Facebook

La fascinazione del male

Non è raro che stupratori e assassini seriali divengano eroi televisivi, come Angelo Izzo dopo l’orrore del Circeo. È facile che in galera scrivano libri, ricevano decine di lettere d’amore e ammirazione, e si sposino pure. Mussolini ha scritto anche poesie.

L’onestà non sta simpatica a nessuno. Il buono è un eroe soltanto quando muore, quando è neutralizzata la carica esemplare. I santi sono per lo più morti male: guarda cosa succede a fare il bene. È un monito: don’t try this at home.

Della vittima ci si scorda in poche ore, specie se di genere femminile (che per l’opinione pubblica è già di per sé colpa da espiare). Ogni volta che una donna viene uccisa, massacrata, perseguitata, stuprata, l’attenzione dei mass media e dell’opinione pubblica tende a concentrarsi sul carnefice, nel tentativo – spesso inconscio – di procurargli qualche attenuante o fornirgli una giustificazione.

Quando Pamela Mastropietro fu uccisa, fatta a pezzi e infilata in un trolley da Innocent Oseghale, Desmond Lucky e Lucky Awelima, i giornalisti scavarono nel breve passato della vittima, nei suoi errori e disagi adolescenziali, per cercare di dimostrare come in fondo se la fosse andata a cercare. Alla sua morte avevano contribuito in molti, da chi l’aveva lasciata scappare dalla casa famiglia a Macerata, all’uomo – bianco, caucasico, con la tura rossa da meccanico – che per quattro soldi ci aveva fatto sesso sul materasso nel garage della sorella, invece che aiutarla a tornare a casa a Roma, come aveva intenzione di fare. Il ‘poverino’ fu descritto come un buon samaritano roso dai sensi di colpa, coi sandali da francescano e la passione per i fiori. Uno di noi. L’omo è omo, che altro avrebbe dovuto fare di fronte alla tentazione? Negli stessi giorni, Jessica Faoro fu uccisa con 85 coltellate da Alessandro Garlaschi – bianco, caucasico, tranviere – che, in un macabro slancio emulativo, le spezzava le gambe per tentare d’infilarla in un borsone. Perché? Per averlo respinto, ça va sans dire. Ma di Jessica non parlava nessuno, perché il suo caso non era spendibile nella partita tra i favorevoli e i contrati all’immigrazione e le rispettive tifoserie.  Forse anche perché non si riuscì a imputarle alcuna ‘colpa’, a parte l’avere affittato una stanza, né a concedere a Garlaschi alcuna attenuante. Il cadavere della vita di Jessica non era interessante. Era una vittima di serie C, quando tutte le vittime femminili sono già in serie B, in partenza. Come Elisa Pomarelli, strangolata dall’amico Massimo Sebastiani per essere stato respinto. In quel caso eclatante, i giornalisti fecero a gara per descrivere l’assassino come un gigante buono, un insospettabile, una brava persona (anche se spaccava mobili con le mani, ingoiava bicchieri di vetro crudi e viveva nel totale degrado), che ne aveva ‘vegliato il cadavere per giorni’. Che tenerezza. In fondo, che altro avrebbe potuto fare il ‘poveruomo’ teneramente ‘innamorato’, senz’altro illuso, sedotto e abbandonato da quella donna insensibile e convinta di avere il diritto di amare chi voleva.

Lo stesso trattamento di Pamela Mastropietro fu riservato a Desirée Mariottini, drogata e stuprata fino alla morte da Mamadou Gara, Brian Minteh, Alinno Chima, Yusif Salia in un edificio fatiscente del quartiere San Lorenzo a Roma, punto di ritrovo di balordi e spacciatori. Di lei si è detto che fosse solita prostituirsi per avere la droga, che per questo si trovasse sul luogo del delitto, e molto altro. Soltanto un anno dopo, i giornalisti sussurrarono – in sordina – che Desirée era vergine prima dello stupro, che era entrata per la prima volta in quell’edificio il giorno del suo omicidio. E si potrebbe andare avanti per ore, con nomi e volti di donne, ben presto dimenticate. Per continuare a ripetere gli stessi errori.

Da un lato la tendenza alla colpevolizzazione della vittima tradisce l’incapacità di ammettere l’esistenza di un male – innato, incomprensibile, immotivato – per il quale non è possibile trovare scusanti né attenuanti. Ma occorre farci i conti. Dall’altro – cosa ancora più preoccupante – è spia di una certa fascinazione nei confronti di chi lo compie (specie se la fa franca). Nessun ambiente umano è esente da questo rischio. Tanto più che in ambienti d’élite i violenti – oltre al privilegio insito nel fatto di essere maschi – hanno il potere e il prestigio necessari a metterli al riparo dalle conseguenze delle loro azioni. Di qui l’ostentato senso d’impunità e onnipotenza che agevola il processo d’identificazione da parte di altri maschi in cerca di vendetta nei confronti del femminile.

Il dramma è che in molti casi la violenza, la vendetta e il desiderio di sopraffazione vengono chiamati ‘amore’, concetto attorno al quale aleggia una spaventosa confusione.

[…]

1-4 novembre 2020

Chiara De Luca, Esercizi per gli assenti

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: