Facebook

La migrazione poetica di Jules Supervielle

A cura di Stefano Serri

SupervielleNascere a Montevideo, all’ombra di Jules Laforgue e Isidore Ducasse: il debito di completare la triade poetica nella città sudamericana fu sempre chiaro a Supervielle. Anche un altro destino si manifestò ben presto all’orfano Jules: quello del migrante. Prima in Uruguay, poi in Francia, e quindi in una fitta rete di spostamenti tra nuovo e vecchio continente, accompagnato da ampie conoscenze linguistiche (francese, inglese, spagnolo, portoghese). Una terza costante nella vita intensa e coerente di questo scrittore fu il legame con una donna, Pilar Saavedra, che restò vicina a Supervielle come musa, compagna di viaggio, madre dei suoi molti figli.

All’opera poetica si accompagnarono numerose e fortunate prove come narratore, drammaturgo e traduttore di opere spagnole e ispano-americane. In teatro teatri, oltre che a rappresentare propri testi, collaborò con adattamenti e traduzioni, collaborando con artisti come Jouvet, Milhaud o i Pitoëff; la diffusione delle sue opere (traduzioni, ristampe, edizioni tascabili) fu ampia e non mancarono i riconoscimenti in vita. Anche se il francese fu la sua lingua e Parigi culla della sua vocazione letteraria (frequentò Jacob, Valéry e Michaux, creando un lungo rapporto con Rivière e la NRF, che pubblicò molte sue opere) una forte componente creola permane, se non nel linguaggio (misurato, votato alla limpidità di immagini, forme e ritmi) almeno nei paesaggi e personaggi che popolano le sue pagine. La seconda guerra mondiale fu per lui il tempo del triste esilio in Uruguay, dove, nonostante il peggioramento delle condizioni di salute, continuò un’intensa attività artistica.

Tra le opere più importanti: Comme des voiliers (1910); Poèmes (con prefazione di Paul Fort, 1919); Débarcadères (1922); L’homme de la pampa (1923); Gravitations (1925); Le voleur d’enfants (1926); Les Amis Inconnus (1934); La Fable du Monde (1938); Oublieuse Mémoire (1949); Le Corps Tragique (1959).

Conteso tra due mondi, due terre e molte lingue, Supervielle si trovò a risolvere con la sua supervielle2pgopera, in maniera originale, il dilemma di trovarsi anche tra due diverse ere. Radicato fortemente nella poesia francese dell’Ottocento, i suoi versi non si fanno promotori di demolizioni o rivoluzioni eclatanti, ma di cauti ripensamenti e assimilazioni progressive. Innanzitutto rimise a fuoco i molti simboli ormai logorati del vecchio strumentario poetico, portando all’aria aperta della pampa ciò che illanguidiva nei boulevards: la sua opera ha il carattere di una cosmogonia (realizzata esplicitamente con La Fable du monde) dove l’uomo si riappropria delle creature, ridando loro un nome. E questa ri-creazione non si risolve in evasioni paesaggistiche o erbari esotici, ma riguarda innanzitutto l’uomo, la sua anatomia: il corpo e la fisicità del mondo hanno la solare evidenza che si presenta all’Adamo appena uscito dal fango. Sul piano formale, siamo di fronte a un’operazione ancora più sottile, in equilibrio (là dove molti volevano rinnegamenti o lotte) tra forme fisse e libertà espressiva. Sottraendo artificiosità alle regole, facendo di ogni rima e schema un’occasione gratuitamente accolta, usando con libertà l’alessandrino o confrontandosi con il versetto di Claudel, Supervielle ritrova la parola nelle cose, e viceversa. La liberazione progressiva dalle influenze del romanticismo, del parnassianesimo e anche di un certo neo-classicismo non fanno altro che evidenziare come sia la semplicità che lo guidi verso il profondo. La lettura dei poeti moderni, e di Whitman e Claudel in particolare, gli permettono di abbracciare strutture e imbracciare strumenti capaci di rotte più ampie.

Esiste anche il dramma, in questo paradiso luminoso, e la grandezza del poeta sta, per l’ennesima volta, di essersi mantenuto in equilibrio tra la luce e l’ombra. La sua vita stessa fu segnata da numerose perdite, a partire, a soli otto mesi, dalla morte di entrambi i genitori, inghiottiti dal mare e dal colera. Non diventerà solo un risarcimento della perdita originaria, l’opera di questo scrittore che, nel 1901, dedicò la prima silloge poetica proprio al ricordo dei genitori; la presenza di tanti bambini, tanti uccelli e tante piccole creature al loro inizio (la volontà, come si diceva, di rifare il mondo) non risponde solo a istanze autobiografiche. Mentre per Chaplin-dittatore il mappamondo era solo un oggetto di divertimento, da trattare con la noncuranza di un crudele gioco, Supervielle sembra maneggiare con estrema cura il globo che gli è affidato con l’esistenza, mantenendone una straordinaria visione d’insieme, davvero ecologica. La delicatezza delle sue pagine si avvicina alla cura posta nel guarire le ferite di un corpo malato – e malato proprio perché schizofrenicamente le sue parti non corrispondono tra loro in senso unitario. Questo spiega perché nella sua vita e nelle sue opere tutto ciò che stabilisce un legame – la scrittura e la traduzione, l’amore e l’amicizia, il teatro e il viaggio – abbia un posto di primo piano. Circondato dalla mancanza e dal vuoto, la costruzione di ponti diventa la missione del poeta.

Definire Supervielle un poeta creolo ci porterebbe a un’affermazione problematica tantosupervielle1 quanto definirlo un letterato europeo. Se non nel linguaggio, l’animo creolo si manifesta nelle forme e nei temi e, in fin dei conti, nella visione del mondo che propone un’incontro di culture, in termini non solo impressionistici né meramente antropologici. Versi liberi e metri regolari diventano davvero le bandiere di due mondi; al poeta i compito di saperle appendere allo stesso pennone. L’apertura a nuovi paesaggi, quelli della sua terra natale, si traducono in aperture interiori, nella scoperta di vastità dentro gli angoli. La conquista dello spazio si converte in autoanalisi; anche il microcosmo va, come l’universo, ricreato. Un forte senso di colpa, personale e creaturale insieme, aleggia in molte poesie della maturità; oltre che dalla de-costruzione della propria identità culturale e nazionale, le crepe dell’ottimismo del poeta sono aperte dal linguaggio stesso e dai suoi limiti. Ma è proprio il linguaggio, causa dell’isolamento, a offrire la riparazione attraverso un contatto – con l’amata, con l’amico, con il lettore. Pur non essendo una poesia definibile come “colloquiale”, la presenza di un lettore, di un fratello non-colpevole, si avverte in numerose opere di Supervielle. Si può paralare così di solidarietà tra umani. Il destino di ognuno, semplificato, generalizzato perché visto come universale (ma senza cancellare radici e memoria), viene accolto con com-passione e comprensione dal poeta, senza l’incombere di un giudizio. Migrante per necessità, cosmopolita per scelta, creatura del mondo attraverso la poesia.

Stefano Serri

Da Le Forçat innocent (1930)

 

EN PAYS ÉTRANGER

Ces visages sont-ils venus de ma mémoire

Et ces gestes ont-ils touché terre ou le ciel ?

Cet homme est-il vivant comme il semble le croire,

Avec sa voix, avec cette fumée aux lèvres ?

Chaises, tables, bois dur, vous que je peux toucher

Dans ce pays neigeux dont je ne sais la langue,

Poêle, et cette chaleur qui chuchote à mes mains,

Quel est cet homme devant vous qui me ressemble

Jusque dans mon passé, savant ce que je pense,

Touchant si je vous touche et comblant mon silence,

Et qui soudain se lève, ouvre la porte, passe

En laissant tout ce vide où je n’ai plus de place ?

 

 

 

 

 

L’ÉMIGRANT

J’entends les pas de mon cœur

Qui me quitte et se dépêche.

Si je l’appelle il m’évite

Et veut disparaître au loin.

Où va-t-il si affairé

Sans voir le soir ni l’aurore ?

Il s’en va si réservé

Que nous serons arrivés

Sans que je comprenne encore.

Qu’il arrive et qu’il s’arrête

Il n’aura plus que la force

De souffler sur sa lumière,

Je ne saurai rien encore

Que laisser passer la mort

Qui doit être la première

A savoir, et la dernière.

 

 

 

 

 

Da Les Amis inconnus (1934)

 

UN POÈTE

Je ne vais pas toujours seul au fond de moi-même

Et j’entraîne avec moi plus d’un être vivant.

Ceux qui seront entrés dans mes froides cavernes

Sont-ils sûrs d’en sortir même pour un moment ?

J’entasse dans ma nuit, comme un vaisseau qui sombre,

Pêle-mêle, les passegers et les marins,

Et j’éteins la lumière aux yeux, dans les cabines,

Je me fais des amis des grandes profondeurs.

 

 

 

 

 

De 1939-1945

 

MES VEINES ET MES VERS

Mes veines et mes vers suivent même chemin

Et, descendant du cœur, serpentent vers ma main.

Plus humble, chaque jour, de tout ce que je quitte,

Puissé-je retenir le peu qui ressuscite.

L’on vit autour de moi, je ne vis plus qu’en vers,

Ma maison Poésie est ma seule demeure,

Elle donne du ciel aux plus secrètes heures

A mon jardin toujours renouvelé de vert.

 

 

 

 

 

De Naissances (1952)

 

POSTHUME

Il faudrait donner aux morts des phrases de tous les jours,

Des mots qui facilement vont de nos lèvres à leurs oreilles,

Mots pour tenir compagnie

Lorsque l’on n’est plus en vie.

Aidez-moi, mes amis, les hommes,

Ce n’est pas travail pour un seul,

De ces phrases usagées toutes frottées par les ans,

Phrases de vous et de moi aussi bien que de nos pères

Sourtout pour les morts à la guerre

Avec leur destin éclaté,

Phrases choisies avec soin

Pour les mettre en confiance.

Rien n’est plus timoré qu’un mort

Sent-il un peu l’air du dehors

Que le voilà tout méfiance,

Phrases qu’il nous faut tenir prêtes

Pour qu’ils s’en frottent un peu les lèvres

Et que les trouvant si belles d’avoir déjà tant servi

Ils éprouvent la petite fièvre

De qui perdit un beau jour la mémoire des ténèbres

Et regarde devant lui.

 

 

 

 

 

Da L’Escalier (1956)

 

Je caresse le mappemonde

Jusqu’à ce que sous mes longs doigts

Naissent des montagnes, des bois,

Et je me mouille en l’eau profonde

Des fleuves, et je fonce avec eux

Vers l’océan vertigineux

Débordant de partout mes yeux

Dans la fougue d’un autre monde.

Da Le Forçat innocent (1930)

 

IN PAESE STRANIERO

Vengono dai miei ricordi questi volti

E sono di terra o di cielo questi gesti?

Questo uomo è vivo come sembra,

Con la sua voce, con il suo fumo tra le labbra?

Sedie, tavoli, legno duro, voi che posso toccare

In questo paese nevoso di cui ignoro la lingua,

Stufa, e questo calore che mi sussurra alle mani,

Chi è questo uomo davanti a voi che mi assomiglia

Fin nel mio passato, che conosce ciò che penso,

Che tocca se tocco e colma il mio silenzio,

E che d’un tratto si alza, apre la porta, lascia

Tutto questo vuoto dove non ho più posto?

 

 

 

 

 

L’EMIGRANTE

Sento il cuore che cammina

Che mi lascia e che si affretta.

Se lo chiamo mi rifiuta

Vuole andarsene lontano.

Dove va così occupato

Se non vede sera o aurora?

Se ne va tanto discreto

Che sarà tutto finito

Senza aver capito ancora.

Nell’andarsene e venire

Non avrà più che la forza

Di soffiare sul suo lume,

Non ne saprò nulla ancora

Passerà solo la morte

Che deve essere la prima,

E anche l’ultima, a sapere.

 

 

 

 

 

Da Les Amis inconnus (1934)

 

UN POETA

Non vado sempre solo al fondo di me stesso

E trascino con me più di un essere vivente.

Quelli che entreranno nelle mie fredde caverne

Sono sicuri di uscirne anche solo per un istante?

Ammucchio nella notte, come nave che affonda,

Passeggeri e marinai, che confusione,

Spengo la luce agli occhi, nelle cabine,

E mi faccio degli amici negli abissi.

 

 

 

 

 

Da 1939-1945

 

LE MIE VENE E I MIEI VERSI

Le mie vene e i miei versi seguono una sola via

E, scendendo dal cuore, verso la mano mi serpeggiano.

Più umile, ogni giorno, di tutto ciò che lascio,

Trattengo solo il poco che resuscito.

Si vive attorno a me, soltanto in versi io vivo,

Mia casa la Poesia è la mia sola dimora,

Regala cielo alla più segreta ora

E al mio giardino un verde sempre nuovo.

 

 

 

 

 

Da Naissances (1952)

 

POSTUMO

Dovremmo dare ai morti frasi comuni,

Parole che dalla bocca senza sforzo vanno al loro orecchio,

Parole per fare compagnia

Fino a quando non si va via.

Aiutatemi, uomini, amici miei,

Non è lavoro per uno solo,

Con queste frasi usate e usurate dagli anni,

Frasi mie e vostre e dei nostri padri

Per i morti in guerra soprattutto

Con il loro destino esploso,

Frasi scelte con cura

Per metterli a loro agio.

Niente è più pavido di un morto

Sente appena un po’ l’aria di fuori

Che è già tutto diffidente,

Frasi che dobbiamo avere pronte

Perché se ne strofinino un po’ i labbri

E le trovino belle per quanto hanno servito

Che provino la febbre leggera

Di chi perde un bel giorno il ricordo del buio

E guarda avanti.

 

 

 

 

 

Da L’Escalier (1956)

 

Accarezzo il mappamondo

Finché tra le dita aperte

Nascono montagne e foreste

E mi bagno nel profondo

Dei fiumi, e mi scaglio con loro

Nell’oceano vorticoso

Che trabocca in ogni sguardo

Nell’impeto di un altro mondo.

No widget added yet.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Follow Us

Get the latest posts delivered to your mailbox:

%d bloggers like this: