Facebook

Kolibris prepara l’edizione italiana del mitico “Piazza della canzone” di Manuel Alegre Featured

«solo cantando talvolta si resiste / solo cantando si può dare fastidio» Manuel Alegre

Nel 2015 Praça da Canção di Manule Alegre ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno. Per l’occasione, la prestigiosa casa editrice Dom Quixote di Lisbona ha deciso di effettuarne l’ennesima ristampa. Kolibris ne sta realizzando la prima edizione italiana, con la traduzione di Chiara De Luca e il supporto di Camões Instituto da Cooperação e da Língua.

Scritto da Alegre durante la prigionia nel carcere di Coimbra, sequestrato e proibito dalla polizia, Piazza della canzone è circolato a lungo clandestinamente, dattilografato, poligrafato, passato di mano in mano e di bocca in bocca, cantato, recitato, mormorato. Nel corso degli anni ha avuto trenta ristampe, ed è stato musicato, tra gli altri, da Adriano Correia de Oliveira, António Portugal, Alain Oulman, José Niza, José Afonso, Luís Cília, Francisco Fanhais, Manuel Freire, Paulo de Carvalho.
Piazza della canzone è un libro che, come scrive José Carlos de Vasconcelos nella prefazione, “ha da tempo oltrepassato le frontiere della letteratura per assumere una dimensione simbolica o addirittura mitica.”

Oggi vi facciamo leggere la prefazione che José Carlos de Vasconcelos ha scritto per Piazza della canzone.
La traduzione è di Chiara De Luca che sta curando l’edizione bilingue per Kolibris.

QUANDO LA POESIA FA
E SI FA STORIA

José Carlos de Vasconcelos

1. Essendo un libro bello e innovativo, inscritto in una linea lirica che risale ai canzonieri, Piazza della canzone, di Manuel Alegre, ha da tempo oltrepassato le frontiere della letteratura per assumere una dimensione simbolica o addirittura mitica.
Quando uscì, all’inizio dell’anno 1965, cinquant’anni fa – l’edizione Dom Quixote del 2015 ne festeggia dunque il cinquantenario – fu anche il ritratto incisivo di una «[…] patria immobile / sulla riva di un fiume triste», fu una bandiera spiegata e una miccia di resistenza e lotta contro la dittatura.
Oggi, dopo circa quattro decenni di profondo (apparente?) mutamento della realtà, nella genesi della maggioranza delle sue poesie, e che in parte spiega la sua immediata straordinaria ripercussione e influenza, Piazza della canzone «continua»: generazioni successive lo leggeranno, l’ascolteranno, forse lo canteranno, in qualche modo lo vivranno. E questo dice molto, se non tutto.

2. I versi di Piazza della canzone sono passati, da sempre, di bocca in bocca, di mano in mano, di cuore in cuore, come singolare espressione individuale di un poeta e vigorosa voce collettiva di un popolo al contempo. Un poeta cittadino, un popolo – e la sua Storia, nella sua storia. Popolo che ricusava qualunque forma di servitù o fatalità, compresa quella della tristezza(«Questa tristezza che ci prende nella sua tela / questa tristezza ragna questa nera tristezza e / che non ci uccide né incendia // prima in noi semina questa viltà / e avvelena sul nascere qualunque idea. / Bisogna uccidere questa tristezza»); rifiutando un qualche nuovo Alcácer Quibir, che in conseguenza d’altri segnali la guerra coloniale preannunciava. Popolo che in tempo di tirannia, di guerra, di emigrazione, di carcere e di esilio grida «no». Grida «no» e vuole costruire una nuova patria, non rinnegando il passato quanto piuttosto costruendovi sopra il futuro.
Quale nuova patria? Quella del Paese di Aprile, che in modo tanto profetico e premonitore nasce in questo libro, e la cui nascita effettiva è in qualche modo annunciata nel successivo Il canto e le armi; Paese di Aprile, «luogo della poesia», che fu sul punto di divenire il titolo di Piazza della canzone, e che non lo divenne solo per evitare confusione con la guida turistica Aprile in Portogallo.

3. In Piazza della canzone c’è prima di tutto un uomo, un cittadino, un patriota – esattamente il contrario del nazionalista allora imperante –, un poeta che canta «in piedi in mezzo al paese amato». Parlando «della storia che non passa alla Storia», aussumendo, al contrario, e in qualche modo anche nel giusto, la sua mitologia.
Certo del fatto che, pur non essendo «forse sufficiente», «solo cantando talvolta si resiste / solo cantando si può dare fastidio»; certo del fatto che anche con il canto si libera la patria e le si conferisce dignità, e si trasforma inoltre la patria in mondo. In Piazza della canzone c’è un aedo, un trovatore, che crede in valori e idee, crede nelle parole, nella forza delle parole, e vuole spargerle tra il popolo seminandole nel vento che passa. Trovatore, ho scritto. E alcune delle arie di questo libro sono tra le rare poesie di Alegre pubblicate ancora prima che Piazza della canzone uscisse – ovvero: nel 1961 e nel 1962, nella Via Latina, seminario dell’Associazione Accademica di Coimbra e «organo degli studenti portoghesi», che erano in prima linea sul fronte della contestazione alla dittatura. Perché le arie sono tra le prime poesie in cui Alegre, attraverso forme tradizionali, con una forte impronta dell’oralità, trova il suo tono, il suo ritmo, la sua battuta, la voce e il dettato peculiari, inconfondibili, che si sarebbero progressivamente arricchiti e approfonditi nel corso della sua opera.
Le canzoni, in cui risalta il cantabile dei suoi limpidi versi di sette sillabe, sarebbero state anche, come è naturale, le prime tra le sue poesie a essere messe in musica. E una di esse, la «Canzone del vento che passa» – di António Portugal, cantata da Adriano Correia de Oliveira, per la prima volta, durante un incontro associativo a Lisbona, nel 1964 –, si attestò da allora come una sorta di inno delle battaglie studentesche; e, in seguito, come una delle canzoni simbolo della lotta antifascista in generale.
Il fatto che Alain Oulman abbia musicato, ancora prima, la «Canzone dell’amore luisiade», e che sia stata cantata dalla grande Amália (Rodrigues), dà già di per sé l’idea di ciò che la poesia dell’autore di Piazza della canzone significò, e significa, essendo forse quella musicalmente più interpretata e rivisitata di sempre – , tra chi più è meglio la musicò, occorre ricordare, oltre ad Adriano, José Niza. Solo a partire dalle poesie di questo libro ci sono diverse composizioni, tra gli altri, dello stesso Adriano (tra cui spicca la notevole «Canzone con lacrime e sole», uno dei più brillanti casi di reciproca valorizzazione e perfetta sintonia poesia – musica – interpretazione), José Afonso, Luís Cília, Francisco Fanhais, Manuel Freire. Quella di Freire sulla Canzone in cui Alegre (pro)clama appunto: «Mi sono trasformato in trovatore. / Se la voce del popolo mi chiama / canterò con lei / […] Con canzoni entro in lizza / non ho le armi del re. / Canto a favore della giustizia / che in trovatore mi sono trasformato. / […] Né avevo altre ragioni nella vita / per avere ragione nella vita: / cercare la patria libera / dentro la patria perduta.»

4. Quando Piazza della canzone venne alla luce, Manuel Alegre era già, dunque, molto conosciuto. Si può anche dire che cominciava a crearsi a sua volta una certa aura, per non dire leggenda, cui l’edizione del libro diede, com’è naturale, grande impulso.
Il poeta era stato, soprattutto, attore del TEUC (Teatro degli Studenti dell’Università di Coimbra), uno dei fondatori del CITAC (Circolo di Iniziazione Teatrale dell’Accademia di Coimbra), direttore temporaneo della rivista accademica s pubblicazione irregolare, «A briosa» (dove, nel 1953, pubblicò la sua prima poesia Herberto Helder, sette anni più anziano di lui, e le cui poesie dell’epoca mi paiono avere un certo numero di affinità con quelle di Alegre anteriori a Piazza della canzone), collaboratore di «Poemas Livres», oratore e militante di rilievo delle lotte studentesche, per poco tempo redattore della rivista «Vértice», nella quale siamo entrati lo stesso giorno, nel 1961, noi due, Fernando Assis Pacheco e J. A. Silva Marques.
Per poco tempo perché, in seguito ai suoi interventi in quelle lotte, fu chiamato alle armi e mandato prima alle Azzorre, dove ebbe per capitano Ernesto Melo Antunes, poi in Angola, per la guerra coloniale nel luogo in cui era più dura. Al contrario di quanto lo si accusa in alcune delle innumerevoli campagne scatenate contro di lui nel corso degli anni, in particolare quando acquisì maggiore rilevanza sulla scena politica, come in occasione delle sue due candidature alla Presidenza della Repubblica, Alegre non soltanto non disertò mentre era sul fronte più duro del conflitto, quello di Nambuangongo, bensì cospirò contro il regime, tentò di organizzare una sollevazione militare, venne fatto prigioniero dalla PIDE e incarcerato in Luanda per sei mesi, periodo cui si riferisce il testo di apertura di Piazza della canzone.
Trasferito nel carcere di Coimbra, con residenza fissa e stretta vigilanza, non se ne lasciò intimidire, continuando la sua attività associativa e politica. Fu in quell’epoca che scrisse molte delle canzoni di Piazza della canzone, compresa la già menzionata «Canzone del vento che passa». Allora, siamo nel maggio del 1964, viene a sapere che sta per essere fatto di nuovo prigioniero dalla PIDE, e sparisce. Dopo essere rimasto nascosto due mesi – durante i quali organizza questo libro ora «cinquantenario» –, parte clandestinamente per l’esilio, per Parigi. E da Parigi va ad Algeri, dove ancora si trovava quando, nel gennaio del 1965, Piazza della Canzone è pubblicata in Coimbra, 3.º volume della collezione Cancioneiro Vértice, che era stata inaugurata con l’altrettanto eccelso e innovativo Cuidar dos Vivos [Prendersi cura dei vivi], di Fernando Assis Pacheco (il 2.º volume fu il mio Corpo de Esperança, [Corpo di speranza]).
Ad Algeri, la fantastica voce di Alegre, che come nessun’altra dà voce alle sue poesie, incarna le sue poesie, diviene anche quella di Voz da Liberdade [La voce della libertà], emittente del portoghese Fronte Patriottico di Liberazione Nazionale, che trasmette in Portogallo, denunciando e combattendo la dittatura salazarista. Cosa che ovviamente contribuì a una immediata e ancora maggiore ripercussione, e anche a una sorta di mistificazione del libro e del poeta.

5. La Canzone che è nella Piazza è «viaggio dell’uomo verso l’uomo», «festa triste», «nave», «patria» del poeta con un profondo senso della Patria e delle sua storia (e della sua Storia…), tanto che talvolta sembra sentirsi un messaggero, come fosse predestinato a una missione; del poeta che, come si è visto, ha già molta biografia alle spalle, una ricca e diversificata esperienza esistenziale, un percorso che gli permette di scrivere in questa iniziale Piazza della canzone: «[…] la mia poesia ha fatto rima con la mia vita.»
Infatti, quel sentimento nazionale e patriottico, di liberazione e redenzione del paese, l’essenza di una esperienza e di un percorso inscritti nella drammatica realtà portoghese, che s’intende trasformare profondamente, percorrono da cima a fondo le pagine di Piazza della canzone. A partire dalla «Canzone prima», nella quale il poeta risale a lontane radici storiche e proclama: «In ogni poesia sono più solo. / Davanti a me la lingua e quelli che prima / hanno cantato la lunga storia della poesia», fino all’«Ultima pagina», in cui si propone di «[…] liberare / la Primavera nel Paese dell’Aprile». Nel mezzo, lungo questa linea, poesie tanto forti e significative come per esempo «Cronaca dei figli diViriato» e «Lettera di Manuelinho de Évora a Miguel de Vasconcelos, Ministro del regno per Volontà Straniera».
Per quanto riguarda l’esperienza del poeta, che è sangue dei suoi versi, spicca in Piazza della canzone quella della guerra coloniale: l’emigrazione e i migranti, soprattutto a Parigi, il «lusiade esiliato», la «patria espatriata», saranno marcatamente presenti in Il canto e le armi, del 1967, il primo libro scritto dall’autore durante il suo esilio – in Piazza della canzone c’è solo la «Canzone del migrante». Delle otto poesie sulla guerra ebbe particolare impatto quella intitolata «Nambuangongo amore mio»: per la denuncia (si parla addirittura di «testa tagliata», su un’altura in cui apparvero, per l’orrore di tutti, foto con teste di terroristi infilzate su bastoni dai militari portoghesi); per il felice utilizzo del simbolo Hiroshima; per la melodia e soprattutto per il poderoso ritmo avvolgente, che la futura canzone di Paulo de Carvalho avrebbe poi ricreato molto bene.
D’altro lato, con la guerra che causava sempre più vittime, morti e colpiva tutti i portoghesi, poesie come la citata «Canzone con lacrime e sole» o «Romanzo di Pedro Soldado» (una specie di novello «Il bambino di sua madre», cui si avvicina molto, più che a una guerra reale, la nostra) causavano profonda emozione. Tutto in un’epoca, non lo dimentichiamo, in cui c’era bisogno di coraggio e si correvano rischi semplicemente parlando della guerra, ufficialmente detta d’Oltremare, a meno che non fosse per appoggiare la politica suicida salazarista. E in un’epoca in cui la produzione letteraria nota che osasse occuparsi di questa realtà era ancora quasi inesistente – la prima bella poesia pubblicata in volume sulla guerra sarebbe stata proprio il «Sonetto» con cui si conclude il già citato Prendersi cura dei vivi, inviato dall’Angola da (Fernando) Assis (Pacheco) quando il libro stava già per essere stampato.

6. È difficile, per chi non abbia vissuto questo tempo, farsi un’idea o un’immagine esatta di ciò che vi rappresentavano certi fatti ed eventi oggi banali, di ciò che rappresentava, e rappresentò, l’enorme impatto, a diversi livelli, dell’apparizione di Piazza della canzone. Che quando fu sequestrato e proibito dalla polizia aveva già prodotto i suoi effetti – e, a partire da allora, cominciò a circolare clandestinamente, poligrafato, dattilografato, passato di mano in mano. Con il marcelismo, nel 1969, apparve una seconda edizione, per Ulisseia, non ricordo se di nuovo sequestrata.
Nel frattempo, non c’era incontro, dibattito, recital, sessione di canto libero, o simili, in associazione popolare o culturale, cooperativa, gruppo di teatro o musicale, associazione studentesca, in cui le poesie del Manel non fossero cantate o recitate. Io stesso fui tra quelli che per molti anni le recitarono, in vari punti del paese, fino al 25 aprile, ora in spettacoli con alcuni compagni (Zeca, Adriano, poi Freire, Fanhais, ecc.), e non solo, in altre occasioni, forse la maggior parte, da solo o accompagnato da Carlos Paredes – il geniale Carlos Paredes, s’immagini, che accompagna poesie, e questo loro dicitore, là in quegli umili e discreti luoghi in cui era posssibile, e necessario, farlo.
Posso, perciò, dare testimonianza del modo in cui la poesia di Manuel Alegre toccava, emozionava le persone. Perché era fatta di sostanza incandescente, di grandi ire e rabbie, di aspirazioni e speranze collettive. Perché era portavoce di problemi e ansie, inquietudini e indignazioni. Faceva pensare e sentire, interveniva e incitava all’azione.
Per quello che diceva? Anche. Ma non meno per quello che era, per quello che è: solo la qualità delle poesie – qualità etica e poetica, sottolineo –, solo la loro ricchezza e bellezza formale spiegano, di pari passo con ciò che abbiamo evidenziato, il modo in cui erano sentite e vissute dalle persone, la loro straordinaria diffusione, direi: propagazione, la loro efficacia, il loro successo. È chiaro che in Piazza della canzone, praticamente un primo libro (Alegre aveva pubblicato, dieci anni prima, nel 1955, un volumetto adolescenziale, Sensações Românticas [Sensazioni romantiche], cui non si fa riferimento nella sua bibliografia), si possono trovare versi e poesie più facili e deboli, con fragilità, troppo declamatorie – alcune delle quali, d’altra parte, non furono incluse nell’edizione definitiva, quella del 2005, che l’attuale riproduce. Più in generale e nell’essenziale Piazza della canzone ha già, nell’effetto sorpresa forse più di qualunque altro libro di Alegre, la lucina, la scintilla, la forza, il respiro – come l’autore lo chiama – che definiscono il raro poeta che il tempo confermò, sempre d’officina e con orizzonti ampliati, arricchiti, specialmente in quello che la poesia non può mai smettere di essere: lunguaggio.
Linguaggio. Manuel Alegre creò il suo, con radici che risalgono alla cantiga de amigo, con risonanze camoniane e anteriane, echi di molte e molto attente letture, da Hölderlin e Rilke a Torga, Sophia e Herberto, integrando conquiste della migliore poesia moderna. Alegre creò il suo linguaggio con il suddetto respiro, con un udito finissimo e una molteplicità di procedimenti formali che passano per la metrica, per le rime di vario genere, per l’anafora strutturale, per la continua trasposizione metaforica, per il ritmo marcato e marcante, con una battuta, un tono molto personale, chiaramente distintivo. Che spiega anche il fatto che tanti e tante lo abbiano cantato: quelli già citati, più molti altri che in seguito si aggiunsero, da Carlos do Carmo e João Braga a Maria Bethânia, ammirevole interprete di Senhora das Tempestades [Signora delle tempeste], altro titolo insigne del poeta, che si distingue anche nella prosa, nella fiction, in cui questo tono è spesso noto.

