’antico irlandese, curatore di diversi lavori critici e antologici. Circa trenta anni fa, pur essendo già allora considerato uno dei migliori poeti irlandesi contemporanei, Kinsella decise di cambiare radicalmente l’orientamento della sua poesia, e di adottare una via più sperimentale, raccogliendo numerose suggestioni dal modernismo.

La sua è una poesia non immediata, che fa uso di una meticolosa ricerca linguistica tesa a far «risuonare» la parola in una complessa melodia il cui ritmo è però spesso franto da repentine dissonanze.

L’ispirazione parte tuttavia sempre da un fatto contingente, sia esso un episodio di cronaca, un evento storico, la vista del cadavere di un cane, della zampa di un gatto che spunta da sotto una porta, di un coleottero al lavoro, o delle proprie vene pulsanti sottopelle.

Nella poesia di Thomas Kinsella confluiscono numerose suggestioni della tradizione popolare irlandese. Si tratta però di una poesia più attenta al paesaggio e alla storia d’Irlanda che ai suoi abitanti, il più delle volte tratteggiati in funzione di tipi, simbolici dell’anima di una intera nazione.

In un saggio sulla importanza dell’elemento autobiografico nella poesia di Thomas Kinsella, Taffy Martin sostiene che «la poesia di Kinsella può essere letta come una battaglia – meticolosamente orchestrata, circolare più che lineare e volutamente infinita – tra la funzione passiva e al contempo cinetica dello specchio da un lato, e i segreti creati, e, soprattutto generati e di volta in volta proiettati dallo specchio». Lo specchio è un elemento onnipresente nella poesia di Kinsella, una poesia in cui la suggestione autobiografica travalica l’identità dell’individuo, che, seppur visto nella sua unicità, diviene tuttavia simbolico di una coscienza collettiva che si riflette (si riconosce o disconosce) nelle cose. Nel caso di Kinsella possiamo parlare di una autobiografia che si fa poesia, piuttosto che di una poesia autobiografica. L’io, pur nella sua prepotenza, nella decisione del suo delinearsi nell’universo poetico di Kinsella, non è che uno strumento (cinetico e passivo al pari dello specchio) della realtà che lo circonda. Lo specchio è simbolico sia della coscienza del soggetto, sia di una coscienza immanente esterna a lui, che gli restituisce la sua interiorità, plasmata, spesso deformata, dall’incontro-scontro con la realtà che lo circonda. Paradossalmente, questo io all’apparenza così “ingombrante”, si sminuzza e annienta nel riflesso incompleto che gli viene restituito dallo specchio, deputato a rivelargli le sue contraddizioni, l’intensità delle sue sofferenze, profondamente radicate in quella “oscurità” caotica che per Kinsella è fucina dell’opera d’arte, destinata a sprofondarvi di nuovo nel momento in cui si affrancherà dal poeta (l’artigiano, l’artefice).

La scrittura è infatti per Kinsella un lavoro di cesello, e l’io è spesso (simbolicamente) visto nell’atto stesso di scrivere, e riflesso nel suo attonito silenzio di fronte al prodotto della propria creazione.

In una delle poesie più note di Kinsella, Specchio in febbraio  (1962), l’anima diviene specchio in cui il soggetto si legge: «Ora pienamente nello specchio della mia anima / Leggo che ho visto per l’ultima volta la mia giovinezza / e qualcosa di più».

Nella coscienza riflettente di questo io frammentato, direi prismatico, la storia individuale e la storia collettiva si fondono e confondono, divengono l’una riflesso e potenziamento dell’altra.

La poesia di Kinsella è visiva non soltanto perché l’occhio del poeta (e la sua coscienza riflettente) si avvicina alle cose, le fotografa e le restituisce nel verso, bensì anche perché si spinge oltre, cercando di penetrare le cose, di svelarne i segreti riposti, di spogliarle, mostrandone l’anima. Se per la poesia di John Deane, conterraneo di Kinsella, ho parlato dell’occhio del poeta come dell’obiettivo di una camera che procede per riprese e zoomate improvvise, per la poesia di Kinsella si può forse parlare di una sorta di microscopio, che cerca di cogliere e restituire particolari che normalmente sfuggono alla vista e all’attenzione. La poesia di Kinsella è spesso una sorta di ingrandimento del piccolo o dell’infinitamente piccolo, che si impone, facendo sparire la realtà circostante: «C’era un movimento minimo ai miei piedi, / minimo e meccanico; guardai giù. / Un coleottero come una foglia di bronzo / avanzava a passettini nel cemento / abbracciando con le zampette / una palla di sterco più grande di lui. / Il ciglio dentellato premette umilmente la terra, / si sollevò in un breve sguardo, si riabbassò; / la palla di sterco avanzava, impercettibilmente, / perdendo qualche pezzetto, / granelli di stantio e freschezza».

Allo stesso modo, l’inconscio dell’io, ciò che nel corso della vita vigile resta sepolto, si impone sulla sua manifestazione esteriore  (l’io del poeta stesso), ma proprio nel dirsi, si sottrae e soggiace di nuovo al controllo della razionalità: «Spesso più semplifico / più le poche semplificazioni vanno / a scavare nelle proprie profondità, / finché non si risveglia la struttura di guardia…»

Così, in Donna-gallina,  l’incontro-scontro, prefigurato fin dal titolo, tra la donna e l’animale, diviene simbolico non soltanto dell’incontro-scontro dell’uomo con la natura, bensì anche di quello tra il poeta, che osserva, e la propria stessa coscienza; tra il poeta e il mistero della creazione artistica, che riproduce all’infinito l’evento della nascita, vista come «riduzione» dell’io nel lasciare spazio a una nuova vita che lo rifrange e potenzia: «Mentre guardavo, il mistero si compiva. / Il nero zero dell’orifizio / si ridusse a un punto / e il bianco zero dell’uovo pendeva libero, / picchiettato di umori color verde palude».

La poesia riflette così ciò che normalmente sfugge allo sguardo, non fornisce spiegazioni, non definisce, bensì si limita a dimostrare che «non c’è fine alle cose che, / per quanto senza capirle, possiamo comunque notare / e nella fantasia conservare / nel tuorlo, per così dire, del nostro essere, / e lì subire il suo (quasi animale) crescere». In questa, come nella maggior parte delle poesie di Kinsella, l’uomo e la natura, il nucleo (tuorlo) delle cose e la coscienza dell’uomo si fondono (e a volte contaminano) vicendevolmente, e si potenziano (crescono) in modo animale, dunque incontrollato. La vita «accade» quando il soggetto la riconosce, l’oggetto «diviene» nel momento stesso in cui è visto dal soggetto, che si fa a sua volta oggetto nell’accoglierne la rifrazione. Allo stesso modo, l’io si riconosce (e svanisce) nel momento stesso in cui si fonde con l’oggetto del suo guardare: «Qualcosa che – attaccato/alla sua cavità, non era stato/adesso era: un uovo di essere».

Così la zampa di un gatto che sbuca da sotto la porta, in Irwin Street, riflette «un frammento di chiara memoria», finché realtà, ricordo e sogno si fondono per dissolversi al risveglio, che è anche risveglio dei sensi e nascita eternamente ripetuta: «Mi sedetti sulla sponda del letto, / la mano nei pantaloni del pigiama, / il piede nudo sulle assi nude».

Questa identità dell’io con la realtà circostante si ripropone, a partire dal titolo, in Tutto è vuoto, e io devo girare, dove una situazione contingente di sospensione e solitudine, si fonde con il ricordo rievocato dalla vita che si risveglia negli oggetti («il pavimento strisciava,/un terrore elettrico/aspettava ovunque») perché «Ciò che è sterile: è già di per sé un argomento. / Fantastici milioni di / fragilità / in ogni singolo».

Una situazione simile si ripete in Buona notte dove la lente di ingrandimento si sposta sul corpo del poeta stesso, rivelandone la sostanza più nascosta, ingrandendone i particolari: «[…] se guardi più da vicino / puoi vedere il dolce infimo / muscolo che si sta formando / dalla roccia, e le vene pulsanti / che continuano verso l’interno, appena visibili / sotto la pelle, e (appena accese dall’interno) / ciuffi di morbide braccia che si radunano su / minuscoli occhi aperti, punte di dita, smorfie / di bocche dalla penombra, minime / corruscazioni di luce fluttuanti, scintillanti / mezzalune-moscerino di peli!».

In  Lavoratore allo specchio, al suo banco (1973) il gioco di rifrazione tra coscienza individuale e coscienza collettiva, tra l’io del poeta e il mondo, tra le mani creatrici e la creazione si fa evidente fin dai primi versi: «Superfici in silenzio estasiato / si assiepano scintillanti / tra loro», in una «Autoriflettente / astrazione tendenzialmente circolare», in cui la vicenda biografica, come notava T. Martin non si disvela in una linea retta, bensì in un movimento circolare, che va dalle cose alla coscienza, dall’io del poeta al suo pubblico, il cui sorriso da «accogliente» si fa «acquoso». Infine  il cerchio si amplia, fino a comprendere i frammenti di memoria riflessi confusamente dall’inconscio.

La commistione, il reciproco gioco riflettente  tra caos interiore e caos esteriore, cui il lavoratore (il poeta) si trova di fronte osservando la merce ammucchiata (la sua creazione) è simbolica del percorso della poesia di Kinsella, del continuo interscambio tra il “tuorlo” delle cose e il “tuorlo” della coscienza individuale: «Il processo è complicato, e devastante / – una pericolosa confusione di pezzi / si raduna. Prendete il mio ciarpame a testimone… […] Un’idea, cresciuta con la cosa stessa, / dovrebbe condurlo a cercare all’interno / con una specie di vita, dovuta all’effetto riflettente», per poi rifrangerla a sua volta in quelle che Kinsella stesso ha definito le «persistenti coerenze fortuite dell’artista come artigiano».

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