7. Da tutto quanto è stato detto, e dal molto altro che resta da dire, risulta che Piazza della canzone è uno dei libri di poesia più letti, più diffusi e più significativi, nel suo tempo, della poesia portoghese di sempre. Le sue edizioni, autonome o in volumi che riuniscono anche l’opera successiva hanno avuto successo e credo siano ormai più di venti o trenta. Tra queste sono incluse edizioni speciali, come quelle illustrate da Rogério Ribeiro e José Rodrigues – quella del 2015, con il logo di Dom Quixote e la prefazione di Paula Morão, festeggia i quarant’anni dalla sua pubblicazione.
Ora, se fino al 25 di aprile del 1974, e nel periodo immediatamente successivo, si poteva ancora sostenere, sebbene in forma riduttiva, che la capacità di Piazza della canzone di suscitare interesse, fino a emozionare, tanta gente di varie generazioni si doveva soprattutto a ragioni politiche, in seguito, negli ultimi quasi quattro decenni, questo non è più possibile. E mentre da tempo è sparita dalla mappa certa poesia che la critica dominante aveva considerato buona e atemporale, la poesia di Piazza della canzone,da quella stessa critica considerata minore e datata, è ciò che, lo ripeto, continua: continua lì, qui, a sommare edizioni e lettori. Ben viva e a vario titolo attuale – ma questa sarebbe già un’altra storia…
Subito dopo l’uscita di Piazza della canzone, Mário Sacramento scrisse che «con Manuel Alegre nacque il maggior poeta del neorealismo», cosa che ritengo inesatta per la semplice ragione che Alegre non fu mai, di fatto, esponente del neorealismo, per lo meno nel senso che alcuni dei suoi teorizzatori gli attribuirono; ma Sacramento sottolineò anche, giustamente, la novità della «tensione epica» presente in Piazza della canzone. Questo versante, la matrice epica di parte della poesia di Alegre, o la «nostalgia dell’epopea», come la definì Eduardo Lourenço, era naturalmente destinato a divenire uno degli angoli di approccio più costanti alla sua opera, oggi vasta e significativa in vari generi, ma con la poesia sempre in prima linea.
E tra i molti che ne hanno scritto, oltre a Sacramento, Lourenço e Paula Morão, senza nessun ordine logico o cronologico, portoghesi o stranieri, ricordo Maria Helena Rocha Pereira, Vítor Aguiar e Silva, António Ramos Rosa, Robert Bréchon, Carlo Vittorio Cattaneo, Urbano Tavares Rodrigues, Carlos Reis, Clara Rocha, Giulia Lanciani, Erilde Melillo Reali, Eugénio Lisboa, João de Melo, Paola Mildonian, Ana Maria Vilhena Fernandes, Catherine Dumas, Eduardo Prado Coelho, Margarida Calafate Ribeiro, José Ribeiro Ferreira, Mário Lugarinho, Roberto Vecchi, Olinda Kleiman, José Manuel Mendes, Paulo Sucena, Maria Luisa Cusati, Sandra Bagno – per rinviare ai loro testi, poiché non è questo il luogo di citare neppure alcuni loro tratti o aspetti particolarlamente interessanti.
Lirico, romantico, epico; epopea e anti-epopea; tradizione e innovazione; discorso e dialettica; passato, presente e futuro, vari tempi in un solo tempo; inno, badiera, sogno, arma; aria, romanzo, canzone, cronaca – tutto. In un drammatico ed emblematico momento della storia e del destino collettivo dei portoghesi, mirando anche, esigenza (po)etica, a intervenire, contribuendo alla liberazione, in tutti i sensi, del nostro paese e del nostro popolo. Cosa che, con la poesia, è possibile solo, è efficace solo, come nel caso fu, quando la poesia è, insisto, di qualità. E consegue l’importanza e la dimensione attinta con Piazza della canzone solo quando si tratta di un grande poeta come Manuel Alegre.
«Canto conforme alla circostanza», si legge nel primo verso di una poesia di questo libro. Ma se il canto arriva a fondo e arriva in alto, come il locale diventa universale, così la circostanza si perpetua.Ovvero, citando gli ultimi versi della stessa poesia, resta la «[…] canzone accesa / sulla notte / del mondo». Come avviene in questa Piazza della canzone.

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: